SCUOLA/ Mobilità docenti, dal concorso a quota 100 le sfide del 2019

Trasferimenti, quota 100, concorso, regionalizzazione degli insegnanti: quest’anno la giostra del personale docente viaggerà a pieno ritmo

02.02.2019 - Marco Ricucci
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Scuola (LaPresse)

Il 2019 si appresta a essere l’anno della cuccagna per il mondo della scuola: non si tratta solo degli aumenti di stipendio ben lontani dai livelli dei docenti europei. In questo anno, nel 2019, grazie alla legge di bilancio e alle elezioni del Parlamento europeo, il Governo Conte è stato liberale per migliaia di docenti meridionali “deportati” al Nord dall’assunzione di massa operata dalla “Buona Scuola” di creatività renziana.

Nell’a.s. 2015/2016 circa 55mila docenti lasciarono la loro vita per andare laddove ci sono, storicamente, più cattedre, ma il 2019 è l’annus mirabilis perché la quota (40% dei posti disponibili) riservata ai trasferimenti tra diverse province è inusualmente alta e la quota 100 (minimo 62 anni di età e 38 di contributi) libererà migliaia d posti di lavoro occupati tradizionalmente dalla maggioranza di donne (il Miur ha calcolato tra i 20mila e 70mila docenti).

Se da una parte il Governo è generoso per garantire il rientro di docenti approdati al Nord, intende tuttavia porre un freno all’emorragia consolidatasi del viavai di docenti: si ritorna alle regole del vecchio contratto della mobilità dei docenti rivoluzionato dalla riforma scolastica di Renzi, che aveva ascoltato più  convinzioni ideologiche che criteri di funzionalità del mondo complesso della scuola, la più grande “azienda” pubblica del nostro Paese. Anche se il giornalista Floris la chiamò “la fabbrica degli ignoranti”, titolo di un suo libro.

Nella prossima domanda di mobilità, il docente dunque metterà un codice che corrisponde a una singola e specifica  scuola e, se riuscirà a ottenerla, vi dovrà rimanere almeno tre anni prima di poter richiedere un ulteriore trasferimento. A meno di ripensamenti del prossimo Governo.

Il principio vale anche per i neoassunti: il 2019 è l’anno di un nuovo concorso per i docenti, i quali dovranno rimanere almeno 4 anni nella scuola dove svolgeranno l’anno di prova nel primo anno di assunzione.

I requisiti di accesso per il concorso 2019 sono i seguenti: per i posti comuni (materie) abilitazione specifica sulla classe di concorso oppure laurea (con piano di studio completo per l’accesso a quella classe di concorso) e 24 Cfu nelle discipline antropo-psico-pedagogiche e nelle metodologie e tecnologie didattiche oppure, per la categoria dei sissini, passini, tieffini, abilitazione per altra classe di concorso o per altro grado di istruzione, fermo restando il possesso del titolo di accesso alla classe di concorso richiesta (no 24 Cfu). Chi vuole fare il docente di sostegno per gli alunni diversamente abili dovrà possedere la specifica specializzazione e dovrà rimanere almeno 5 anni prima di poter chiedere il passaggio sulla materia. Scongiurato il vincolo decennale che qualcuno aveva ventilato. Su richiesta del Veneto, il Governo ha avviato l’iter politico-burocratico per la regionalizzazione, nella misura in cui la scuola localistica sarebbe l’escamotage per facilitare il miglioramento dell’apparato formativo.

Molte Regioni del Nord hanno avanzato la medesima richiesta, pensando che questo possa essere una ghiotta occasione per riformare seriamente l’istruzione tecnica: molte aziende non trovano giovani  preparati e adatti alle loro esigenze lavorative. Secondo il ministro Bussetti, in una dichiarazione riportata su più siti specializzati, tale processo porterà “a un modello virtuoso di gestione più capillare delle scuole. Ci potrebbe essere una fase transitoria in cui i professori potrebbero passare alla Regione su base volontaria. I programmi e gli ordinamenti restano invece allo Stato”. Già si preannuncia un gran lavoro per la Corte Costituzionale per dirimere i conflitti futuri tra Stato centrale e Regioni. Il 15 febbraio se ne saprà qualcosa in più.

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