ELEGIA AMERICANA/ Amy Adams brilla nel film tratto dalla storia di J.D. Vance

- Carmine Massimo Balsamo

Elegia Americana (Hillbilly Elegy), la recensione del film Netflix diretto da Ron Howard con protagoniste Amy Adams e Glenn Close

elegia americana
Photo Cr. Lacey Terrell/NETFLIX © 2020

Reduce dal documentario su Luciano Pavarotti, Ron Howard si è messo in gioco con un’altra storia di vita particolarmente interessante con il suo Elegia Americana (Hillbilly Elegy), da oggi – martedì 24 novembre 2020 – disponibile su Netflix. Il film è tratto dal bestseller del New York Times di J.D. Vance, un’autobiografia che ha riscosso enorme successo negli Usa e che ha acceso i riflettori sul percorso di una famiglia statunitense come tante…

J.D. Vance (Gabriel Basso), ex marine dell’Ohio e attualmente studente di legge a Yale, sta per ottenere il lavoro che ha sempre sognato quando una crisi familiare lo costringe a tornare nella casa che ha cercato di dimenticare. J.D. deve districarsi tra le complesse dinamiche culturali della sua famiglia, tipiche delle comunità montane degli Appalachi, inclusa la sua precaria relazione con la madre Bev (Amy Adams), afflitta da problemi di dipendenza. Ispirato dai ricordi della nonna Mamaw (Glenn Close), la solida e arguta figura femminile che l’ha allevato, J.D. impara ad accettare l’indelebile influenza della famiglia sul suo percorso personale.

Pubblicato nel 2016, il libro Elegia americana (Hillbilly Elegy) ha raggiunto in breve tempo la vetta della classifica di vendite e, dopo aver rifiutato diverse offerte, J. D. Vance ha deciso di affidare la storia della sua famiglia a un regista esperto come Ron Howard. È lui a guidarci, attraverso un tambureggiante quanto irregolare passaggio dal 1997 al 2011, in un viaggio generazionale all’interno di una famiglia in grosse difficoltà. Un’infanzia disperata in comunità dimenticate, posti dimenticati da Dio del Midwest noti come hillbilly, che lottano  ogni giorno contro la povertà e la violenza.

Ciò che non convince di Elegia americana è la sceneggiatura, un po’ troppo sfilacciata e incapace di valorizzare il ruolo delicato di J. D. Vance. In particolare, non approfondisce  i prodromi della storia della famiglia, “costringendo” lo spettatore a un imponente lavoro di ricerca prima di vedere il film. Decisamente più riuscita è la costruzione dei personaggi di Bev e Mamaw, che rubano la scena anche grazie alle straordinarie performance di Amy Adams e Glenn Close (che torna a lavorare con Howard a 26 anni da The Paper). La prima, soprattutto, si conferma come una delle migliori interpreti della sua generazione, se non la migliore: il suo è un personaggio sensibilmente fragile, una donna tossicodipendente con un passato ingombrante, e riesce a trasmettere le sue sofferenze interiori con semplici gesti, anche solo con uno sguardo. Meravigliosa.

Elegia americana (Hillbilly Elegy) ci parla di umanità e del valore della famiglia, in grado di superare qualsiasi ostacolo con la potenza dell’amore. Ogni nucleo ha i suoi lati positivi e i suoi lati negativi, ricordi belli e brutti, ma son due facce della stessa medaglia. La pellicola ci racconta anche l’importanza delle donne nella storia di ogni uomo, in questo caso del protagonista: sono le donne della sua vita (sua madre Beverly, sua sorella Lindsay, sua nonna Mamaw, la sua ragazza Usha) a permettere a J. D. Vance di trovare sè stesso, di realizzarsi. Lui riesce a maturare grazie ai loro punti di forza, arrivando a mettersi alle spalle anche le loro debolezze.

Elegia americana (Hillbilly Elegy) però non riesce nell’intento di raccontare il fallimento della tanto decantata terra delle mille opportunità, probabilmente per poca audacia. La comunità di J. D. Vance viene analizzata solo marginalmente, a differenza di quanto accade nel libro. Non viene spiegato perché quelle famiglie hanno rincorso il sogno americano senza mai avvicinarsi, o anche perché l’indigenza e la miseria spinge all’autodistruzione.

Chiudiamo questa recensione di Elegia americana (Hillbilly Elegy) con una menzione per la meravigliosa colonna sonora firmata dal premio Oscar Hans Zimmer (nono progetto insieme a Howard), in collaborazione con David Fleming: un tocco leggero che accompagna il film senza intralciarlo.

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