ELEZIONI USA, VOTO CONTESTATO?/ L’incognita per i mercati (ma non per Ue e Cina)

- Paolo Annoni

Un risultato incerto, un’elezione contestata non era uno scenario imprevedibile negli Usa. Resta da capire in quanto tempo la situazione si sbloccherà

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Dopo ore dalla chiusura dei seggi il quadro che emerge dalle elezioni Usa è ancora di grande incertezza e in molti Stati chiave la differenza tra Trump e Biden è minima. Alla vigilia del voto si prospettavano tre scenari: una vittoria netta di Biden come da sondaggi, una vittoria netta di Trump e infine quello di un’elezione contestata con differenze minime e lunghi riconteggi in un sistema che non dà mai la certezza che non ci siano stati brogli da una parte o dall’altra. L’ultimo scenario si divide in due sottocategorie: un’apparente vittoria di Trump contestata dai democratici e un’apparente vittoria di Biden contestata da Trump che ha dalla sua una maggioranza netta alla Corte suprema. Questi due sono nettamente gli scenari peggiori perché aprirebbero non solo una fase di incertezza sui “mercati”, ma contestazioni violente.

Negli ultimi giorni tutti hanno assistito alla trasformazione delle città americane con le strade del centro e i negozi blindati da pannelli di legno inchiodati alle finestre. Qualcuno ha persino notato un traffico anomalo di jet privati nei cieli americani: sono i “ricchi” che abbandonano le grandi città per rifugiarsi nelle case di campagna. Lo scenario di un’elezione contestata era un “segreto” molto malamente custodito perché, come molti hanno notato, se i sondaggi avevano sbagliato nel 2016, nel 2020 era impossibile che fossero più accurati con la società sconvolta dal Covid, da due mesi di proteste violente nelle città americane e da quattro anni di narrazione, giusta o sbagliata non importa, su Trump “fascista” che ha incentivato tantissimi americani a nascondersi dall’opinione pubblica e dai sondaggi.

È difficilissimo dire, in un contesto di pesanti interventi delle banche centrali, cosa abbiano incorporato i mercati negli ultimi due giorni. In tempi normali avremmo detto senza grandi timori di smentite che i mercati stavano pronosticando una vittoria netta di una delle due parti, forse più dal lato della certezza del Presidente uscente, e nel contempo stavano escludendo una fase di incertezza. Dal punto di vista dei mercati quello che conta è che continuino le politiche di sostegno alla liquidità su cui non ci sono molti dubbi e che non emergano proposte economiche o fiscali di rottura. Trump garantisce tutto questo. Biden quasi sicuramente, anche se ci sarebbe un periodo minimo di incertezza in cui i mercati devono poter prendere le misure a un’amministrazione che comunque è espressione di una base che ha dentro anche la sinistra “sinistra”.

Un’elezione contestata dovrebbe alla fine concludersi con una conferma dell’amministrazione uscente che controlla sia il Governo, è il Presidente in carica, sia la Corte suprema. Il problema è quello che intercorre tra la situazione che ci consegnerà la chiusura dei seggi e la conta di tutti i voti e la fine del processo. Nessuno saprebbe dire in questo caso non solo quanto durerà l’incertezza, ma quale sarà il livello dello scontro dentro il sistema americano. Ricordiamo per chi se lo fosse dimenticato che gli Stati Uniti sono la prima economia globale e soprattutto il primo mercato del mondo. Qualsiasi problema vero in America ritorna moltiplicato per qualche volta sui mercati globali e sui Paesi esportatori.

Torniamo però allo scenario base: una conferma di Trump contestata o meno avrebbe conseguenze prevedibili. L’America continuerebbe nella guerra commerciale e nel processo di sdoppiamento delle catene di fornitura globale dalla Cina. Per l’Europa che finora ha prosperato grazie a un surplus commerciale senza senso e senza una statura geopolitica minimamente paragonabile a Cina e Stati Uniti significherebbe un bruttissimo risveglio. La Cina sarebbe nell’angolo molto più di quanto non si sia detto negli ultimi mesi. L’economia di Stato cinese dipende dalle esportazioni e dai dollari con cui si ricapitalizzano i continui fallimenti del suo sistema finanziario che difende interi settori dell’economia in perdita. Il dollaro si rafforzerebbe e non sarebbe una bella notizia perché per il resto del mondo significherebbe maggiori oneri per il rifinanziamento non bilanciati da maggiori esportazioni, via valuta di esportazione più forte, a causa dei dazi.

In nottata quando si capiva che Trump aveva una chance la valuta cinese si è nettamente indebolita. L’America non cambierà marcia e lo provano tra le altre cose l’ultimo intervento di Hillary Clinton su “Foreign Affairs”. L’intensità del nuovo corso però non sarebbe la stessa con un’amministrazione democratica ma più smussata. Questo fa tutta la differenza del mondo in un mondo ormai dominato dalle valutazioni di breve periodo.

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