ELEZIONI REGIONALI TOSCANA/ Ceccardi-Giani: come un feudo rosso diventa contendibile

- Antonio Napoli

Elezioni regionali in Toscana 2020. Che cosa ha trasformato una storica “roccaforte rossa” in una regione contendibile?

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Firenze (LaPresse)

DENTRE LE ELEZIONI REGIONALI TOSCANA 2020. C’erano una volta le regioni rosse… Potrebbe incominciare così il nostro racconto di quel pezzo di Italia centrale che per decenni ha rappresentato il serbatoio elettorale inesauribile e inattaccabile della sinistra italiana. A conti fatti, quel consenso da solo non ha mai consentito ad una coalizione di sinistra di vincere nel Paese, ma serviva ad alimentare una storia di “buon governo” locale, da esibire come esempio per un futuro governo del cambiamento. Poi è successo qualcosa, e quelle che erano considerate delle roccaforti inespugnabili hanno cominciato a dare seri segni di cedimento. La prima a crollare è stata l’Umbria, sotto i colpi di una brutta storia di mala-sanità. L’anno scorso è toccato all’Emilia-Romagna respingere l’assalto del centro-destra, operazione riuscita in extremis, grazie ad uno scatto di orgoglio del popolo di sinistra, spinto dal movimento delle sardine e aiutato dalla spregiudicata campagna di Salvini. È stato un grave errore quella campagna, che ebbe come risultato solo quello di oscurare la candidata a presidente e politicizzare lo scontro oltre ogni misura.

Errore che in Toscana Susanna Ceccardi, la giovane candidata della Lega, non ha intenzione di commettere. Suggerimento che sembra ricevuto direttamente da Daniel Fishman, di professione spin-doctor, lo stesso che ha aiutato un anno fa Bonaccini a vincere. Al contrario Eugenio Giani, il candidato del centrosinistra, sembra voler fare di testa sua, non dispone di una squadra di consulenti e macina chilometri ogni giorno. Non ha intenzione di cambiare quel metodo che lo ha reso una “macchina da voti”, e che lo ha portato negli anni a diventare punto di riferimento di decine di amministratori locali, operatori del territorio ma anche – instancabile – a presenziare matrimoni, comunioni, funerali. “Quante volte avrà cenato il Giani ieri sera?” sembra essere una delle battuta che circola come un tormentone in questi ultimi giorni della campagna elettorale.

Ma c’è poco da ridere. Caterina Bini è la responsabile nazionale enti locali del Pd ed è senatrice di Pistoia. Da qualche giorno ha smesso di girare per l’Italia e si è dedicata esclusivamente alla sua regione. In particolare nella sua provincia il testa a testa tra i due schieramenti sembra dall’esito così incerto che ha convinto Zingaretti a chiudere la campagna elettorale proprio nella sua città.

“Non rimane molto tempo e dobbiamo fare come in Emilia-Romagna. Parlare al cuore dei nostri elettori, chiedere loro una prova di appello. Il fascismo non è alle porte – aggiunge – ma il pericolo di buttare al vento un modello di governo che ha dato benessere e sostegno a tutti è molto concreto. La solita storia, si rischia di buttar via il bambino con l’acqua sporca. Insomma inutile fingere, c’è il rischio di gettare alle ortiche l’intera storia di una regione che ha conquistato un posto importante nel mondo grazie alle sue bellezze e al suo infinito patrimonio culturale, ma anche perché è sempre stata una società aperta, accogliente e – azzardo a dire – simpatica. Ecco, vorrei dire a tutti coloro che ancora sottovalutano la posta in gioco, ma vale davvero la pena di togliersi lo sfizio di cambiare tanto per cambiare?”.

La Bini ha ben presente quello che è avvenuto in questi anni. La difficoltà degli enti locali a conservare un livello di servizi divenuto con gli anni troppo costoso, e di conseguenza non essere riusciti ad evitare il distacco da alcuni settori fondamentali della società: i disoccupati, i lavoratori autonomi, i piccoli imprenditori, ma anche gli operai. “Cito ad esempio la Hitachi di Pistoia, la ex Breda, roccaforte storica della Cgil, dove oggi ha un peso crescente l’Ugl”. Non serve demonizzare e parlare del pericolo fascista. “La destra ha in questa regione posizioni inaccettabili, ma ormai governa diverse città e ha avuto modo di presentare un volto diverso, a volte più giovane e concreto del nostro, insomma è apparsa un’alternativa che prima non c’era e che possiamo battere solo con programmi nuovi ed idee coraggiose”.

L’altro aspetto è la dispersione del voto. La Regione Toscana è l’unica regione d’Italia che dispone di una legge elettorale che prevede il doppio turno. Ma solo se nessun candidato supera il 40%. Cosa che non sembra affatto realistica, vista la forza dei due schieramenti in campo. Eppure molti pensano di poter votare al secondo turno per il candidato più vicino, con l’evidente rischio di una forte dispersione del voto, soprattutto a sinistra. Serve anche il voto disgiunto degli elettori 5 Stelle, che risultò determinante per la vittoria di Bonaccini.

Il senatore Manuel Vescovi è stato il primo leghista sbarcato in Toscana nel 2005, proveniente dal Veneto. Ha un invidiabile curriculum di organizzatore, la Lega l’ha costruita lui. Ha vissuto sia la fase in cui era deriso e considerato un intruso, sia l’exploit della Lega di Salvini dopo il crollo del 2013. Oggi gongola nel vedere negli occhi degli avversari la paura di perdere. “Forse non succederà, ma già aver portato il centrodestra a competere in una regione rossa è una bella soddisfazione”.

“Può sembrare strano ma il nostro successo è principalmente il frutto di un lavoro fatto comune per comune. La scelta dei candidati migliori, un impegno costante – ore e ore di discussione – nel perseguire una coalizione unita, la conoscenza dei problemi del territorio lasciati languire da un potere sempre più stanco e incapace di promuovere volti nuovi”. Vescovi non si pronuncia sul risultato finale ma manifesta ottimismo. “Ai temi di politica generale si aggiunge una competizione sul territorio i cui protagonisti sono i candidati. Molto dipenderà da loro ed è difficile prevederne il peso sul risultato finale. Quelli del centrosinistra sono di più ma meno avvezzi al combattimento”.

È troppo semplice legare il declino della sinistra in queste regioni ai soli temi politici. La sinistra socialdemocratica – possiamo oggi definirla così senza il rischio di essere smentiti – ha per decenni lavorato ad un modello che era insieme un modello di governo ma anche un’idea precisa di società. Il ruolo del mondo cooperativo, le grandi organizzazioni di categoria, le associazioni del tempo libero, la rete delle Case del Popolo, l’Arci, le feste dell’Unità, addirittura un’autonoma organizzazione sportiva in competizione con il Coni e le federazioni ufficiali. Altro che corpi intermedi! Una fittissima rete di organizzazioni, presidi, relazioni, territorio.

A base di tutto l’idea di diffondere un benessere reale. Lavoro per tutti, buoni servizi per tutti, buone scuole (a cominciare dagli asili) per ogni età, grande attenzione per gli anziani. E tanto dialogo, apertura culturale, accoglienza e solidarietà.

Poi questo pezzo di Italia si è inceppato. La crisi delle grandi cooperative, il crollo del Monte dei Paschi, il susseguirsi di terremoti che hanno devastato questa parte del paese, la capacità attrattiva di altre regioni come Milano, hanno dato inizio ad un periodo difficile. Usiamo la parola giusta, hanno dato inizio al declino. Vale per l’Emilia e la Toscana, ma anche per l’Umbria e le Marche.

Sbaglia chi sogna di riproporre un modello che non esiste più nella realtà. Le generazioni più anziane ricordano quegli anni e ne vanno fiere, sono rimaste così fedeli a quei valori. I giovani non sanno di cosa si parla. Chi ha perso la sicurezza (il lavoro, il degrado dei quartieri periferici, l’impossibilità di fare impresa) trova risposte nelle colpe del passato e quindi in chi ha sempre governato. Non c’è una via di mezzo. Ora è il momento in cui bisogna prendere un impegno solenne e cambiare, molto, quasi tutto. Oppure essere condannati alle più umilianti delle sconfitte. Da cui poi sarà molto difficile risorgere.

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