ELEZIONI USA 2020/ Viste da Cina e Iran: Biden o Trump, il “problema” resta

- Carl Larky

America mai spaccata in due come oggi. Nonostante la sconfitta, Donald Trump gode di un appoggio popolare senza precedenti

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Un seggio elettorale a New York City (LaPresse)

Uno dei pochi punti di accordo generale nella recente campagna elettorale negli Stati Uniti è stata la necessità di bloccare l’espansione cinese. Può essere perciò interessante vedere qualche commento da parte di Pechino utilizzando Global Times, sito in inglese vicino al Partito Comunista cinese.  

In un editoriale del 5 novembre si sottolineavano, in parallelo con quanto osservato da molti commentatori in Occidente, anche su queste colonne, gli errori commessi da sondaggisti e opinionisti nelle previsioni sulle elezioni. Particolarmente severo il giudizio sui mezzi di comunicazione, accusati di essere pregiudizialmente schierati in funzione delle loro simpatie e dei loro interessi, a scapito della correttezza dell’informazione: “I media Usa sono più simili a guerrieri schierati piuttosto che cronisti neutrali”. E, se i media americani sono così mistificatori nei confronti del proprio pubblico, è spiegato perché lo siano ancora di più quando parlano della Cina, descritta come una tirannia mentre, secondo Global Times, è un Paese dedicato a migliorare le condizioni di vita del proprio popolo. Un Paese che non dichiara guerre da lungo tempo e la sua battaglia contro il Covid, rispetto a quanto fatto dagli Stati Uniti, ricorda il “confronto tra una mela e un’ostrica”.

In un altro articolo di un professore universitario, gli errori nelle previsioni vengono ricondotti al fatto che i sondaggi sono predisposti dalle élite, incapaci di vedere la realtà delle comunità di base. Il distacco tra élite e popolo comune diventa sempre più grande e la conseguenza è il continuo avanzare dei gruppi populisti, sostenitori di Trump. “Queste forze e queste tendenze populiste influenzeranno sempre di più la politica interna e la diplomazia statunitense. Un segnale non positivo per gli Usa e per il mondo”.

Queste analisi non si fermano alla condanna della presidenza Trump, ma delineano una critica di fondo all’intero sistema americano, come recita il titolo di un altro articolo: “Le dottrine di Trump rimarranno non importa chi vince le elezioni”. La vittoria di Trump nel 2016 non è stata un incidente, perché il “trumpismo” ha solide basi nella società americana, come dimostrano i voti ottenuti nelle ultime elezioni. Biden e il Partito Democratico potranno comunque fare ben poco e il mondo vedrà per molto tempo gli Stati Uniti estremamente divisi al loro interno.

Una posizione simile connota anche le reazioni di un altro avversario radicale degli Stati Uniti, l’Iran. Come riporta Al Monitor, il presidente Hassan Rouhani ha dichiarato: “Noi vogliamo essere rispettati, non soggetti a sanzioni. Non importa chi vince le elezioni … ciò che vogliamo è che gli Stati Uniti tornino alla legge, … agli accordi internazionali e multilaterali”. Una posizione simile è stata espressa anche dalla Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, un avvertimento anche a Biden, nonostante la sua disponibilità a riaprire le trattative sull’accordo nucleare.  

Ciò che colpisce è trovare posizioni simili anche tra i commentatori americani, come la giornalista Helen Buyniski in un articolo apparso su Russia Today, di cui è collaboratrice. I toni sono molto radicali, ma la tesi di fondo è simile a quelle già viste: non ha molta importanza chi verrà eletto, il problema è che il Paese rimane in mano all’establishment e al Deep State. L’elezione di Trump sembrava andare in senso contrario, ma anche lui è diventato una pedina di chi comanda realmente, e tanto più lo sarà Biden. L’articolo contiene anche un pesante attacco a Obama, definito “deporter in chief, epiteto che gli era stato attribuito da un gruppo di difesa dei migranti latino-americani. Un attacco globale al sistema americano che sarà senza dubbio piaciuto all’editore russo.

La sostanziale irrilevanza di chi vince le presidenziali è la tesi anche di un articolo del sociologo politico Larry Diamond apparso sull’autorevole rivista Foreign AffairsTesi che appare già nel titolo: “Una nuova Amministrazione non guarirà la democrazia americana”. L’articolo è un pesantissimo atto di denuncia contro Trump, il peggior presidente nella storia americana, che ha seriamente “danneggiato le regole, e in una certa misura le istituzioni, della democrazia americana”. Tuttavia, Diamond riconosce che Trump ha solo peggiorato il già preesistente e costante declino della democrazia negli Stati Uniti, causata anche dalla crescente polarizzazione razziale e tra le varie fazioni. Un declino della democrazia che non è peculiare degli Stati Uniti, vengono citati i casi di Venezuela, Turchia, India e Israele, ma i paragoni sono difficili data la particolare natura della democrazia statunitense, ricca, matura, liberale.

L’Autore è però particolarmente stupito dal fatto che un “demagogo populista e amico di autocratici in tutto il mondo” come Trump abbia avuto più voti di ogni candidato nella storia, a parte Biden nell’attuale competizione. In altri termini, che i sostenitori di un personaggio negativo come Trump siano solo un 3% in meno di quelli di un candidato moderato come Biden. In questo collasso democratico, non ha più molta importanza chi vince l’elezione, perché è l’intero Paese da rifare.

Una descrizione desolante della situazione in cui versano gli Stati Uniti, che renderà senza dubbio baldanzosi gli avversari, ma che dovrebbe far molto riflettere i Paesi alleati.



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