SCIENZA&STORIA/ Gregor Mendel e l’origine della Genetica

- Erwin Heberle-Bors

Non esiste altra scienza che faccia risalire la sua origine ad un ricercatore come la genetica. Ad un monaco geniale, ma solitario che si è imbattuto in una scoperta del tutto inaspettata.

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Il monaco Gregor Mendel

Non esiste altra scienza che possa far risalire la propria origine ad un singolo ricercatore come la genetica. Al tempo stesso continua a suscitare perplessità il fatto che le sue conoscenze per oltre trent’anni non furono comprese nel loro significato, così come lo stereotipo, che non regge alla prova dei fatti, di un monaco geniale ma solitario che si è imbattuto in una scoperta in modo del tutto inaspettato e che non indietreggiava neppure di fronte alle falsificazioni dei suoi tentativi. Questo saggio, di uno dei più noti genetisti contemporanei, titolare della cattedra che fu già di Konrad Lorenz all’Università di Vienna, affronta il nucleo delle scoperte di Mendel sullo sfondo delle concezioni del tempo riguardo all’ereditarietà ed in riferimento allo sviluppo ulteriore della genetica come disciplina guida della biologia.

Traduzione dal tedesco di Matteo Amori

La natura dell’ereditarietà

A metà del XIX secolo, all’epoca in cui Gregor Mendel iniziò i suoi studi nella mia università, nelle università veniva insegnato solo questo: animali e piante sono fatti di cellule. Matthias Jacob Schleiden e Theodor Schwann per primi avevano pubblicato questa scoperta nel 1838. Schleiden si occupava anche di riproduzione delle piante e riteneva che l’embrione si sviluppasse direttamente dal tubo pollinico, dopo che questo è entrato nella sacca embrionale. Giovanni Battista Amici, che nel 1823 aveva scoperto che il tubetto pollinico si allunga nello stilo per fecondare l’ovulo, era dell’opinione opposta: il tubo pollinico possiede soltanto un effetto stimolante su un embrione preesistente nella sacca embrionale.
L’aspra disputa che ne nacque tra spermisti e ovisti, era parte di una controversia sull’ereditarietà che risale all’antichità. Per secoli era stata opinione comune, nell’Europa cristiana, che la vita fosse creata da Dio e che una nuova vita nascesse solamente per generazione spontanea. e non si potesse sviluppare da sé.
Già gli antichi Greci sostenevano l’idea che nella fecondazione viene unicamente passato dagli spermatozoi, nella cellula uovo, un «omuncolo» già pronto e preformato. [Immagine a sinistra: L’«omuncolo» preformato nello spermatozoo in un curioso disegno del XVII secolo]
Effettivamente ci si immaginava che ogni omuncolo ne contenesse a sua volta un altro, analogamente alle matrioske russe, e così fino al progenitore (per gli spermisti), o fino alla progenitrice (per gli ovisti) della rispettiva specie. Fin dagli inizi del mondo è stato così, senza nessun cambiamento. La novità sorge solo per generazione spontanea. Nella riproduzione un nuovo essere vivente nascerebbe dallo sviluppo, inteso nel senso letterale del termine, come svolgersi di qualcosa di già presente, appunto di un «omuncolo».
Analogamente in una gemma fogliare una struttura già pronta raggiunge la sua dimensione definitiva unicamente attraverso l’aumento di dimensione delle sue parti. [Immagine a destra: Hieracium pilosella]
Nell’antichità la dottrina del preformismo si contrapponeva alla dottrina secondo cui un organismo nasce epigeneticamente, ossia per neoformazione, da una indefinita sostanza germinale dell’uovo. Un certo behaviorismo immagina il plasma germinale come un foglio bianco sul quale agiscono fattori di sviluppo che provengono dal corpo e dall’ambiente: esso è una specie di concentrato della vita che è venuta prima. Questa concezione ricorda alcune idee della fisiologia moderna.
Si deve aggiungere, per correttezza, che già i preformisti del XIX secolo trovavano assurda l’idea degli omuncoli. Essi cercavano una struttura, una verità, dietro la massa indifferenziata dell’uovo a loro visibile. Erano influenzati dalle dispute filosofico-teologiche dei secoli precedenti,sfociate nella dottrina della predestinazione di Jan Hus, che cercava dietro la «Chiesa reale» una «vera Chiesa» i cui membri non si identificavano necessariamente con la gerarchia della Chiesa Cattolica (una ricerca del tutto attuale).
Per gli epigenetisti, al contrario, ciò che era visibile e sperimentalmente analizzabile costituiva l’unico fondamento delle loro interpretazioni.
Chi dimostrava maggiore intelligenza? Alla fine del XIX secolo si può vedere, nella figura di Hans Driesch, il biologo dello sviluppo di Tubinga, come un epigenetista possa diventare neovitalista quando la sua arte sperimentale lo abbandona ed egli non vuole accontentarsi di ciò che ha raggiunto. Il preformista si trova così su un terreno sicuro: diffida di ciò che è manifesto e spera che, un giorno, conoscerà la verità, la «legge» dietro l’ingarbugliata molteplicità della realtà.

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Erwin Heberle-Bors
(Insegna Genetica Vegetale all’Università di Vienna. È consigliere del Ministero delle Scienze e della Ricerca per la formulazione delle leggi sulla biotecnologia. Rappresenta l’Austria presso la CEE nella commissione 90/220/CEE che si occupa della liberazione di GMO nell’ambiente)

© Pubblicato sul n° 03 di Emmeciquadro




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