SCIENZAEVENTI/ Cercando Vita nello Spazio. I Congressi Mondiali di Astronautica e Bioastronomia in Italia

Il più importante evento Internazionale nel campo delle Scienze Spaziali affiancato da un convegno dedicato alla Bioastronomia e alla Ricerca di forme extraterrestri di Vita Intelligente.

24.09.2012 - Paolo Musso
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Che il 63th IAC (International Astronautical Congress), ovvero il più importante evento del mondo nel campo delle scienze spaziali, si tenga in Italia (per la precisione a Napoli, presso la Mostra d’Oltremare, dall’1 al 5 ottobre) è già di per se stesso un fatto notevole, se si pensa che, nonostante la frequenza annuale, a causa delle moltissime nazioni che se ne disputano l’organizzazione lo IAC fa tappa a casa nostra all’incirca una volta ogni 15 anni (l’ultimo si era tenuto nel 1997 a Torino, preceduto da due edizioni romane, nel 1956 e nel 1981).
Pur essendo un evento strettamente scientifico (nonché, ovviamente, tecnologico e industriale), di per sé allo IAC può partecipare chiunque. Si tratta quindi di un’occasione imperdibile per conoscere dal vivo i protagonisti di quella corsa allo spazio che, pur ammaccata dalla crisi e dai tagli, nonché (e forse in misura ancor maggiore) dalle indecisioni dei politici circa i prossimi obiettivi da mettere nel mirino (di nuovo la Luna? il sempre atteso e sempre rinviato Marte? un asteroide?), resta pur sempre la più grande avventura del nostro tempo. Tutto questo, beninteso, a patto di pagare la salatissima quota di iscrizione (circa 800 euro per le iscrizioni last minute: si può risparmiare qualcosa solo iscrivendosi con grande anticipo, almeno due mesi prima).
Proprio per questo è stato ancor più notevole che, come accade ormai da qualche anno a questa parte, grazie all’encomiabile iniziativa del suo attuale Direttore Tecnico, l’italiano Claudio Maccone, la IAA (International Academy of Astronautics) abbia affiancato all’evento principale un convegno più ristretto ma di livello per niente affatto inferiore interamente dedicato a quella che è senza dubbio la più appassionante tra tutte le ricerche che si stanno effettuando in campo spaziale, ovvero quella di eventuale vita extraterrestre, nella duplice forma della bioastronomia, che ricerca forme di vita non intelligenti e tendenzialmente piuttosto primitive, e del SETI (Search for Extra-Terrestrial Intelligence), che invece tenta di intercettare eventuali comunicazioni da parte di altre civiltà.
Il Fourth IAA Symposium on Searching for Life Signatures si è tenuto a San Marino, presso il Centro Congressi Kursaal, dal 25 al 27 settembre, a un prezzo decisamente più abbordabile (50 euro di iscrizione più albergo convenzionato a prezzo scontato), esplicitamente studiato per possibili ascoltatori «esterni» (studenti, ricercatori o anche semplici appassionati), che sono effettivamente intervenuti, anche se in numero ridotto, essenzialmente a causa della scarsa pubblicità ricevuta all’interno delle università, dato che i ricercatori impegnati in questo campo in Italia sono pochissimi.
Un’iniziativa comunque davvero intelligente e fuori dagli schemi, che ha permesso a chi c’era di rendersi conto di persona, per una volta almeno, di come funziona davvero la scienza, partecipando non solo alle conferenze, ma anche ai momenti più conviviali (dove spesso nascono le idee migliori) e che ha costretto tutti noi ad andare ancora più a fondo delle questioni trattate. C’è davvero da augurarsi che anche altri congressi scientifici seguano l’esempio, magari con una pubblicità maggiore, anche se è vero che non sempre i temi trattati possono essere così appassionanti anche per i non addetti ai lavori.
E venendo per l’appunto ai temi, va detto anzitutto che quest’anno si è deciso di concentrarsi soprattutto sul SETI, data la tradizione che ha l’Italia in questo campo, seconda solo agli Stati Uniti: una delle tante eccellenze che manco sappiamo di possedere e che, tanto per cambiare, stiamo allegramente cercando di buttare a mare, dato che il sostegno ricevuto in questi anni dalle istituzioni italiane è stato pari a zero euro virgola zero centesimi.
Fortunatamente, al disinteresse delle istituzioni fa da contraltare, come spesso accade, l’impegno di molti appassionati, che a volte riesce a raggiungere risultati tali da lasciare a bocca aperta anche gli esperti del settore. Così a San Marino è stato presentato fra l’altro il nuovo programma di SETI ottico che si svolgerà presso l’osservatorio astronomico di Tradate (VA). Il SETI infatti opera essenzialmente attraverso i radiotelescopi, dato che per ragioni in parte tecnologiche e in parte fisiche si ha ragione di supporre che una comunicazione via onde radio sia quella che ha le maggiori probabilità di essere ricevuta alla scala delle immense distanze cosmiche.

Tuttavia non si può escludere del tutto che un’altra civiltà (ammesso che ce ne siano, ovviamente) decida, per ragioni sue che magari non siamo neanche in grado di immaginare, di utilizzare altri mezzi, soprattutto se la comunicazione non fosse intenzionalmente rivolta a noi e ci raggiungesse solo per caso. Per questo da alcuni anni si sta cercando di fare osservazioni anche nel campo della luce visibile, dato che degli impulsi laser provenienti da un pianeta extrasolare sarebbero senza dubbio assai difficili (ma non impossibili) da individuare, a causa delle luce della stella che li coprirebbe pressoché interamente, ma in compenso potrebbero trasportare una grandissima quantità di informazione con un impiego di energia relativamente modesto.
Al FOAM13 hanno deciso di raccogliere la sfida e l’avventura sta ormai per cominciare: chi volesse saperne di più o, meglio ancora, andare a vedere di persona visiti il sito dell’osservatorio (www.foam13.it), dove si possono anche prenotare delle visite con annessa osservazione guidata del cielo notturno. Ma naturalmente a San Marino si è dibattuto anche con fior di esperti di calibro internazionale, per quanto la ricerca, anche in questo campo come in tutti gli altri, stia un po’ segnando il passo, a causa della crisi che stiamo attraversando.
Le novità più emozionanti, come sempre da un po’ di anni a questa parte, stanno venendo soprattutto dai pianeti extrasolari, che si stanno scoprendo in numero sempre crescente e (questa è la novità) di taglia sempre più «terrestre», soprattutto da quando è andato in orbita Kepler, il nuovo satellite della NASA specificamente dedicato a questa ricerca, anche se la «Terra gemella», a dispetto degli annunci giornalistici sempre un po’ sopra le righe, ancora non c’è (ma arriverà). D’altra parte si sta anche scoprendo che i pianeti simili alla Terra non solo per le dimensioni ma anche per altre caratteristiche non meno essenziali alla vita sono molti meno del previsto e potrebbero anche essere rarissimi, perché rarissimi sembrano essere i sistemi planetari stabili e con i pianeti posizionati alla giusta distanza dalla stella. Queste non sono buone notizie per la bioastronomia, ma la ricerca è appena agli inizi e porterà certamente grandi sorprese, anche se non dovesse mai raggiungere il proprio specifico scopo.
Allo stesso modo continua anche la ricerca nell’ambito del SETI tradizionale, nel quale si sta sempre aspettando il completamento dell’ATA (Allen Telescope Array, il radiotelescopio del SETI Institute californiano, l’unico dedicato interamente a questo tipo di ricerca), nonché la costruzione dello SKA (Square Kilometer Array), il nuovo mega-radiotelescopio da un chilometro quadrato del quale è perlomeno stata finalmente decisa la location: tra Sudafrica e Australia si è infatti scelto di non scegliere, assegnandone una parte a entrambe, cosa che presenta sia vantaggi che svantaggi, di cui non è possibile parlare qui; l’importante è che una decisione sia comunque stata presa e che i lavori possano finalmente cominciare, dato che richiederanno non meno di venti anni.
Nel frattempo procede pure, ed è anzi finalmente diventato un affare internazionale, grazie all’impegno dell’astronomo canadese Stephane Dumas, il lavoro per rendere applicabile la KLT, un nuovo algoritmo di decifrazione dei segnali che dovrebbe garantire una sensibilità molto maggiore anche ai radiotelescopi già esistenti, ma presenta problemi tecnici di grande portata per passare dalla teoria alla pratica.
Ancora una volta si tratta di un’idea tutta italiana, dato che la KLT è stata ideata dal già nominato Claudio Maccone insieme al suo collega Stelio Montebugnoli, direttore del SETI Italia nonché (purtroppo ancora solo per pochi mesi) del grande complesso radioastronomico Croce del Nord di Medicina (BO), anch’esso visitabile dietro prenotazione (eseguibile al sito www.ira.inaf.it), dove, attraverso un piccolo ma ben attrezzato museo e delle curatissime visite guidate vengono illustrati i principali concetti della radioastronomia e, appunto, del SETI.
Se vi siete persi San Marino, ora sapete come rifarvi.

 

 

Paolo Musso
(Filosofia della Scienza – Università dell’Insubria – Varese)

 

 

 

 

© Pubblicato sul n° 46 si Emmeciquadro




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