SCUOLA/ E Maturità: quella lezione alle famiglie di chi non ce la fa

La seconda prova della maturità dovrebbe indurre docenti e famiglie ad una ulteriore assunzione di responsabilità. Ma i traguardi non sono per tutti

27.01.2019 - Maria Luisa Giaccone
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Esame di Stato (LaPresse)

Novità… oddio le novità, che ansia; prove articolate su più discipline, proprio all’esame di Stato!

Le novità preoccupano sempre. E sempre stimolano. Siamo pronti per queste novità? Dovremmo esserlo, in quanto sia le Indicazioni nazionali che, più esplicitamente, il Profilo dello studente in uscita dai vari licei sottolineano l’importanza  di sviluppare competenze di connessione fra contenuti, contestualizzazione, elaborazione anche originale, riflessione critica che certamente consentono di effettuare prove interdisciplinari. Diremo di più: un percorso finalizzato al potenziamento di competenze quali quelle citate vede in una prova non solo interdisciplinare ma decisamente transdisciplinare il suo snodo valutativo naturale. Si tratta, in altre parole, di preparare i ragazzi ad affrontare problemi, a ragionare in termini di problemi e non di discipline, articolandone l’analisi e prospettandone la soluzione sulla base di strumenti, modelli, dati che possono provenire da diversi ambiti disciplinari. La disciplina diventa dunque un “serbatoio di utensili” di cui la mente si serve.

Andiamo ( coraggiosamente) ancora oltre: al di là del Profilo, non è la conoscenza stessa del nostro mondo a dirci che questa è la finalità che dobbiamo perseguire? Ci capita tutti i giorni, in ambito lavorativo come nel comune vivere sociale, di dover ricercare, confrontare, valutare criticamente informazioni; di affrontare problemi che presentano aspetti, sfaccettature, punti di vista diversi; di imparare da soli cose che nessuno ci ha mai insegnato. Niente di più naturale, dunque, che la finalità ultima dell’istruzione, in primis liceale, sia il formare menti agili.

Dovremmo, dunque, essere prontissimi. Quando però le novità arrivano, ed arrivano in forma ineludibile, non ci si sente mai pronti. D’altronde, se ci si sentisse perfettamente pronti, la novità non sarebbe tale. Inoltre, bisogna pure iniziare.

Cosa fare, quindi? Continuare a fare ciò che già si sta facendo, se quanto detto sopra è patrimonio acquisito di un collegio docenti; se, con le ovvie difficoltà, sbagliando, correggendosi, rivedendo, accontentandosi, ci si è comunque misurati con la sfida di formare i ragazzi secondo quanto espresso. Se no, la partita, almeno nell’immediato, è persa. Per ottenere risultati, sia pure diversificati in base a capacità, motivazione, impegno e tutto ciò che dipende dal singolo individuo, occorre lavorare per anni, con consapevolezza e testardaggine, sull’obiettivo. Recuperare in un quadrimestre è impossibile: si possono recuperare contenuti, conoscenze, anche procedure, ma non si impara in tempi brevi ad usare la propria mente in modo efficace.

Con quale risultato? Ci saranno ragazzi che svolgeranno comunque bene la seconda prova: quelli che per natura, per autonomo sviluppo, per qualsiasi altro motivo possiedono tali competenze indipendentemente da quanto la scuola abbia o non abbia fatto. E gli altri?

Già, gli altri. Fermo restando il fatto che le finalità normativamente esplicitate vanno consapevolmente assunte e perseguite; che i problemi sono sfide e come tali vanno affrontati; che solo misurandosi con ciò che è nuovo, inusuale, complesso si cresce; fermo restando tutto ciò e gettando coraggiosamente sulla bilancia tutte le doti di intelligenza, di cuore, di volontà che la maggior parte dei docenti (non tutti, certo, ma la maggior parte sì) profonde a piene mani nel proprio agire quotidiano, è doveroso e necessario affermare un’ovvietà che spesso, tuttavia, viene taciuta o al massimo sussurrata: non tutto è per tutti.

Stante il fatto che, nonostante molte ed egregie iniziative, le famiglie continuano a prediligere ( per motivi che non è qui il caso di discutere) i licei, ci si trova ad operare anche con studenti per i quali il percorso di sviluppo delle competenze citate è particolarmente difficile. Sia chiaro, oltre ai ragazzi brillanti, che ci deliziano ma che quasi sembrano non aver bisogno di noi, siamo abituati a lavorare con ragazzi inizialmente fragili ma che ci credono, crescono, ci stupiscono; che ci vengono a trovare, magari già laureati, e ci danno la grande gioia di non riconoscere più in loro i ragazzini insicuri e “tutti da costruire” che erano stati. Sono quelli che più ci danno il senso della bellezza e del potenziale insito nel nostro lavoro.

Dobbiamo però fare i conti anche con motivazione scarsa se non nulla, scarsa curiosità, lacune gravissime nella preparazione pregressa, capacità non adeguate. Ragazzi che hanno scelto una scuola sbagliata, dunque, per cui il riorientamento è doveroso, perché la scuola può e deve richiedere impegno, studio, anche sacrificio, ma non può farsi sede di accanimento pedagogico.

Certo gli obiettivi che ci vengono posti e che noi stessi ci poniamo sono alti. Utopistici, forse? E va bene, puntiamo senza paura all’utopia, perché è l’utopia che muove i processi umani; perché anche se il topos non lo si raggiunge mai esso è là, come limite, come valore a cui tendere; perché senza utopia saremmo molto più poveri.

Ma non trascuriamo, nel contempo, il sano realismo: se quello, pur con le ovvie declinazioni connesse alle differenze individuali, è il traguardo, non è realistico credere (o fingere di credere) che tutti possano percorrere quella strada. Nel momento in cui, a inizio percorso, si esplicita il traguardo finale, occorre anche assumersi la responsabilità di aiutare ragazzi e famiglie a scegliere quella o un’altra strada. E’ una questione di onestà intellettuale.

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