ELEZIONI USA/ Facebook, Amazon e Apple: prove di guerra contro i dem

- Giuseppe Gagliano

La posizione monopolistica di Google, Amazon, Facebook, Apple è un rischio per la democrazia americana e il voto del 2020? Molti politici pensano di sì

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Google (LaPresse)

In vista delle elezioni presidenziali statunitensi del 2020, la questione del ridimensionamento se non addirittura dello smantellamento del Gafa (Google, Amazon, Facebook, Apple) diviene oggetto di dibattito pubblico e politico.

Questa materia ricorrente sembra assumere una nuova dimensione oggi, dato che Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts e candidata democratica, l’ha resa una delle sue proposte di punta. “Per ripristinare l’equilibrio di potere nella nostra democrazia, promuovere la concorrenza e garantire che la prossima generazione di innovazione tecnologica sia dinamica come l’ultima, è tempo di smantellare le nostre più grandi società tecnologiche”, ha affermato la Warren.

I quattro giganti della tecnologia della Silicon Valley stanno infatti affrontando diverse critiche. Il loro abuso di posizione dominante ridurrebbe la capacità dei loro concorrenti di innovare e sviluppare, e quindi finirebbe per penalizzare i consumatori sia in termini di scelta che di prezzo. Inoltre, la portata della loro influenza, specialmente per Google e Facebook, pone domande sul ruolo della democrazia nei processi politici, come illustrato dal caso Cambridge Analytica durante le elezioni presidenziali del 2016.

Infine, un’altra problematica di grande rilevanza è la neutralità del web e l’uso dei dati personali. La Federal Trade Commission – autorità garante della concorrenza degli Stati Uniti – ha deciso di studiare le pratiche di Facebook e Amazon, il Dipartimento di Giustizia quelle di Google e Apple, mentre il Comitato dei Rappresentanti della Camera ha annunciato lo scorso 3 giugno l’apertura di un’inchiesta.

In realtà, questi rilievi critici non sono certo inediti nella storia americana. Nel corso del ventesimo secolo, il governo degli Stati Uniti si è ripetutamente opposto a situazioni monopolistiche, fluidificando il mercato attraverso leggi antitrust (Sherman Antitrust Act, 1890). L’uso di una legge di questo tipo “che si oppone all’impedimento alla libera concorrenza praticata dai gruppi di produttori monopolistici” ha plasmato la storia e il panorama economico americano.

Nel 1911, la Standard Oil Company, fondata da John D. Rockefeller e specializzata nella raffinazione e distribuzione del petrolio, viene considerata in posizione di monopolio. La società viene sciolta da una sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti e suddivisa in 34 società (tra cui Exxon, Chevron, Mobil o Amoco). Analogamente, nel settore delle telecomunicazioni, la causa antitrust contro AT&T Corporation, avviata dal Dipartimento di Giustizia nel 1974, ha portato alla divisione nel 1982 del sistema Bell, che a quel tempo rappresentava l’unico fornitore di servizi telefonici.

Nonostante questo potere legale dello Stato federale nel mercato statunitense, il settore tecnologico e informatico sembra differenziarsi dagli altri. Infatti, mentre l’obiettivo di queste misure è principalmente quello di ridurre gli effetti di una mancanza di concorrenza sui consumatori, i servizi gratuiti di queste società – il motore di ricerca Google, Facebook, Whatsapp, Amazon – mettono in discussione la legittimità delle leggi antitrust.

Negli anni 90, il tentativo di smantellare Microsoft fallì dopo anni di battaglia legale. La società fondata da Bill Gates è stata accusata di monopolio nei sistemi operativi per personal computer con il suo browser Explorer. Oltre all’argomento del servizio gratuito, la difesa di Microsoft si è anche concentrata sull’idea di una “nuova economia”, che per sua natura determina un nuovo paradigma economico che non può essere regolato dalle autorità pubbliche attraverso leggi normative.

Ebbene, queste criticità sembrano subire una accelerazione con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali americane del 2020. Il progetto di Elizabeth Warren consiste in una tripla offensiva contro i giganti tecnologici. Innanzitutto, emanare una legislazione che mira a impedire alle principali piattaforme di offrire spazi commerciali, vietare a tali piattaforme di condividere o trasferire i dati degli utenti a terzi e infine istituire sistemi di regolazione. Infatti, nel contesto dell’accusa di abuso di posizione dominante, gli argomenti sono rivolti in particolare all’acquisto di WhatsApp e Instagram da parte di Facebook e agli investimenti di Google in Waze, Nest e DoubleClick.

Il ruolo politico e democratico di queste società tecnologiche è stato illustrato in gran parte dal caso Cambridge Analytica, che ha rivelato l’uso di Facebook come un vasto teatro di operazioni di influenza durante una campagna elettorale.

Contro questa argomentazione, Facebook sostiene innanzitutto l’aumento dei controlli interni e della moderazione, come la recente censura di siti che condividono un’evidente disinformazione. In questo senso, per Mark Zuckerberg lo smantellamento delle piattaforme non farebbe altro che aggravare il problema, impedendo loro di coordinarsi per proporre una strategia difensiva.

Quest’argomentazione sulla necessità del coordinamento è alla base della strategia Gafa nel dibattito sul loro smantellamento. Non solo: proprio per salvaguardare la sua potenza economica il Gafa conduce operazioni di influenza sui politici statunitensi. Secondo i dati del Center for Responsive Politics, i Gafa hanno speso 55 milioni di dollari per le loro attività di lobbying e avrebbero usato i servizi di alti funzionari per influenzare le riforme nella loro direzione.

Se la senatrice del Massachusetts dovesse candidarsi alle elezioni presidenziali, non c’è dubbio che questo argomento – e quindi questa guerra di informazione – potrebbe prendere un posto considerevole nel dibattito politico. In questo senso, la strategia offensiva di comunicazione del Gafa si intensificherebbe.

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