SCUOLA/ Noi prof, scintille di qualcosa che nella Rete non si trova

- Mario Tamburino

Un corso online sulla sicurezza lascia indifferenti gli studenti, non sollecitati a cogliere il legame con le domande. Che solo un incontro umano può suscitare

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LaPresse

“Se la sfida non vale la pena di essere accolta, allora internet è una risorsa. Se vale la pena, mi impegno io”. Le parole con le quali il mio alunno Salvo dà sfogo all’insofferenza per il “noiosissimo corso di formazione sulla sicurezza” che è costretto a completare online, mi sorprendono. Cosa non funziona? Il corso è stato ideato su misura per le scuole: video situazionali, cortometraggi con noti attori a suscitare un’immedesimazione emotiva col dramma che l’inosservanza delle norme di sicurezza sui luoghi di lavoro può causare, coloratissimi quiz riepilogativi e game per memorizzare. Risultato? Noia, noia, noia. E quando la scuola “annoia” il disastro è alle porte.

In effetti, a ripensarci, eravamo partiti male. A meno di un’ora dall’inizio persino le alunne più diligenti avevano messo da parte il quaderno degli appunti e raggiunto i compagni su internet. Le soluzioni alle domande che permettono il superamento del corso, infatti, erano già state scovate in rete, rendendo così superfluo ogni sforzo personale. Così, le immagini scorrono sugli schermi nell’indifferenza generale in attesa di inserire, man mano, le risposte richieste.

Inutile correre ai ripari, il danno è fatto. I miei alunni non prendono neppure in considerazione la possibilità di cogliere il legame di significato tra domande e risposte. “Trascina giallo, verde e rosa su TESTO UNICO” suggerisce Giuseppe alla compagna indicando lo schermo, “Il resto va su ALTRI TESTI”. Il gioco è fatto. “PERFETTO” sancisce il display del pc. Mi riesce difficile essere d’accordo. La risposta è giusta, ma l’alunno non ha capito niente.

Mi rivedo tra le mura del mio liceo alle prese con un compito in classe, quasi quarant’anni fa. Eravamo così diversi? Angelo e io ci sistemiamo all’ultimo banco, stirando accuratamente i fogli della Gazzetta dello Sport sul ripiano sottostante. Dopo un po’, Salvatore interrompe il silenzio ponendo una questione di cui solo Patrizia coglie il senso. Lisa puntualizza un aspetto dell’esercizio. Gianni chiede silenzio, sta per verificare l’ipotesi. La direzione presa è giusta! Ancora un’occhiata alle pagelle dell’Inter e poi Maurizio ci passerà le copie che “Turi” gli avrà consegnato. Missione compiuta. La risposta al quesito è esatta e io non ho capito niente.

Nulla è cambiato, dunque? Non direi. Diversamente da ieri, oggi sembra essere la tecnologia, e non l’indolenza, a rendere superfluo lo sforzo cognitivo. I ragazzi si muovono con la “logica” del computer (che di per sé, in quanto macchina, non possiede logica alcuna): cercano il risultato che altri hanno già messo in rete. Strano notare come a furia di tentare di riprodurre i processi neuronali della mente nelle intelligenze artificiali sia, in realtà, la mente dei miei alunni a imitare i processi elettronici del pc.

Il recente saggio di Alessandro Baricco The Game sembra confermarlo. Fino al secolo scorso, afferma lo scrittore torinese, l’esperienza della conoscenza era appannaggio di pochi e richiedeva lo sforzo di andare in profondità. Dopo la rivoluzione operata dalla rete – nota – occorre “rifiutare la profondità come luogo dell’autentico e collocare in superficie il cuore del mondo”. Un tempo, la dimensione della conoscenza aveva la forma dell’iceberg, la cui massa si trova quasi tutta sotto il pelo dell’acqua. Gli inventori della rete – sostiene Baricco – “hanno rivoltato l’iceberg e riportato il senso in superficie”. Così, la “post-esperienza” della conoscenza dei nativi digitali non è più frutto di uno sforzo, la si ha a portata di mano: basta un tocco leggero sulla superficie del mare di dati che giace sopito sotto il touch screen dello smartphone. “Cosa fare, dunque?” si chiede Baricco, se non approfittare “del fatto che qualcuno è andato a disseppellire l’essenza delle cose e l’ha appoggiata sulla superficie del mondo”?

La rete fa fuori le mediazioni! esulta. “Non ci sono più in giro sacerdoti a romperti i coglioni” – e neppure maestri, prof, padri o amici – “e fai l’unico gesto che quel sistema sembra suggerirti: metti tutto in movimento. Incroci. Colleghi”. E citando Stewart Brand, precursore e ideologo di internet, rovescia il luogo comune per cui lo strumento dipende da chi lo usa: “Molte persone provano a cambiare la natura degli umani, ma è una perdita di tempo. Non puoi cambiare la natura degli umani, quello che puoi fare è cambiare gli strumenti che usano, cambiare le tecniche. Allora cambierai la civiltà”.

Chissà perché non riesco a provare quel senso di euforica consegna di sé al sistema che pervade l’autore…

Nella distesa sconfinata di dati riversati in quell’universo in espansione che è la rete, manca qualcosa. Non è prevista la domanda sul significato di sé e della realtà che nessuna macchina può accendere. Manca la scintilla del perché, quella che fa intuire che non tutto è già dato, scoperto, previsto e stabilito.

C’è di più, c’entra con il mio io e non si trova su internet. È la sfida di cui parla il mio alunno, la stessa che, attraverso il mio professore di italiano, mi ha strappato alla mia sciocca indolenza. Essa passa sempre dal fascino assecondato di un incontro umano e di una proposta che valga la pena del nostro impegno. E mentre Salvo si attende qualcosa da me non rendendomi inutile, io sono grato a lui per quella scintilla di umanità che continua a custodire dentro di sé.

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