ELEZIONI IN EMILIA-ROMAGNA/ Tutti i numeri che smentiscono lo schema Bonaccini-Pd

- Romano Colozzi

Lo schema del Pd è semplice: solo con Bonaccini la Regione può garantire civiltà e progresso contro barbarie e involuzione. Ma non è proprio così

zingaretti bonaccini 1 lapresse1280
Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, con il presidente uscente dell'Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini (LaPresse)

Hic sunt leones”. Con questa frase, anticamente, si era soliti indicare delle zone inesplorate e considerate selvagge. Oggi serve talvolta, più o meno scherzosamente, per indicare realtà sociali caratterizzate da ignoranza o minore sviluppo.

Mi è tornata alla mente questa antica locuzione latina sentendo la grancassa che il Pd sta cominciando a suonare in Emilia-Romagna, in questo inizio di campagna elettorale per il rinnovo degli organi regionali.

Sostanzialmente, lo schema comunicativo potrebbe essere così riassunto:

1) è meglio stare molto alla larga da tematiche nazionali, se non per implorare di cambiare la manovra finanziaria, in particolare sulla plastic tax, perché è chiaro il convincimento che legare le sorti dell’uscente presidente Bonaccini alle azioni del governo giallo-rosso sarebbe un vero e proprio abbraccio mortale;

2) bisogna dunque parlare solo delle “magnifiche sorti e progressive” dell’Emilia-Romagna, dipinta come la Regione meglio governata d’Italia, leader nazionale per sviluppo, qualità della vita, completezza di servizi, grazie alla cinquantennale egemonia comunista e post-comunista;

3) si individua nell’uscente Bonaccini il nocchiere indispensabile, novello Palinuro, che solo può garantire di mantenere i livelli qualitativi raggiunti, impedendo ad altri, sicuramente peggiori di lui e incapaci, di prendere la guida della caravella emiliano-romagnola.

Non mi scandalizzo minimamente del fatto che un partito, che probabilmente in queste elezioni regionali si sta giocando anche il suo destino a livello nazionale, faccia di tutto per spingere il proprio candidato verso una riconferma, ma per far questo non si possono descrivere gli avversari come portatori di visioni politiche o tecniche amministrative che porterebbero allo sfacelo le istituzioni regionali e farebbero fare passi indietro alla Regione, in termini di coesione sociale e di sviluppo economico.

Pur essendo fiero di essere emiliano-romagnolo (romagnolo, per l’esattezza) e convinto che la nostra regione, insieme a Lombardia e Veneto, potrebbe essere presa a modello dallo Stato per migliorare le sue performance, ciò non mi impedisce di riconoscere che si può sempre migliorare, anche confrontandosi con modelli amministrativi diversi, che hanno dimostrato nei fatti il loro indiscusso valore.

Ovviamente non mi riferisco a un confronto essenzialmente di tipo ideologico o filosofico, ma a un vero e proprio benchmark, come è doveroso quando si parla di amministrazione pubblica, in cui è necessario utilizzare le risorse, sempre insufficienti, nel modo più efficiente, così da ampliare la capacità di risposta ai bisogni.

Il fatto che l’Emilia-Romagna, con i suoi 4,443 milioni di abitanti, spenda negli stipendi dei dipendenti 184 milioni di euro, contro i 167 spesi dalla Lombardia con più di 10 milioni di abitanti, significa uno spreco di 100 milioni di euro che potrebbero tramutarsi in ampliamenti di servizi o, meglio, in nuovi investimenti pubblici, oggi particolarmente necessari. Basti pensare che straordinaria leva finanziaria sarebbe una cifra simile per dar vita, ad esempio, a un Piano di edilizia a canoni calmierati per famiglie indigenti o per giovani coppie.

Un discorso analogo lo potremmo fare anche nel settore sanitario: in Emilia-Romagna abbiamo circa un dipendente ogni 79 abitanti, contro uno ogni 114 della Lombardia. Avvicinarsi a questo standard potrebbe significare un risparmio di quasi mezzo miliardo con cui potenziare, ad esempio, i servizi per la non autosufficienza o la grave disabilità, sui quali la capacità di risposta è largamente inferiore alle esigenze, come ben sanno tutte le famiglie che devono assistere anziani o minori non autosufficienti.

Per queste tipologie di bisogni gli interventi sono essenzialmente di due tipi: il sostegno alle famiglie che riescono ad assistere i congiunti a casa, assumendosi di fatto la funzione di caregivers, e l’offerta di posti in residenze convenzionate con l’ente pubblico ai cui costi deve partecipare la famiglia con il pagamento di una retta.

In Emilia-Romagna i posti in Residenze sanitarie assistenziali (Rsa) sono circa 16.000 (uno ogni 278 abitanti) e quelli per malati di Alzheimer 187 (uno ogni 23.800 abitanti); in Lombardia i posti in Rsa sono ca. 54.700 (1 ogni 182 abitanti) e quelli per malati di Alzheimer 2.926 (1 ogni 3.417 abitanti). Per quanto riguarda invece il sostegno alle famiglie vi sono modelli abbastanza diversi, con assegni o voucher proporzionati alla gravità dell’assistito, con un massimo di 45 euro al giorno in Emilia-Romagna e di 54 in Lombardia, dove, però, per i disabili gravi il contributo non è legato al reddito Isee.

I cittadini emiliano-romagnoli il 26 gennaio prossimo decideranno se continuare sulla strada dell’“usato sicuro”, affidando la guida della Regione ancora a Bonaccini, oppure se mettere alla prova, per la prima volta, amministratori portatori di modelli, idee e programmi diversi da quelli della sinistra. Ma almeno sappiano che la scelta non è fra civiltà e progresso da una parte e barbarie e involuzione dall’altra, come qualche ligio “agit-prop” vuol far credere.

© RIPRODUZIONE RISERVATA