EDITORIALE/ N° 16 – Dicembre 2002 – Narrare la Scienza

- Mario Gargantini

Perché parlare di «narrazione» in una rivista che tratta di scienza? Per raccogliere una preoccupazione avvertita da molti docenti in quanto la narrazione è parte di ogni azione educativa.

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Dalla copertina del n 16 di Emmeciquadro

Perché mettere a tema la «narrazione» in una rivista che si occupa di scienza? Non è certo per sottovalutare dimensioni importanti dell’educazione scientifica, da quella sperimentale a quella logica a quella sistematica. Sarebbe come rinunciare ai criteri, proposti dalle pagine di questa rivista, di aderenza allo statuto conoscitivo delle scienze e alla pratica messa in atto dagli scienziati; con molti di questi tra l’altro si è instaurato, anche grazie alla rivista, un dialogo ricco di conseguenze sia sul versante didattico che su quello della ricerca.
Si tratta piuttosto di raccogliere una preoccupazione avvertita da molti docenti e di lanciare un messaggio «fuori dal coro» nel vivo di un dibattito sulla riforma che sembra privilegiare aspetti formali e organizzativi. Un messaggio contenente l’invito pressante per gli insegnanti a «guardare in faccia» gli alunni, a considerare la loro persona unitariamente, a prendere sul serio il monito di Einstein: «La preoccupazione dell’uomo e del suo destino deve sempre costituire l’interesse principale di tutti gli sforzi tecnici; non dimenticatelo mai, in mezzo ai vostri diagrammi e alle vostre equazioni».
Porre l’accento sulla narrazione mette in evidenza obiettivi basilari in ogni azione educativa.
Si può raccontare la scienza perché è accaduto e accade qualcosa che vale la pena raccontare; la narrazione fa emergere gli eventi e indirizza lo sguardo di chi ascolta verso la realtà: che esiste, che emerge, che interroga.
Si può raccontare l’avventura della scienza perché c’è un soggetto che ne ha fatto esperienza in prima persona: attraverso le specifiche domande che ha posto alla natura, attraverso il processo di costruzione logica che ha elaborato, attraverso la genialità con la quale ha ideato e condotto gli esperimenti. Un soggetto che si rimette in gioco nel raccontare; anche quando il contenuto del racconto è costituito in prevalenza da equazioni, grafici e schemi logici.
Quindi un primo polo coinvolto nel narrare è la persona; che nella dinamica narrativa viene provocata in modo particolare, viene chiamata in causa come non avviene per altre forme di comunicazione e di trasferimento del sapere.
L’altro polo possiamo indicarlo col termine, oggi poco usato, di popolo. Si può narrare perché c’è qualcuno a cui rivolgersi, qualcuno che può essere arricchito da ciò che viene comunicato. Il destinatario della comunicazione scientifica non deve essere soltanto la comunità scientifica, né tanto meno la comunità ristretta degli specialisti nei particolari settori nei quali oggi la scienza è frammentata; l’impegno e il gusto comunicativo nel diffondere il risultato delle proprie ricerche non può esaurirsi in quello che spesso diventa il meccanico rituale della «pubblicazione» sulla prestigiosa rivista internazionale. La scoperta delle leggi della natura e la crescita di consapevolezza di come è configurato il mondo che ci circonda, sono componenti del cammino di costruzione di un popolo e patrimonio da condividere insieme con i comuni valori e ideali.
Attraverso il racconto viene portata alla luce la trama di rapporti nella quale è intessuta la vicenda conoscitiva umana ed è possibile rivelare e rinsaldare una continuità di esperienza; conferendo quindi a ogni nuova acquisizione la dimensione tipica della storia, senza la quale la persona non potrebbe cogliere pienamente il senso delle singole conoscenze.

Mario Gargantini
(Direttore della Rivista Emmeciquadro)

© Pubblicato sul n° 16 di Emmeciquadro




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