SCIENZ@SCUOLA/ Ritorno a scuola dal Messico e dal Cile

Due insegnanti di matematica e fisica al Liceo Scientifico sono in Italia dopo una lunga permanenza all’estero. Una riflessione sulla scuola anche in confronto all’America Latina

03.08.2011 - Anna Paola Longo
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Manifesto di un seminario tenutosi in Cile

Due insegnanti di matematica e fisica al Liceo Scientifico rientrano in Italia dopo una lunga permanenza all’estero, Chiara Brambilla in Cile e  Mariangela Borello in Messico, dove hanno insegnato sia all’Università che alle Scuole Secondarie. Dopo un anno di scuola nel liceo da cui erano partite vengono provocate a una riflessione sull’attuale situazione della scuola in generale, sugli studenti e sulla didattica, anche in confronto all’esperienza vissuta in America latina.

Quando é tornata in Italia, da quanto tempo mancava? Qual è stata la sua attività all’estero?

Borello

Sono rientrata in Italia, a Torino, a fine luglio 2010 dopo aver trascorso sette anni in Messico, dove ho insegnato matematica prevalentemente in Università e, solo l’ultimo semestre, anche in una scuola media-superiore. Inoltre, ho conseguito un dottorato in didattica della matematica. 

Brambilla

Sono tornata in Italia, a Milano, nell’estate 2010 dopo cinque anni di permanenza in Cile, dove ho insegnato alle medie e alle superiori matematica e fisica e ho conseguito un dottorato in didattica della fisica.

Ha trovato qualche cambiamento notevole in Italia rispetto a prima della sua partenza?

Borello

Ho notato innanzitutto un «clima sociale» molto teso e talvolta perfino violento. A scuola tutti sono contro tutto: sono «arrabbiati» per i tagli e per come sono trattati gli insegnanti, sono «arrabbiati» con il governo e così vedono tutto come un nemico. Se da una parte in molti c’è ancora voglia di fare, dall’altra ci sono degli irrigidimenti repentini che mi lasciano sconcertata.
Un altro cambiamento consiste nel considerevole aumento degli stranieri immigrati, cosa che ormai segna anche le mie classi dove in media ci sono almeno due – tre alunni stranieri: parlo della mia scuola che è un liceo scientifico. D’altra parte, facendo un confronto con la realtà messicana, ritornando nella mia vecchia scuola (dove, prima di partire avevo lavorato per otto anni) ho finalmente ritrovato un «contesto».
Provo a spiegarmi. Qui, nonostante tutte le differenze legate al clima sociale di cui ho detto sopra, ero in un luogo in cui potevo comunque dialogare e confrontarmi con i colleghi e iniziare un rapporto con i ragazzi che, tendenzialmente, saranno stati miei alunni per alcuni anni. Tutto questo in Messico non è possibile perché quasi tutti i docenti insegnano in più di una scuola e il loro unico compito è quello di far lezione. Spesso, e in special modo quando la scuola o università in cui si lavora è grande, non si conoscono quasi i colleghi. A me è sempre mancata molto la possibilità di confronto tra pari – ho imparato a valorizzare tantissimo i momenti collegiali della scuola italiana – e negli anni ho tenacemente perseguito il rapporto con alcuni. Cosi facendo ho ottenuto la possibilità di dialogare e confrontarmi ma è evidente che questo aspetto è lasciato alla buona volontà dei singoli.
Anche il rapporto con i ragazzi non è facile in quanto la continuità didattica non esiste. Normalmente, fin dalla scuola elementare, i docenti lavorano con i ragazzi un solo anno rendendo difficile la costruzione di un rapporto e, di conseguenza, la possibilità di incidere sul metodo di lavoro dei propri alunni.

Brambilla

Ho trovato come clima diffuso a tutti i livelli quello del «lamento»; ma non il lamento che si esprime quando si ha un sassolino nella scarpa per cui togli la scarpa per eliminare il problema. Sembra più una negatività diffusa, che non nasce da una riflessione, ma è piuttosto un atteggiamento «assorbito». Ho invece imparato ad apprezzare aspetti nei rapporti normali a scuola e a capirne l’utilità e la dignità, perché per anni sono stata immersa in una società in cui ciò che noi diamo per scontato non solo non c’è, ma non c’è mai stato.
Faccio degli esempi, certamente parziali, ma significativi, di ciò che tutti, studenti e insegnanti cileni, si trovano ad affrontare quotidianamente. In molte scuole è consigliabile scrivere il proprio nome anche sulla gomma per cercare di evitare che alcuni colleghi o studenti la rubino. I ragazzi solitamente non prestano il quaderno ai compagni perchè può essere restituito tutto rotto. I genitori preferiscono che i loro figli non vadano a casa di un compagno di scuola perché può essere pericoloso.
Cosa ho trovato in Italia al mio ritorno che mi ha colpito positivamente? Ancora qualche esempio.
I colloqui con i genitori durante tutto l’anno sono stati quasi sempre non formali, ma sinceri e profondi. In particolare, anche tra i genitori separati (che nella mia scuola stanno diventando la maggioranza) ho notato l’importanza della presenza del padre cha ha una visione spesso più libera e positiva delle difficoltà o delle ribellioni che i figli stanno affrontando o esprimendo. In Cile le famiglie sono solitamente composte, al massimo, da mamme e nonne e i ragazzi più difficilmente accettano qualcosa che non sia un «appoggio incondizionato».
Con i genitori a volte sono arrivata a esplicitare la positività che ha anche questa fase così difficile della vita dei figli perché è una tappa verso la loro maturità. In Cile la mentalità comune esalta l’essere «bambini», perchè si è più entusiasti e positivi, si aderisce a ogni proposta che si riceva: «crescere» è spesso vissuto con un senso di delusione.
In negativo invece mi ha preoccupato vedere, per esempio, la nuova legge che impedisce per tre anni ai ragazzi neopatentati di comperare un’auto che abbia una certa potenza. In passato, per quel che mi ricordo, il legislatore aveva provato a sensibilizzare i giovani sull’importanza di rispettare le «regole salvavita» raddoppiando i punti tolti sulla patente in caso di infrazione. Sembra che, fallita questa via, si proceda con mezzi più drastici e oggettivamente limitanti la libertà degli individui anche di quelli che sarebbero capaci di un comportamento responsabile. Anche questa è una tendenza caratteristica della società cilena; spesso ci si trova in una situazione in cui i ragazzi, cui è stato concesso tutto fino alla fine delle superiori, si dimostrano incapaci di sottostare alle regole della vita adulta.
Dall’altra parte chi guida le istituzioni o le imprese deve appoggiarsi su dei collaboratori che dovrebbero garantire in modo ragionevole che le direttive ultime si applichino in tutte le fasi del processo formativo o della produzione per ottenere il risultato desiderato; ma se, come spesso succede, i collaboratori non riescono a essere autorevoli, si supplisce a questa mancanza stabilendo delle regole molto strette per arginare i possibili eccessi. Per esempio in Università non si può ripetere un esame più di tre volte per cui, anche se uno é prossimo alla laurea e gli succede di non riuscire a ottemperare a questa regola, è automaticamente espulso.

Ha trovato nella scuola qualche cambiamento nei giovani, sia per quanto riguarda lo studio della disciplina che insegna sia in generale?

Borello

A un primo impatto mi sembrava che con i ragazzi non fosse cambiato nulla, ma poco per volta mi sono accorta che un cambiamento c’è stato e anche abbastanza forte.
La prima cosa che ho osservato ha a che fare con il comportamento (la condotta): molti ragazzi non sono in grado di controllare il loro linguaggio utilizzando il turpiloquio come normale forma di espressione. In effetti ho avuto modo di rendermi conto che spesso radio e televisione usano in maniera ormai normale certi termini che sono poi tollerati e usati dagli stessi genitori dei ragazzi.
Con il passare del tempo mi sono però accorta che questo atteggiamento è uno dei tanti che mostra una grande fragilità da parte dei ragazzi. I miei allievi spesso si concepiscono da soli: gli adulti, anche se presenti e attenti, vengono sentiti lontani e spesso non sono una vera autorità. M
i colpisce accorgermi di quanto, pur in modi diversi, cerchino un rapporto con me e con i miei colleghi, spesso anche provocandoci. Tale ricerca sembra però essere quasi incosciente perché ho spesso visto che quando i ragazzi intuiscono che l’adulto è disponibile al rapporto con loro, si ritraggono. Per quanto riguarda la matematica posso dire che, rispetto al Messico, le cose qui in Italia vanno un po’ meglio perché la nostra tradizione cerca di far lavorare gli studenti in modo critico e non limita l’insegnamento all’acquisizione inconsapevole e meccanica di tecniche risolutive.
Ciononostante ho visto una crescente difficoltà nel ragionamento e nell’affronto critico dello studio. E questo vale tanto per i «cattivi studenti» che per molti «buoni studenti» che vivono la scuola con un forte senso di «ansia da prestazione» che impedisce loro di gustare lo studio, che spesso vivono come un incubo.
L’assenza di un significato per cui valga la pena impegnarsi mi sembra ogni giorno più forte. E senza un significato, senza un’ipotesi positiva, cosa possiamo pretendere?

Brambilla

Sono tornata a insegnare nella stessa scuola nella quale avevo insegnato per cinque anni prima di partire. Una bella scuola statale, il liceo scientifico di un paese della periferia di Milano, abitato dalla media borghesia.
Ero abituata a notare che gli studenti si sentivano un po’ oppressi dallo studio, in particolare di matematica e fisica, le materie che insegno. Nella quasi totalità degli studenti che ho trovato al mio ritorno manca la fiducia che quello che si studia possa essere interessante per loro stessi: questo a livello di giudizio, mentre poi in classe si dimostrano sinceramente interessati e acuti.
Nella maggior parte delle lezioni per esempio i passi avanti sono suggeriti dalle loro intuizioni profonde e intelligenti, che provengono dalla maggior parte della classe, non da pochi ragazzi un po’ eccezionali. Ho trovato comunque ragazzi più liberi, capaci di seguire le proprie inclinazioni anche approfondendo da soli quello che interessa loro (alcuni hanno studiato dei teoremi prima che fossero spiegati, altri hanno letto dei libri semplicemente citati o scelti da loro stessi). Sembrano meno obbligati e si accorgono che saranno meno garantiti, per cui chi ha le potenzialità le sfrutta.
La maggioranza degli studenti di quest’anno però non riesce neanche a concepire che si possa lavorare in modo rigoroso e sistematico a casa, mentre in classe sono cordiali, aperti e disponibili a seguire l’impostazione che do al lavoro.

A cura di Anna Paola Longo
(Analisi Matematica – Politecnico di Torino)

Approfondimenti

  1. Insegnare matematica in Mexico, intervista a Mariangela Borello (a cura di Anna Paola Longo), in Emmeciquadro n.35, aprile 2009
  2. Chiara Brambilla, Esperienza in Cile, in Emmeciquadro n. 35, aprile 2009
  3. Chiara Brambilla, Feria scientifica, in Emmeciquadro n. 36, agosto 2009

© Pubblicato sul n° 42 di Emmeciquadro




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