SCIENZ@SCUOLA/ Molto poco e molto bene. Le Scienze Sperimentali nel Primo Ciclo d’Istruzione

L’esperienza nell’insegnare le scienze della natura alla scuola primaria conferma che un’efficace modalità è di fare riferimento a storie di scienziati e sulle azioni del «fare scienza».

08.08.2007 - Maria Elisa Bergamaschini
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Marie Curie (1867-1934)

Un’importante esperienza conquistata in corsi di aggiornamento e gruppi di ricerca con insegnanti della scuola primaria conferma e rilancia una modalità efficace per insegnare le scienze della natura. Una modalità che fa riferimento a storie di scienziati come Marie Curie, Victor Weisskopf, Leopold Infeld, che si è dimostrata valida per suscitare e mantenere viva la curiosità degli studenti nell’arco del primo ciclo di istruzione. Una modalità che si fonda sulle azioni del «fare scienza», ma tiene ben presenti parole come dato, ragione, creatività, re-invenzione, ricorsività. Perché imparare sia, come deve essere, un’avventura affascinante.

Nel testo Vita della signora Curie (pubblicato in italiano nel 1938) scritto da una delle due figlie, Eva, si racconta un curioso episodio della vita della grande scienziata due volte insignita del Nobel, per la Fisica nel 1903 e per la Chimica nel 1911. Quando la figlia Irène (nata nel 1897, futuro premio Nobel per la Chimica nel 1935) raggiunse, nel 1907, l’età di frequentare il liceo, Marie, poco convinta dell’impostazione della scuola di stato, desidera che Irène studi «molto poco e molto bene».
Si consulta allora con i propri amici, professori alla Sorbona come lei e come lei con figli in età di liceo e sotto il suo impulso «nasce l’idea originale di una cooperativa d’insegnamento dove alcuni grandi spiriti si suddivideranno il compito di educare, con metodi nuovi, i loro figli».
Paul Langevin insegna matematica, Jean Perrin la chimica, le signore Perrin e Chavannes, lo scultore Magrou e il professor Mouton insegnano la letteratura, la storia, le lingue vive, le scienze naturali, insegnano a modellare e a disegnare.

«Infine, in un locale in disuso della Scuola di Fisica, la signora Curie consacra il pomeriggio del giovedì al corso più elementare che quelle pareti abbiano mai udito.
I suoi allievi – alcuni dei quali sono dei futuri scienziati – serberanno un ricordo abbagliante di quelle lezioni appassionanti, della sua familiarità, della sua gentilezza.
Grazie a lei, i fenomeni astratti e noiosi dei manuali ricevono l’illustrazione più pittoresca: sfere di bicicletta bagnate nell’inchiostro vengono abbandonate su un piano inclinato dove, tracciando una linea, confermano la legge della caduta dei gravi. Una pendola iscrive le sue oscillazioni regolari su un foglio di carta carbone. Un termometro, fabbricato e graduato dagli allievi, s’adatta a funzionare d’accordo coi termometri ufficiali, e i ragazzi ne provano un immenso orgoglio […].
Marie trasmette loro il suo amore per la scienza e il suo amore per il lavoro. Essa insegna loro anche i metodi che una lunga carriera ha sviluppato in lei; virtuosa del calcolo mentale, essa insiste perché i sui protetti lo pratichino anch’essi: “Bisogna arrivare a non sbagliarsi mai” afferma, “il segreto è non far troppo in fretta”.
Se una delle apprendiste crea disordine o sudiciume costruendo una pila elettrica, Marie s’arrabbia davvero: “Non mi dire che pulirai dopo! Non si deve insudiciare un tavolo durate una preparazione o un esperimento…”.
La laureata del premio Nobel dà a volte a quei bambini ambiziosi semplici lezioni di buon senso. “Come fareste per mantener caldo il liquido contenuto in questo recipiente?” un giorno domanda. Subito Francis Perrin, Jean Langevin, Isabella Chavannes, Irène Curie, le stelle scientifiche del corso, propongono soluzioni ingegnose: circondare il recipiente di lana, isolarlo con metodi raffinati e… inattuabili. Marie sorride e dice: «Ebbene, io comincerei col mettere un coperchio» [1, 2].
La semplicità con cui Marie Curie richiama i propri giovanissimi allievi alla realtà, metaforicamente rappresentata dal gesto di porre il coperchio sulla pentola, è così spesso disattesa nella vita scolastica dove tra schede, programmazioni astratte, calcoli docimologici, obiettivi formativi, obiettivi specifici eccetera o, viceversa, assoluto pressappochismo, la sapienza si perde dietro alle informazioni e agli sterili tecnicismi. Non possiamo non ricordare i versi di Eliot in uno dei cori de La rocca: «[…] dov’è la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza, dov’è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione […]».

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Maria Elisa Bergamaschini
(Docente di Fisica e membro della Redazione di Emmeciquadro)

© Pubblicato sul n° 30 di Emmeciquadro

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