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Home » Energia e ambiente » EMERGENZA MEDITERRANEO/ I nemici dell’ambiente raccolti dal Mare Nostrum

  • Energia e ambiente

EMERGENZA MEDITERRANEO/ I nemici dell’ambiente raccolti dal Mare Nostrum

Stefania Debora Gandini
Pubblicato 16 Novembre 2025
Foto di Catherine  Sheila da Pexels

Foto di Catherine Sheila da Pexels

La conformazione del Mar Mediterraneo non aiuta a smaltire le sostanze inquinanti e dannose per l'ambiente che vi confluiscono

Abbiamo lasciato da poche settimane le zone turistiche sulle nostre coste, eppure sembrava tutto come sempre, le solite spiagge e i soliti bagni nel mare azzurro. Ma non è così, ciò che sembra uguale a trent’anni fa non lo è più oggi e sotto il livello del mare – per chi l’ha notato – la situazione è molto cambiata: colori sbiaditi, pochi pesci e l’acqua sempre più pericolosa per noi. La situazione è pesante, ma come siamo arrivati sino a qui?


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La risposta è piano piano, per accumulo, consideriamo che il Mediterraneo tocca venti Paesi costieri, 21 se includiamo la Palestina, con 150 milioni di residenti, stagioni turistiche sempre in crescita e un mare che, per la sua morfologia, si rinnova lentamente.

Ecco che il livello d’inquinamento raggiunto ci regala un ecosistema alterato e sofferente, anche se non sempre visibile; infatti, secondo l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) nel Rapporto Acque di Balneazione 2025, oltre il 95% dei siti balneabili in Italia è stato giudicato “eccellente”. Ma l’Agenzia Europea dell’Ambiente ci mette in guardia perché la balneazione legge i microbi, non le microplastiche, né il piombo di un antifouling (antivegetativo delle barche), né le reti abbandonate nelle praterie di Posidonia.


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Se ci pensiamo, i nemici dell’ambiente sono tanti e molti invisibili: i fertilizzanti agricoli che arrivano in mare, ricchi di azoto e fosforo fanno crescere troppo le alghe, che, decomponendosi, consumano l’ossigeno nell’acqua e i pesci scappano o muoiono.

Oppure i residui delle navi che rilasciano in mare carburante (idrocarburi) e olii, poi ci sono sostanze – utilizzate dagli anni ’60 – estremamente nocive per un ampio range di organismi, dai batteri ai mammiferi, inclusi gli esseri umani, sono le vernici antivegetative usate per impedire la crescita di alghe e crostacei sugli scafi, che perdono sostanze chimiche, rame, zinco e tributilstagno – per citarne qualcuna.


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Il mare di Capri (Foto di Matt Hardy da Pexels)

Infine, le molecole che derivano da farmaci e cosmetici, come antibiotici, ormoni, filtri solari e microplastiche che non vengono trattenute dai depuratori e finiscono in mare, influiscono su ormoni e metabolismo degli organismi acquatici. Quest’ultima fonte di inquinamento perché, denuncia Legambiente, un italiano su quattro è servito da una depurazione inadeguata, con scarichi che finiscono in mare moltiplicando carichi batterici e nutrienti, tutte sostanze tossiche che alterano l’acqua e avvelenano le piante marine e i pesci.

Ma è la plastica che gode il primato del maggior inquinamento: i rifiuti galleggianti fatti di plastica sono quasi il 100% e quelli che troviamo sui fondali oltre il 50%. Non a caso, il programma di Unep/Map (Piano d’Azione per il Mediterraneo del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) calcola circa 730 tonnellate di rifiuti plastici che finiscono in Mediterraneo ogni singolo giorno e alle foci dei fiumi o vicino alle città, le microplastiche superano i 64 milioni di particelle galleggianti per chilometro quadrato.

I numeri sono alti e raccontano di un Mediterraneo che assorbe più di quanto riesca a smaltire perché è un mare semichiuso e per ricambiare le sue acque ci mette anche decine di anni, quindi trattiene ciò che gli scarichiamo dentro: plastica, scarichi insufficientemente depurati, reti fantasma, residui industriali, urbani e agricoli.

Va detto, e non è poco, che influisce anche la perdita degli attrezzi da pesca, in particolare le reti fantasma, che abbandonate dai pescherecci si impigliano sui fondali formando veri e propri muri di rete – lunghi anche chilometri – che continuano a “pescare” per anni senza controllo, intrappolando tartarughe, delfini e pesci; secondo la Fao-Gfcm, nel bacino mediterraneo si disperdono ogni anno fino a 500.000 tonnellate di attrezzi da pesca, gran parte in nylon non biodegradabile

Chi sono i maggiori responsabili e perché lo continuano a fare? Il rapporto Mare Monstrum 2025 di Legambiente ci spiega molto sull’argomento: solo nel 2024 ci sono stati oltre 4.700 reati ambientali legati alle coste e alla navigazione – quasi 13 al giorno – tra scarichi fognari non depurati, abusivismo edilizio costiero, smaltimento irregolare dei rifiuti e pesca illegale.

Nella lista nera delle regioni con maggiori reati troviamo per prima la Campania, con oltre 1.200 violazioni, pari a più di un quarto del totale nazionale, seguita da Puglia, Lazio, Sicilia e Calabria. Le aree più colpite sono le foci dei fiumi, i porti e le zone turistiche. Interessante che nel rapporto si denunci un’illegalità sistemica, ovvero ogni anno rilevata sempre nelle stesse località, che danneggia ecosistemi, turismo e salute.

Quindi, anche se sono molte le associazioni che si stanno muovendo attivamente per contrastare l’avanzare costante dell’inquinamento, per citarne alcune fra le più attive, Marevivo, Legambiente, Sea Shepherd Italia, Plastic Free Onlus oppure The SeaCleaners, finché non ci saranno più controlli per frenare i reati ambientali resta una lotta senza fine.

Oltre a una maggiore legalità costiera servono provvedimenti veloci e mirati, come concentrare attenzione e investimenti dove i dati indicano i punti caldi, come le foci, con depurazione e intercettori dei rifiuti galleggianti prima che entrino in mare. E poi continuare a finanziare pattugliamenti in mare e rimozioni delle reti fantasma.

Infine, continuare a comunicare e misurare con continuità, rendere pubblici i dati, premiare i comuni che migliorano, informare i cittadini con campagne sul valore del mare e sui comportamenti corretti verso l’ambiente. Anche chi non è ambientalista può basarsi sulla pragmaticità perché i costi per la perdita di attrattività turistica o i danni alla pesca sono superiori agli investimenti che andrebbero destinati a una migliore depurazione, alla prevenzione e a un maggiore controllo dell’applicazione delle leggi ambientali.

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