SCUOLA/ L’apprendistato e quel pregiudizio che impedisce ai giovani di trovare lavoro

In Italia è ancora troppo diffuso il preconcetto che l’apprendimento, la formazione, l’educazione sono sempre e solo school-based. E i giovani non trovano lavoro

23.01.2019, agg. alle 09:15 - Max Ferrario
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LaPresse

Mentre la legge di bilancio 2019 (Legge n.145/2018) non fa pervenire buone notizie per quanto riguarda il rapporto educativo/formativo tra scuola e mondo del lavoro, c’è qualcuno che ostinatamente continua a tessere la tela di relazioni sempre più profonde e permanenti tra i due pianeti, che storicamente ruotano ciascuno in orbite diverse e distanti. La legge di bilancio – lo documenta con precisione Matteo Colombo dell’Università di Bergamo – ridimensiona e taglia i percorsi di alternanza (rinominati “Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento), sembra ignorare il triplice livello dell’apprendistato, per concentrarsi esclusivamente su quello di primo livello, annuncia novità per gli Its, delle quali si resta per ora in attesa.

Alla fine, ritorna la tentazione di sempre: che l’apprendimento, la formazione, l’educazione sono sempre e solo school-based, mentre la produzione e il lavoro sono considerati il regno della necessità dolorosa, inevitabile, secondo la promessa della Genesi.

Dal convegno tenuto a Parma mercoledì 16 gennaio, a Palazzo Soragna, arriva invece un messaggio alternativo. Il tema del confronto tra l’Unione parmense degli Industriali, la Camera di Commercio, l’Ufficio scolastico regionale dell’Emilia-Romagna, e l’Istituto Gadda, rappresentato dalla dirigente Margherita Rabaglia, è stato l’apprendistato di primo livello. Si tratta della forma di apprendistato finalizzata al conseguimento della qualifica e del diploma professionale, del diploma di istruzione secondaria superiore e del certificato di specializzazione tecnica.

Nel cosiddetto Jobs Act era stata promossa la sperimentazione del sistema duale. Giovanni Desco, dirigente dell’Ufficio scolastico regionale, ne ha spiegato il significato: “duale” significa co-titolarità, un sistema didattico a due, in cui la scuola e l’impresa costruiscono insieme un Piano formativo individuale del ragazzo, che divide e organizza il suo tempo di apprendimento al punto di intersezione tra due mondi: quello della scuola e quello del lavoro.

I numeri forniti durante il Convegno dicono che in Germania, dove il sistema duale è in pieno sviluppo, si arriva a circa 450mila giovani in apprendistato; in Italia solo a 1.000, escludendo la Provincia di Bolzano, che da sola arriva a 2.900, appunto perché ha adottato il sistema duale tedesco e perciò, da questo punto di vista, è computata come esterna al sistema di istruzione italiano. I numeri scarsi dell’esperienza di apprendistato non sono certo soltanto imputabili alla disattenzione dell’attuale governo. Vi sono resistenze soggettive e difficoltà oggettive sia sul fronte delle scuole sia su quello delle aziende.

Le difficoltà oggettive nascono dalle differenze innegabili di mentalità, cultura, assetti organizzativi dei due mondi. Di qui quelle degli addetti. Il passaggio critico è quello dell’individuazione di un tutor e di un sistema tutoriale per le due parti, che siano in grado di procedere “in modo duale” alla verifica e alla valutazione dei percorsi formativi e dei risultati dei ragazzi. Permane nel mondo scolastico una diffidenza assai pronunciata verso l’impresa e il lavoro, accusati semplicemente di sfruttamento “minorile”. Accusa molto spesso reiterata contro l’Alternanza scuola-lavoro, dove pure il primato della scuola è solido. Gli insegnanti fanno fatica a convincersi che il lavoro, nella sua concreta organizzazione, e la vita di azienda possano produrre cultura e educazione della persona. E gli imprenditori lamentano l’astrattezza della pedagogia scolastica; i ragazzi che arrivano in azienda sono descritti come quelli che “non sanno niente”, “non sanno stare al mondo”, “mancano di regole”.

Eppure, quella del sistema duale pare essere la strada del futuro. In primo luogo, perché il lavoro è sempre più carico di sapere e di intelligenza attiva. E, viceversa, un sapere che non sia anche work-based è un sapere astratto, non spendibile nel mondo reale; è fatto solo di nozioni che non riescono a diventare competenze.

In secondo luogo, perché, come hanno sottolineato i numerosi imprenditori presenti al convegno, sta arrivando un futuro diverso, non una nuova fase della storia, ma un’altra storia. Come ha ricordato la rappresentante della Dallara – impresa specializzata in automobili da competizione, che ha “assunto” dieci ragazzi dell’Istituto Gadda in apprendistato – la competizione prossima ventura e la sfida globale già in atto non corrono più tra singole imprese, ma tra “territori”, cioè tra sistemi territoriali, nei quali vi sia un’integrazione tra istruzione, educazione, cultura tecnico-scientifica, lavoro. E’ questo anche l’unico modo per ridare vocazione produttiva e capacità di integrazione sociale a territori marginali, altrimenti destinati allo spopolamento e al declino. Vale per le Valli dell’Appennino e per quelle delle Alpi.

In terzo luogo, l’esperienza dell’apprendistato contribuisce in modo decisivo a ridurre la dispersione scolastica. Infatti una delle cause è appunto la trasmissione del sapere solo school-based. Ed è ormai noto, anche se ostinatamente negato, che l’organizzazione attuale della didattica è la prima causa di noia, alienazione, fuga dalla scuola. Da questo punto di vista, Emmanuele Massagli, relatore al convegno, ha segnalato l’assurdità di far iniziare l’apprendistato solo a 15 anni, al secondo anno delle superiori. Troppo tardi, perché i fenomeni dispersivi incominciano già nel corso del primo anno.

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