Embargo fallito/ Perchè l’Europa è costretta a riconsiderare lo stop al petrolio

- Maria Melania Barone

Embargo fallito, perchè l’Europa è costretta a riconsiderare lo stop al petrolio russo dopo il no di Ungheria, Repubblica cieca e Slovacchia.

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Ursula Von der Leyen, Presidente Commissione Ue presenta sanzioni anti-Russia (LaPresse, 2022)

Nei giorni scorsi abbiamo parlato dell’embargo del petrolio con l’annuncio del sesto pacchetto delle sanzioni, voluto dal Presidente della Commissione europea Ursula von Der Leyen. A questo annuncio è scattata immediatamente la fragilità di alcuni paesi come la Bulgaria la Slovacchia che hanno chiesto di poter essere esentati.

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Ma la lista dei paesi che hanno chiesto il permesso di dissociarsi si è in breve tempo implementata, la Repubblica Ceca ad esempio ha chiesto un esenzione fino al 30 giugno, anche la Slovacchia ha seguito a ruota, l’Ungheria addirittura ha chiesto un esenzione fino alla fine del 2024 parlando di una “bomba atomica sull’economia ungherese“.
Già l’Ungheria si era distinta con le affermazioni di Viktor Orban che si era reso disponibile a pagare il gas russo in rubli, scatenando le ire del Parlamento Europeo.
Ma quando Orban è stato rieletto da un plebiscito di ungheresi, l’Europa cominciato a farsi due domande perché, effettivamente, nel panorama europeo è l’Ungheria quella che incarna concretamente lo spirito filorusso.

Anche Praga a quel punto ha deciso di farsi avanti e ha chiesto un estensione fino al momento in cui non avrebbe finito i lavori delle pipeline alternative. In questo caso però la proroga sarebbe stata più lunga di quella dell’Ungheria perché il tempo stimato va da 3 a 5 anni punto è così Ursula von der Leyen annunciato di dover proseguire con le discussioni diplomatiche tra i paesi dell’Unione Europea.

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Intanto Sovcomflot, la principale compagnia di navigazione russa ha messo forzatamente in vendita un terzo della sua flotta per ripagare i 2 miliardi di debito che hanno scadenza al 15 maggio. Come può questa notizia influire sull’economia europea? La compagnia di navigazione possiede 34 petroliere per il trasporto di prodotti raffinati, 14 navi cisterna, 50 petroliere per il greggio e 10 navi gasiere. Il totale complessivo è di 122 navi. Di queste dunque ne avrebbe messe in vendita una quarantina, che sarebbero poi finite nell’interesse di compratori cinesi e arabi.

Se la compagnia si difende dicendo che le 40 navi messe in vendita sono obsolete, la verità è che era realmente preoccupata per l’embargo del greggio che avrebbe comportato enormi perdite, per cui sarebbe stato necessario correre ai ripari.

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Naturalmente non possiamo dire che la Russia sarebbe stata intaccata da questa vendita, perché come abbiamo detto, il greggio prodotto da Mosca avrebbe avuto immediatamente dei compratori, probabilmente però il trasporto non sarebbe avvenuto via mare.

Le compagnie russe e cinesi oltretutto hanno enormi interessi nelle spedizioni commerciali tra i paesi dell’Unione, che oltre a dover sopportare una crisi economica ingiustificata e insostenibile per i paesi come Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, si creerebbero delle reazioni a catena senza precedenti. Il sesto ed il settimo pacchetto di sanzioni, rispettivamente quello del petrolio e l’ultimo, quello del gas, rischiano di fare più morti che feriti. Se Putin credeva di spaccare l’Europa si sbagliava: a spaccare l’Europa ci ha pensato Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea e promotrice (assieme a Mario Draghi) dei pacchetti di sanzioni alla Russia, come quelli dell’embargo al petrolio e al gas.







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