SCUOLA/ Nuovi presidi e nuovi prof in un paese povero e per vecchi

- Corrado Bagnoli

Chiedersi dov’è finito e cosa fa oggi il preside è chiedersi dove va la scuola. Dovrebbero essere le scuole a scegliersi chi le dirige

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LaPresse

Pare che finalmente si sia trovata la risposta all’annosa questione posta dal famoso ritornello di una vecchia canzone che più o meno recitava così: “il nonnetto, dove lo metto? Dove lo metto? Non si sa”. Ecco adesso si sa: nel Veneto il nonnetto medico ritorna nel suo ambulatorio o negli ospedali; qualcuno, anche da queste pagine, suggerisce che nelle scuole orfane di preside possano tornare quelli prematuramente e sveltamente spediti in pensione e che ancora avrebbero tanto da dire e da dare alle patrie istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado.

Che, detto così, non suona per niente strano: certamente questi funzionari recentemente spediti a godersi un’onorevole pensione saprebbero come affrontare la gestione di una scuola che, se va bene, vede un preside titolare presso una sede e nominato reggente in quella orfana di un capo arrivare qualche ora alla settimana, sbrigare le faccende più impellenti, non riconoscendo nemmeno gli insegnanti e i collaboratori che si trova davanti, confondendo date e orari tra la scuola in cui è ufficialmente il capo e quella in cui è un fantasma triste che si aggira tra corridoi e uffici che non conosce.

Ma se su 8mila scuole presenti sul territorio nazionale quasi 3mila sono senza preside, cosa si può fare? Un concorso? Certo, ma bisognerebbe che dopo tre anni se ne venisse a capo, con promossi e bocciati, con nominati e scartati. Ma così non è, purtroppo. E poi, non si creda che da questi concorsi arrivino chissà quali professionisti della scuola, anche perché ormai il ruolo del preside è sempre più quello di un amministratore, di un più o meno preparato burocrate che si sappia muovere tra scartoffie, leggi e circolari.

Se per dirigere un’istituzione scolastica ormai è più urgente e necessario avere un avvocato che una figura competente sulla didattica, sui temi educativi, sulla gestione dei rapporti umani, la domanda allora raddoppia: dov’è finito e cosa fa il preside? Dov’è finita e cosa fa la scuola?

Qualcuno potrebbe bollare queste domande come inutili sofismi, vacui interrogativi essenzialisti che non portano da nessuna parte. Allora forse è per questo che qualcuno suggerisce di dotare i 5mila presidi globetrotter rimasti con una sorta di braccialetto elettronico che consenta di essere rintracciati: dopo la tracciabilità e le filiere del cibo, dei soldi e dei prodotti, ecco la tracciabilità dei dirigenti scolastici.

Dov’è finito il preside? Ecco, fuori dalla metafisica, la possibilità di una risposta molto fisica e concreta lanciata dalla lungimiranza di qualche politico. Doteranno i presidi che stanno tra una sede e l’altra, tra una succursale e una dependance, di un aggeggio elettronico che assomiglia a quello che si installa sulle corriere e sui camion: vedremo quanti chilometri ha percorso e in che ora si trovava in via Verdi o in via Garibaldi. E pagheremo incentivi non più sui progetti didattici, ma sui chilometri effettuati. E non potrà più fare il furbetto il signor preside reggente. Non potrà dire: sarò qua, mentre dovrebbe essere là.

Niente bugie, insomma. Verrebbe da pensare che il fantasma che si aggira tra corridoi e aule sconosciute è triste per questo motivo. Ma come si risolve la questione? Davvero si dovrebbero richiamare dal loro Eldorado i buoni, vecchi, preparati presidi pensionati? Un Paese costretto a ricorrere a questo è un povero Paese. Il mio amico Giuseppe mi ha confessato che gli piacerebbe suggerire una cosa che succede nella Francia napoleonica e statalista che però in questo, forse, è meno accentratrice e retrograda dell’Italia. Secondo lui nelle scuole francesi è la scuola che si sceglie il suo preside: il collegio docenti, i genitori, la municipalità si riuniscono e valutano una serie di candidature all’interno della scuola stessa in cui occorre sostituire il vecchio preside. Spesso, mi dice Giuseppe, ci sono nelle scuole orfane di un capo, ottimi professori che da vice mandano avanti la baracca senz’altro meglio di chiunque possa venire da chissà dove, investito da un’autorità concorsuale. Vuoi vedere che Giuseppe in fondo mi dice questa cosa perché, in questi anni che gli rimangono, vorrebbe fare lui il salto di categoria? Mi tranquillizza e mi dice che non ci pensa neanche.

Io comunque non so se è vero che in Francia funziona proprio così, ma è certo che sarebbe una soluzione praticabile e che il nominato rappresenterebbe una continuità nel lavoro, un’affidabilità provata e conclamata. Certo, se così avvenisse, quel professore, elevato agli onori della presidenza senza concorsi di anni, dovrebbe accettare l’incarico ed essere sostituito nel suo ruolo. Ma allora ci si troverebbe daccapo: dovremmo sostituire a questo punto non più un preside, ma un professore.

Che forse è più facile. Basta chiedere alle migliaia di prof che stavano al Forum di Assago per la prova di ammissione al nuovo Tfa o come diavolo si chiamerà, mi spiega ancora Giuseppe. Che non era lì, ma ha qualche collega che c’era. Tutti sulle seggioline di plastica con il questionario sulle ginocchia, con il cellulare in una mano e la penna nell’altra. Se i tuoi vicini sugli spalti non sapevano le risposte, c’era sempre internet con il wifi gratuito a disposizione. Vuoi che non si riesca a trovare la soluzione al quesito? Vuoi che non si riesca a passare ‘sto esame? Un paese che non ha una sede dove fare sostenere un esame alla futura classe docente che preparerà la sua futura classe dirigente non è un povero Paese?

Giuseppe però dice che in Francia non ci vuole andare, che andrà in pensione qui, magari un po’ triste perché intanto, quelli seduti al Forum, se il concorso andrà per le lunghe come quello dei presidi, invece di insegnare al suo posto vivranno con un qualsiasi reddito di cittadinanza. In un Paese povero e per vecchi.

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