SCUOLA/ Insegnare libertà: quando non c’è regime (fascista) che tenga

- Giorgio Chiosso

12 figure di maestri che non hanno piegato il capo di fronte al regime. A loro è dedicato un saggio di Massimo Castoldi

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Quando si hanno la capacità e il coraggio intellettuali di non accontentarsi dei luoghi comuni si possono scoprire aspetti sconosciuti della nostra storia più recente, specie in quelle vicende i cui protagonisti sono persone semplici lontane dalla ribalta importante, ma capaci di vivere con integrità e coerenza i loro valori. È quanto suggerisce la lettura del bel libro di Massimo Castoldi, Insegnare libertà. Storie di maestri antifascisti (Donzelli, 2018) nel quale l’autore raccoglie dodici biografie di maestri e maestre che in vario modo e con motivazioni ideali diverse non hanno piegato il capo di fronte al fascismo.

Alcune di queste vicende erano già note, come quella del maestro cattolico Anselmo Cessi assassinato nel 1926 per il suo antifascismo mentre passeggiava con la moglie nel suo paese, Castel Goffredo in provincia di Mantova, e quella della maestra socialista Alda Costa, imprigionata, messa al confino e morta in solitudine forzata, immortalata nel racconto di Giorgio Bassani, Gli ultimi anni di Clelia Trotti.

Altre vicende sono meno note, come quella di Carlo Cammeo, pisano, ucciso nel 1921 – una delle prime vittime dell’antifascismo scolastico – di fronte ai suoi allievi da una squadraccia di camice nere o quella di Anna Botto, una maestra di Vigevano, morta bruciata nel lager di Ravensbrück o, ancora, quella di Salvatore Principato, uno delle quindici vittime di piazzale Loreto, uno degli eccidi fascisti più efferati, a Milano il 10 agosto 1944. Altre ancora sono del tutto inedite, storie di insegnanti che nella riservatezza (ma anche senza reticenze) delle loro aula o con attività editoriali in piccoli gruppi riuscirono a oltrepassare le maglie della censura del regime e a proporre ai piccoli allievi una visione della vita alternativa a quella proclamata dal regime con il celebre slogan “Libro e moschetto, balilla perfetto”.

Il libro di Castoldi si può leggere in diverse prospettive. Il primo merito dei dodici racconti è senz’altro quello di conservare alla memoria comune i protagonisti di storie di coraggio e coerenza spesso dimenticate, vicende spesso fatte di gesti dignitosi, talvolta anche eroici, destinate – scomparsi i diretti testimoni – ad essere sepolte sotto una pietra tombale. Prima ancora del loro significato politico, le storie dei maestri antifascisti sono testimonianze di coerenza, di ideali vissuti nella loro quotidianità, di scelte concrete seguite da fatti altrettanto concreti. Una grande lezione per ricordare che oltre all’immagine, all’effimero, al post-ideologico dei nostri tempi c’è qualcos’altro intorno a cui interrogarci.

Una seconda lettura riguarda la figura di maestro che emerge dalle dodici biografie. Maestri non solo “competenti” e non solo “colti”, ma anche “sapienti” nel significato originario di questa espressione e cioè capaci di dare “sapore alla conoscenza”. Gli ideali che li animano sono diversi: per alcuni sono valori politici (socialisti, comunisti, gobettiani), per altri sono valori genericamente umanitari, per altri ancora sono ideali radicati nella fede religiosa, per tutti sono occasione per proporsi come persone dalla schiena dritta. Nei ricordi dei loro allievi è questo un tema ricorrente. Si direbbe che gli insegnanti sono ricordati soprattutto per quello che sono stati come persone.

Un terzo motivo d’interesse, infine, riguarda una questione meno “pedagogica” e più storica e cioè l’invito a rileggere il Ventennio in modo più articolato e meno rituale di quanto non sia finora accaduto. Castoldi suggerisce che le esperienze dei maestri antifascisti “ci insegnano che non si può risolvere l’antifascismo in una prospettiva univoca di politica militante, prima nel fuoriuscitismo e nella propaganda clandestina, poi nello scontro armato col regime nella guerra di Liberazione”. Esse testimoniano che ci fu un’opposizione meno diretta e frontale attraverso il linguaggio e i modelli culturali, “contrassegnati da valori antitetici a quelli dominanti… come libertà, indipendenza, solidarietà, aspirazioni sociali”.

Queste constatazioni, a loro volta, invitano ad approfondire se davvero la scuola del regime fu monoliticamente “fascista” o se, invece, essa fu – al di là delle immediate apparenze – meno conformista di quanto molta storiografia ci ha trasmesso. Del resto che qualcosa non abbia sempre funzionato sono le stesse fonti fasciste a documentarlo, come dimostrano le continue lagnanze che ricorrono sulla stampa del regime circa la insoddisfacente fascistizzazione degli insegnanti. C’è insomma ancora molto da approfondire. Il libro di Castoldi accende una preziosa luce su una pagina ancora un po’ in penombra della storia italiana.

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