SCIENZA&LIBRI/ La guerra dei buchi neri

È davvero difficile valutare questo libro, nel quale il cosmologo americano Leonard Susskind racconta come si è venuti a capo di una controversia tra lui stesso, Stephen Hawking ed altri

14.04.2011 - Paolo Musso
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Dalla copertina del libro "La guerra dei buchi neri"

Leonard Susskind

La Guerra dei Buchi Neri

Adelphi – Milano 2009

Pagine 418 – €35,00

È davvero difficile, o più esattamente imbarazzante, valutare questo libro, nel quale il cosmologo americano Leonard Susskind racconta come (secondo lui) si è venuti a capo di una lunga controversia tra lui stesso, Stephen Hawking ed altri, grazie a una particolare interpretazione dei buchi neri in termini di teoria delle stringhe. Certo non si può dire che non sia interessante, sia per il problema da cui parte (la riconciliazione tra la teoria della relatività e la meccanica quantistica), sia per il fatto di raccontare in presa diretta vent’anni di discussioni tra alcuni dei più illustri cosmologi contemporanei. Lascia tuttavia a dir poco perplessi la sostanza della vicenda e, più ancora, le conclusioni che Susskind ritiene di trarne.
L’essenza della controversia era relativa a ciò che accade all’informazione contenuta negli oggetti che cadono in un buco nero: Hawking sosteneva infatti che essa va irrimediabilmente distrutta, mentre per Susskind ciò è contrario ai principi di conservazione della fisica. Sorvoliamo pure sul fatto che l’unica definizione fin qui esistente del concetto di informazione (I = -log p, che in sostanza la intende come l’inverso dell’entropia) è notoriamente insoddisfacente sotto diversi aspetti e dunque è assai improbabile che si possa risolvere un problema epocale come quello dell’armonizzazione tra relatività e meccanica quantistica basandosi su di esso. Ciò su cui non si può in ogni caso sorvolare è che secondo Susskind la soluzione del dilemma suddetto sarebbe venuta grazie al cosiddetto “principio olografico” (enunciato nel 1998 dal fisico argentino Juan Martin Maldacena basandosi su una particolare versione della teoria delle stringhe), secondo il quale l’informazione contenuta in un buco nero viene “codificata” sulla superficie del buco stesso, per cui in realtà non va mai perduta.
Peccato che, come Susskind stesso ha dovuto ammettere, «il punto debole della teoria delle stringhe è la sua applicazione all’universo reale. Il principio olografico è stato confermato in maniera spettacolare da Maldacena con la sua teoria degli spazi anti De Sitter, ma la geometria dell’universo reale non è quella di uno spazio anti De Sitter. Noi viviamo in un universo in espansione che, semmai, somiglia di più a uno spazio di De Sitter» (p. 378). Non mi pare esattamente un problema secondario…
Tanto per dare l’idea di quali sono i termini reali della questione, la teoria di Maldacena pretendeva di risolvere un problema, sorto in base ad un’altra teoria (quella della radiazione di Hawking) finora priva di qualsiasi conferma empirica, a proposito di cosa accadrebbe ad una quantità (l’informazione) che nessuno ha ancora saputo definire in modo chiaro, quando qualcosa cade all’interno di oggetti (i buchi neri) di cui ci sono solo evidenze empiriche indirette e la cui esistenza è prevista da una teoria (la relatività generale) che non è mai stata verificata in condizioni di quel tipo; e tutto ciò facendo uso di una teoria (quella delle stringhe) di cui esistono finora solo pezzi sparsi e che nemmeno si sa se potrà mai essere completata e, nel caso, se si dimostrerà corretta, nonché di uno spazio che ha caratteristiche opposte a quello dell’universo reale! Il ridicolo “ballo della Maldacena”, una parodia della Macarena che, secondo quanto riferito da Susskind stesso, venne inventato lì per lì durante un congresso scientifico per celebrare questa che è a tutti gli effetti una “non soluzione” del problema, la dice lunga su quanto in certi ambienti si stia rischiando di perdere completamente il senso della realtà in nome di un culto esasperato della matematica fine a se stessa, che in alcuni casi sta ormai assumendo l’aspetto di una vera e propria forma di moderna superstizione. Gli stringologi in particolare, o quantomeno alcuni di essi, più che scienziati spesso sembrano davvero qualcosa a metà strada tra una setta religiosa e un gruppo di ultrà calcistici.
Da questo punto di vista è molto significativo che alle più che giustificate rimostranze di Roger Penrose, per nulla convinto della bontà del principio olografico, Susskind si limiti a replicare: «Secondo me non ci aveva riflettuto abbastanza» (p. 376); il che somiglia assai più ad una noncurante alzata di spalle che a un argomento razionale.
Con questo non voglio dire che sia di per sé sbagliato portare avanti queste linee di ricerca così astratte e speculative. E certo il fatto che non si riescano a fare esperimenti non è colpa degli stringologi, ma dei limiti della nostra attuale tecnologia. Ciò però non esime dall’obbligo di presentare le cose in maniera obiettiva, mentre in casi come questo si ha veramente la sensazione di esser presi in giro.
Urge un bagno di realtà. Speriamo che possa venire dall’LHC, il grande acceleratore di particelle che ha finalmente preso a funzionare a pieno regime presso il CERN di Ginevra e che potrebbe (si spera) colmare almeno in parte l’eccessivo gap che in certi settori della fisica e della cosmologia si è venuto a creare tra le teorie e la loro possibilità di verifica sperimentale. Ma oltre a ciò sarebbe anche necessario che lo star system della divulgazione scientifica internazionale si decidesse una buona volta a pensionare certe vecchie glorie che, nel bene e nel male, hanno fatto il loro tempo e, soprattutto, a dedicare di nuovo uno spazio adeguato alla fisica e alla cosmologia osservative, che sono invece state quasi totalmente espulse dal circuito, che ormai da anni privilegia in maniera assolutamente smodata e irragionevole il solo aspetto teorico.
Purtroppo solo una grande scoperta, meglio ancora se in contrasto con le teorie oggi più accreditate, potrebbe (forse) determinare questa quanto mai urgente ma altrettanto improbabile inversione di tendenza.
Ancora una volta non ci resta che sperare nell’LHC.

Recensione di Paolo Musso
(Filosofia della Scienza – Università dell’Insubria – Varese)

© Pubblicato sul n° 41 di Emmeciquadro




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