SCIENZAinATTO/ Realismo «versus» Positivismo. Intervista a Evandro Agazzi

Un maestro dei nostri tempi, noto a livello internazionale, fornisce parametri di giudizio relativi ai fondamenti filosofici del positivismo in rapporto a una posizione sanamente realista.

22.12.2012 - Nadia Correale, int. Evandro Agazzi
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Il Prof. Evandro Agazzi

Nel panorama dell’epistemologia contemporanea predomina una tendenza scettica e antirealista, legata a una mentalità positivista ben radicata che si è andata affermando, già a partire dal diciannovesimo secolo, per lo meno nella cerchia dei filosofi. Chi nella scuola intende difendere e riaffermare il carattere conoscitivo delle scienze molto spesso si trova impreparato, non avendo avuto la possibilità di approfondire adeguatamente i fondamenti filosofici che sottostanno alla propria posizione realista in rapporto ad altre, attualmente più in voga. Abbiamo posto alcune domande a un maestro dei nostri tempi, il filosofo della scienza Evandro Agazzi, conosciuto e studiato a livello internazionale; in questi giorni è stata presentata un’importante raccolta di suoi saggi (Ragioni e limiti del formalismo. Saggi di filosofia della logica e della matematica) nell’ambito di un congresso di studi a lui dedicato, in occasione del conferimento della laurea honoris causa in Scienze e Tecniche della Comunicazione da parte dell’Università dell’Insubria di Varese. Nell’intervista si entra in merito ad alcune delle sfide culturali più incalzanti in particolare negli ambiti dove lo sviluppo della conoscenza costituisce l’obiettivo fondamentale: nelle scuole, nelle università, ma anche ovunque ci si occupi di formazione scientifica o di divulgazione scientifica.

Intervista rilasciata il 22 Settembre 2012 in occasione del convegno di studi «Sulla filosofia della scienza di Evandro Agazzi: dalla logica matematica all’epistemologia» tenutosi presso la Villa Toeplitz di Varese e promosso dal Centro Internazionale Insubrico “C. Cattaneo” e “G. Preti” dell’Università dell’Insubria di Varese.

Fra le tematiche più attuali che emergono nei dibattiti scientifici (fra cui per esempio le neuroscienze, la cosmologia, l’evoluzione) in quali secondo lei si riscontra un atteggiamento scientista o relativista?

Direi in quasi tutte, proprio perché le tendenze prevalenti all’interno della ricerca scientifica per così dire più in voga (che non significa più avanzate) sono filtrate da interpretazioni filosofiche eredi della filosofia dell’empirismo logico, che è stata l’epistemologia ufficiale della prima parte del Novecento e anche di una buona parte della seconda metà del Novecento. All’interno dell’epistemologia sono in seguito subentrate delle tendenze post-empiriste di tipo sociologico (pensiamo, per esempio, a esponenti come Kuhn o Feyerabend) che però gli scienziati, non a torto, non apprezzano molto. Perciò la maggior parte degli scienziati che credono nella serietà della scienza finiscono con l’aderire alla vecchia impostazione positivista, con tutte le implicazioni di tipo materialista, riduzionista, anti-religioso e anti-metafisico che ciò comporta.
L’empirismo radicale è il presupposto di base del positivismo. Ma esso, se analizzato a fondo, non è capace di dare una giustificazione della portata conoscitiva delle scienze. Infatti le scienze hanno in se stesse una dimensione teorica di cui l’empirismo non è in grado di dare le ragioni e che invece consente di andare oltre ciò che è immediatamente noto. Anche i neoempiristi hanno dovuto ammettere progressivamente questa sconfitta. Tuttavia, in forza del persistere del suddetto empirismo radicale, l’evoluzione di queste epistemologie è stata quella di diventare in larga parte antirealiste, nonostante l’intento originario del positivismo fosse del tutto opposto, ossia quello di attribuire alla scienza il privilegio di essere la più perfetta forma di conoscenza della realtà. Infatti non si vede come si possa dichiarare che la scienza è l’unica, o per lo meno la migliore, forma di conoscenza se poi si giunge alla conclusione che la scienza non è in grado di farci conoscere la realtà (anti-realismo).

Può fare qualche esempio eclatante nella storia delle scoperte scientifiche in cui si constata che in certe situazioni specifiche la mentalità positivista non ha agevolato ma ostacolato la possibilità di comprendere i fenomeni?

 

L’aspetto più evidente è costituito dal fatto che il positivismo ha reso molto difficile l’accettazione dell’inosservabile, quando invece tutta la scienza contemporanea è una scienza dell’inosservabile.
Un filosofo come Ernst Mach, che era anche un fisico, è morto senza credere all’esistenza delle molecole, anche se questo oggi potrebbe sembrare paradossale.
[A sinistra: Ernst Mach, fisico e filosofo tedesco (1838 – 1916)]
Perciò tutti i progressi della scienza che vanno al di là dell’evidenza puramente sensoriale empirica non sono giustificabili all’interno di un’ottica strettamente empirista. Pertanto i positivisti hanno dovuto compiere sforzi notevolissimi per superare questo problema, ma hanno finito per difendere interpretazioni convenzionaliste o strumentaliste della scienza, ma mai realiste in un senso serio. Attualmente esistono tentativi di recupero di un certo realismo, mediante impostazioni di ispirazione pragmatista, che tuttavia sono ancora inadeguate, secondo me, sul piano filosofico.

 

 

In ambito scientifico si può affermare che l’adesione al positivismo è un fenomeno relativamente recente, oppure la questione è più complessa?

 

La situazione è un po’ variegata: alcuni scienziati hanno aderito al positivismo già nell’800.
[A destra: Max Born, fisico tedesco (1882 – 1970)]
Certamente il fenomeno si è amplificato nel Novecento in un senso fenomenista. Però esistono anche casi di scienziati illustri che invece hanno assunto una tendenza completamente opposta; questo è il caso per esempio di Max Planck, Albert Einstein, Niels Bohr, Max Born, Werner Heisenberg. Costoro avevano senza dubbio una formazione filosofica abbastanza salda, cosa che gli scienziati contemporanei solitamente non hanno, e per questo motivo essi tendono a riflettere con minor profondità sui fondamenti.

 

Quali sono i punti deboli che lei principalmente riscontra nell’insegnamento delle discipline scientifiche e quali sono le iniziative che lei proporrebbe per favorire un atteggiamento sanamente realista?

 

Occorrerebbe insegnare la storia della scienza accanto alla trattazione dei “contenuti” scientifici, in modo tale da rettificare una certa idea non corretta di scienza come di un sapere nell’ambito del quale il passato viene concepito esclusivamente come un accumulo di errori o come un superamento di essi. Inoltre si potrebbero proporre delle letture riguardo alla realtà scientifica che siano fuori dagli schemi più correnti, ossia che non attingano alla vulgata di questa tradizione; il che non è molto facile perché la filosofia della scienza tuttora egemone in Italia è quella che viene praticata negli USA e che da lì si è propagata in altri paesi attraverso collane di epistemologia che hanno tradotto i testi provenienti dagli Stati Uniti. Io, invece, nella mia collana di epistemologia edita da Franco Angeli ho seguito la politica di evitare quasi totalmente le traduzioni, e di pubblicare invece testi originali di autori italiani, molto spesso esordienti e sconosciuti, che poi si sono imposti all’attenzione della comunità filosofica.

 

 

 

A cura di Nadia Correale
(Docente di Matematica e Scienze alla Scuola Secondaria di primo grado, frequenta l’ultimo anno del dottorato in Formazione della Persona e Mercato del Lavoro presso l’Università degli Studi di Bergamo)

 

 

 

 

© Pubblicato sul n° 47 di Emmeciquadro

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