SCIENZA&CLASSICI/ Biologia come Ideologia. La Dottrina del DNA [Rilettura]

L’autore afferma con uno sguardo disincantato sulla scienza che la complessità degli esseri viventi non può essere ridotta a una semplice e meccanica conseguenza del loro codice genetico.

19.08.2003 - Paolo Musso
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Dalla copertina del Libro

Richard C. Lewontin

Biologia come Ideologia.
La Dottrina del DNA

Bollati Boringhieri, Torino 1993 (ristampa 1997)

Pagine 95 – Euro 12,39

Un saggio pubblicato in America nel 1991, raccoglie cinque conferenze radiofoniche tenute l’anno precedente alla radio canadese dal celebre genetista Richard Lewontin. Il filo conduttore è dato dal sottotitolo, La dottrina del DNA.
Lewontin, pur proclamandosi esplicitamente ateo e materialista, ha sempre combattuto, spesso a fianco del collega e amico Stephen Jay Gould, una dura battaglia contro ogni tentativo di ridurre la straordinaria complessità e ricchezza degli esseri viventi (e degli esseri umani in particolare) a una semplice e meccanica conseguenza del loro codice genetico.
Nella ricerca ossessiva e quasi fanatica di quest’ultimo egli vede una sorta di moderna superstizione scientifica, perseguita con accenti quasi mistici, tanto che spesso l’ha paragonata alla cerca del Sacro Graal.
Questa è assai più di una semplice immagine retorica. Lewontin è infatti convinto che oggi «la scienza [ha sostituito] la religione come principale forza di legittimazione nella società moderna » (p. 6). Lewontin è certamente influenzato dalle sue idee politiche.
Occorrerà dunque leggere il libro cum grano salis, facendo l’opportuna tara ad alcune affermazioni indubbiamente eccessive.
Egli tuttavia è ben lungi dal sostenere che la ricerca del codice genetico sia soltanto superstizione. Al contrario: Lewontin è un genetista di valore, e ha sempre difeso la legittimità, la bontà e anche l’utilità del suo lavoro. Ciò a cui intende opporsi è una certa interpretazione di determinate teorie che favorisce un loro uso perverso. Ben venga, dunque, un’opera come questa, capace di aprirci gli occhi anche se magari a prezzo, talvolta, di qualche esagerazione.
La tesi principale di Lewontin è che, per quanto i geni innegabilmente stiano alla base della nostra biologia, tuttavia essi non determinano affatto le nostre caratteristiche personali più di quanto faccia l’ambiente e, soprattutto, che è spesso difficilissimo, se non impossibile, e a volte addirittura insensato, distinguere tra i due casi. Infatti «qui sta la grave difficoltà delle genetica umana. A differenza degli animali da esperimento, le persone che sono più strettamente imparentate tra di loro non solo condividono più geni, ma hanno in comune anche il medesimo ambiente» (p. 31). Proprio tale difficoltà è, per esempio, quella che invalida pressoché tutti i test sui gemelli attraverso cui si è tentato di determinare il grado di condizionamento genetico dell’intelligenza: Lewontin mostra infatti, in maniera davvero molto convincente, che essa pone problemi assai più sottili di quanto non sembri a prima vista e si rivela in pratica quasi insormontabile.
Ma c’è di più. Il concetto stesso di intelligenza, infatti, è sfuggente e nella sua definizione entrano spesso, senza che neanche ce ne accorgiamo, fattori che sono in realtà di natura economica e sociale, perché la valutazione dipende dal tipo di compito richiesto e dalle condizioni ammesse per la sua esecuzione.
A un certo punto, egli chiede provocatoriamente «perché permettiamo alla gente di sottoporsi al test [di intelligenza] portando gli occhiali, se ci interessano le capacità “senza supporti” e non modificate culturalmente » (p. 30). Si potrebbe obiettare che gli occhiali non c’entrano niente con l’intelligenza in se stessa. Ma questo è proprio quello che Lewontin vuol dirci!
In un ambiente umano, a differenza che in quello naturale, le capacità, anche quando avessero una reale base geneticamente determinata, dipendono comunque sempre crucialmente da influenze culturali (che, per l’appunto, non c’entrano nulla con esse) almeno per quanto riguarda la loro espressione, che è poi la sola cosa che conta dal punto di vista politico. Quindi il sillogismo per cui «i geni costituiscono gli individui e gli individui costituiscono la società e, di conseguenza, i geni costituiscono la società» (p. 13) è in ogni caso falso. Inoltre, non è detto che il modo migliore di intervenire per rimediare ai problemi derivanti da un difetto genetico sia sempre quello di intervenire sul difetto stesso. Per restare all’esempio di cui sopra, un paio di occhiali è oggi (e probabilmente sarà sempre anche in futuro) di gran lunga più efficace e meno costoso di qualsiasi terapia genica. Tuttavia anche gli occhiali, come tutti i «supporti culturali », hanno un costo, e solo chi può permetterseli è in grado di neutralizzare il proprio svantaggio: ed ecco perché, alla fine, le discriminazioni economiche spesso risultano più decisive di quelle genetiche.
Nonostante la brevità del libro, sono molti i problemi importanti che vengono sollevati, discussi e chiariti, sempre con un’esposizione ammirevole per come sa coniugare la precisione con la semplicità. Pur vecchie ormai di tredici anni, molte delle sue considerazioni sul Progetto Genoma o sugli OGM sono ancora attualissime, anzi, forse oggi addirittura più di allora. Ma il vero «pezzo forte» è, senza alcun dubbio, costituito dalle pagine centrali, in cui Lewontin insegna come costruire una «dimostrazione » della scoperta del gene di qualsiasi cosa!
Dimostrazione, è ovvio, soltanto apparente, ma a prima vista molto persuasiva, e non facile da smascherare se non si conosce il trucco. Qui la polemica è soprattutto contro la sociobiologia di Edward O. Wilson, che egli avversa anzitutto per ragioni politiche, in quanto sostenitrice di uno spietato darwinismo sociale: tuttavia la lezione va ben al di là di questo spunto polemico, ed è piuttosto inquietante (oltre che istruttivo) rintracciare i processi qui delineati in molte delle «clamorose scoperte del gene di…» frequentemente annunciate con grande enfasi dalla stampa e che poi, guarda caso, si risolvono puntualmente in nulla (ma solo dopo aver procurato notorietà e quattrini ai loro autori).
Insomma, Lewontin sarà anche un materialista, ma il suo materialismo è usato con tale buon senso che in genere, più che una posizione ideologica, finisce per essere soprattutto una garanzia di realismo: una medicina, quest’ultima, a volte amara, ma sempre estremamente salutare e di cui abbiamo bisogno oggi più che mai.
Come egli stesso dice, infatti, «benché questi esempi si propongano di disingannare il lettore circa l’obiettività e la visione di una realtà trascendente rivendicate dagli scienziati, essi non vogliono essere antiscientifici. […] C’è una differenza tra scetticismo e cinismo, infatti il primo può condurre all’azione, il secondo solo alla passività. Così queste pagine hanno anche uno scopo politico che è quello di incoraggiare i lettori a non lasciare la scienza agli esperti, a non farsi disorientare da essa, ma invece a esigere una raffinata comprensione scientifica che possa essere condivisa da tutti» (pp. 15-16).
Leggere questo libro è un primo passo in questa giusta ed importante direzione.

Recensione di Paolo Musso
(Filosofia della Scienza – Università dell’Insubria – Varese)

© Pubblicato sul n° 18 di Emmeciquadro




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