SCIENZA&LIBRI/ Volere e Volare

Un canto alla vita, all’accoglienza, al rispetto dell’altro ben oltre la semplice tolleranza. Un canto a due voci: molto diverse come sensibilità, esperienza professionale e forma letteraria

14.04.2011 - Mario Gargantini
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Dalla copertina del libro "Volere e Volare"

Carlo Bellieni e Luigi Vittorio Berliri

Volere e Volare

Cantagalli – Siena 2010

Pagine 148 – € 13,00

Un canto alla vita, all’accoglienza, al rispetto dell’altro ben oltre, anzi in contrapposizione, alla semplice tolleranza. Un canto a due voci: molto diverse sia come sensibilità, esperienza professionale e anche come forma letteraria; che però trova una efficace unitarietà e incisività nel messaggio, così sintetizzato dai due autori: «una sfida al comodo pensare che la diversità sia da integrare, che la parola magica sia tolleranza, come se il diverso fosse un extraterrestre o un delinquente».
Berliri offre una serie di testimonianze a partire dai rapporti vissuti con persone affette da varie disabilità o difficoltà di integrazione, inserendo nel testo ricordi personali, scambi epistolari, profili di personaggi e resoconti di situazioni difficili, tutti accomunati da profonda attenzione per la persona e per il mistero che racchiude.
Tutt’altro stile quello di Bellieni, che intreccia due fiction una che parte dalla Francia medievale al tempo della crociata contro i Catari, l’altra situata nella moderna Irlanda dove, nelle sue ricerche di bioingegneria, una giovane biologa si imbatte in strani indizi che la portano a indagare su un piano di manipolazione globale della popolazione.
Le due storie sono accomunate dal fatto che i due progetti rivoluzionari perseguono lo stesso obiettivo: la selezione di una razza eletta, di uomini puri, perfetti.
Il primo progetto si infrange con lo sterminio dei Catari ma ne resta un’eco concreta che percorre la storia e se ne ritrovano tracce all’inizio dell’Ottocento e su su fino alla follia nazista e all’attività della associazione Thule creata dal fondatore delle SS e che avrebbe potuto portare alla realizzazione dell’arma invincibile e al trionfo della razza ariana.
Nelle concitate fasi della seconda storia, che si svolge a Dublino, emergono i temi caldi del dibattito attuale sulla vita, portati alle estreme conseguenze grazie alle risorse della tecnoscienza che risolve alla radice il problema della eugenetica: un preciso mix di onde elettromagnetiche, tramite un effetto di risonanza, riuscirebbe a corrompere l’ossitocina, l’ormone prodotto dalle doglie del parto e che provoca l’attaccamento tra madre e bambino, arrivando in tal modo a un totale controllo demografico. Si tratta di un programma meticolosamente preparato e sorretto da una antropologia negativa: «In fondo l’uomo è una specie di cancro per il pianeta – inquinamento, guerre – e dunque la sua scomparsa non lascerà rimpianti»; e da una cosmologia altrettanto negativa, ben espressa da un’affermazione di uno degli iniziati della setta dei nuovi «uomini buoni»: «Non c’è onore più grande di condurre il mondo alla morte per salvare ciò che è imperituro.
Tutto nella creazione è malattia e tutto deve essere purificato svanendo nel fuoco». Anche questo progetto però non ha successo. E non tanto per la forza dell’opposizione quanto per una «falla interna», che smonta in un modo imprevedibile la presunzione di onnipotenza dei tecnoscienziati: sui «diversi» il sistema anti-procreazione non funziona. Le anomalie genetiche rendono l’organismo inattaccabile dalla nuova peste invisibile: chi non ha un Dna perfetto non ha neppure il bersaglio perfetto su cui le radiazioni letali possono agire.
Così «l’anomalia genetica è diventata un’autodifesa» e ha creato uno zoccolo duro di popolazione «che è indenne alle diavolerie di questi nuovi catari-tecnologici».
Si riapre quindi la riflessione su cosa sia «normale» e cosa sia «diverso» e appare con evidenza che la vera questione in gioco nel dibattito sulla tecnoscienza è quella antropologica, prima ancora che quella etica o bioetica.
A quale immagine di uomo e di relazioni tra uomini si rifanno tanti progetti che sembrano rispondere a desideri e aspirazioni «umane»? Un uomo al quale, a differenza dei neo-catari, non debba dispiacere che «qualcosa dentro di noi aiuti a pensare che ci sia un buon motivo per dare la vita».

Recensione di Mario Gargantini
(Direttore di Emmeciquadro)

© Pubblicato sul n° 41 di Emmeciquadro

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