ELEZIONI UK/ E Brexit, cosa succede se un elettore su 10 non sa per chi votare

- Cristina Balotelli

Oggi il Regno Unito va alle urne e non è chiaro chi vincerà in queste elezioni. Per la gente questo voto è un male necessario e si tratta di scegliere quello minore

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LONDRA — Sono state definite le elezioni più volatili del Regno Unito. Nessun partito sembra convincere a sufficienza un gran numero di elettori, per i quali questo voto è un male necessario. E si tratta di scegliere il male minore. Resta quindi elevata l’incertezza sul possibile esito di queste elezioni. Tre i possibili scenari: i conservatori ottengono la maggioranza per formare un nuovo governo e attuare in tempi brevi la Brexit; i laburisti ottengono la maggioranza e danno il via a una politica di forte spesa nei servizi pubblici e di rinazionalizzazioni, ma sulla Brexit cercano di rinegoziare un accordo; nessuno riesce ad ottenere una maggioranza e con un hung Parliament la Brexit e altre importanti decisioni vengono rinviate.

I numerosi sondaggi effettuati da varie organizzazioni durante la campagna elettorale hanno dato i conservatori in testa nelle intenzioni di voto, inizialmente con un notevole distacco dai laburisti. Ma negli ultimi giorni prima del voto, come era già successo nelle precedenti elezioni, il gap con l’opposizione si è ridotto. Lo scenario di un hung Parliament, un Parlamento non in grado di prendere decisioni, sembra pericolosamente materializzarsi e con esso la prospettiva di un secondo referendum sulla Brexit. Ci sono sondaggi che mostrano che un elettore su dieci non sa ancora per chi voterà oggi. Questa percentuale di indecisi dovrebbe giocare un ruolo importante nel risultato finale.

Un altro ruolo importante in queste elezioni lo ha giocato Internet. I vari partiti si sono sfidati sui social. I tweet hanno preso il posto delle conferenze stampa e delle interviste. Per molti giornalisti avvicinare i leader e intervistarli è diventato difficile, i politici evitano sempre più il contraddittorio mentre mirano a raggiungere la loro platea di elettori sul terreno digitale, utilizzando account gestiti oculatamente dai loro uffici stampa. Nell’ultimo giorno di campagna, il premier conservatore Boris Johnson non ha trovato di meglio che infilarsi in un frigo pieno di bottiglie di latte di un’azienda casearia dello Yorkshire dov’era in visita, per sfuggire a un’intervista in diretta con un presentatore di Itv.

Nei pochi dibattiti televisivi i politici non si sono distinti per carisma, ma sembravano ripetere stancamente i loro slogan elettorali. Quello che i due confronti tv tra il premier e il leader dell’opposizione Jeremy Corbyn non hanno ottenuto è stato di convincere gli indecisi. Nessuno ha saputo colpire, nessuno ha mosso l’ago della bilancia, nessuno si è imposto e non c’è stato un momento di svolta.

In generale è stata una campagna abbastanza noiosa, interrotta dalla violenza del terrorista di London Bridge, che ha sollevato polemiche sull’efficacia della giustizia e in particolare sugli sconti di pena e sulla gestione in carcere dei terroristi.

La fascia più giovane degli elettori, poi, è rimasta senza risposte ai tanti problemi, da quello dell’accesso alla proprietà immobiliare, che per molti resta un miraggio visti i costi proibitivi, soprattutto nelle città, a quello delle tasse sull’istruzione universitaria. Poco o nulla anche sul cambio climatico che saranno soprattutto i giovani a dover affrontare.

I due principali partiti che si contendono Downing Street, conservatori e laburisti, hanno programmi molto diversi. I primi affidano il cambiamento alla Brexit, che di per sé porterà grandi novità al paese, in campo economico, legale, burocratico, sociale, insieme a tante incognite. I secondi, invece, affidano il cambiamento a una politica di taglio socialista, a base di lotta alla povertà, aumento delle tasse per le imprese (e i redditi), enormi investimenti nei settori pubblici, a cominciare dalla sanità, aumento dei salari, rinazionalizzazione di ferrovie, poste, energia ed acqua. Ma sulla Brexit vogliono un accordo diverso (cioè non uscire dal mercato unico) da sottoporre poi all’elettorato in un secondo referendum.

Entrambi i partiti promettono spese, investimenti nel sistema sanitario nazionale (che ne ha disperato bisogno), nella scuola, nella sicurezza. Questo vuol dire che si pagheranno più tasse. Oppure che le promesse elettorali non saranno mantenute.



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