SCIENZ@SCUOLA/ Lettera al Ministro della Pubblica Istruzione, Università e Ricerca

- Mariella Ferrante

Riceviamo questa comunicazione al Ministro Giannini da parte di Diesse Lombardia relativa al Progetto CLIL relativa alla sua attuazione e che volentieri pubblichiamo.

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Nel mese di giugno l’Associazione Diesse Lombardia ha inviato al Ministro Stefania Giannini la seguente lettera alla quale non è seguita nessuna risposta, nonostante essa ponga diversi problemi di ragguardevole rilevanza per la scuola.
Diesse Lombardia prosegue comunque nel suo impegno su questa questione mettendo a disposizione la piattaforma sul suo sito per tutti i docenti che vogliano scambiare esperienze di insegnamento di discipline non linguistiche in lingua straniera.
Inoltre ha in programma un momento di approfondimento delle questioni di seguito indicate in vista della pubblicazione di un documento sostanzioso sulla questione dell’insegnamento della lingua straniera nella scuola e dell’insegnamento in lingua delle discipline non linguistiche.
Chi fosse interessato a partecipare può scrivere o telefonare a Sara Marchesini utilizzando i recapiti presenti nella pagina “Contatti” del sito di Diesse Lombardia.
Di seguito il testo della lettera.

Alla c.a.
Stefania Giannini
Ministro dell’Istruzione, Università, Ricerca

L’Associazione Diesse Lombardia rinnova la richiesta al Ministro di porre attenzione ai problemi legati all’attuazione, nel prossimo anno scolastico, dell’insegnamento in lingua inglese di una disciplina non linguistica nelle classi quinte dei licei e degli istituti tecnici, secondo quando previsto dai DD.PP.RR. attuativi della Riforma della Scuola Secondaria di secondo grado nn. 88/2010 e 89/2010.
Si tratta di un intervento particolarmente «pesante» che deve misurarsi con problemi di natura diversa. Si ricorda che le esperienze già in atto nei licei linguistici sono di vario tipo e genere e spesso difficilmente catalogabili come insegnamento CLIL.
Innanzi tutto non possono essere ignorati alcuni problemi di natura organizzativa che rischiano di incidere pesantemente sulla riforma prevista. Tra questi:

  1. i docenti di molte scuole non hanno le competenze linguistiche necessarie per l’insegnamento in lingua di discipline non linguistiche (anche ora che sono state abbassate da C1 a B2). Nonostante l’impegno da ultimo profuso da parte degli USR, i docenti che stanno frequentando corsi di perfezionamento linguistico sono ancora pochi. Inoltre ci si chiede se le competenze linguistiche B2 possano considerarsi sufficienti per l’insegnamento di una disciplina in lingua straniera;

  2. un insegnamento CLIL necessita di conoscenze linguistiche specifiche e richiede modalità didattiche adeguate. A tutt’oggi però non sono ancora stati istituiti corsi CLIL da parte delle università volti all’acquisizione della metodologia relativa da parte dei docenti che il prossimo anno dovranno insegnare nelle classi quinte dei licei e dei tecnici;.

  3. la situazione che si potrà creare il prossimo anno dovrà sciogliere nodi che potrebbero dar luogo anche a contenziosi. Tra questi: 

    1. La distribuzione dell’organico: i pochi docenti competenti dovranno essere «spalmati» sulle classi quinte a danno della continuità didattica?

    2. L’esame di maturità: chi interrogherà gli studenti delle classi che hanno svolto una materia secondo la metodologia CLIL? Solo docenti interni?

    3. inoltre la mancata organizzazione di un insegnamento CLIL non potrebbe essere occasione per azioni legali da parte dei genitori?

  4. gran parte di questi problemi riguarda anche le scuole paritarie che sono tenute a rispettare quanto previsto dal DPR, ma i cui insegnanti non hanno avuto la possibilità di acquisire il titolo necessario. Anche i docenti dei linguistici paritari non hanno potuto iscriversi ai corsi di metodologia CLIL organizzati lo scorso anno, perché formalmente aperti solo ai docenti delle scuole statali.

Oltre ai problemi organizzativi richiamati, la proposta CLIL è portatrice di una questione culturale ed educativa di grandissima rilevanza, di cui sino ad ora si è troppo poco discusso: l’impatto culturale e formativo che questa scelta ha sulla preparazione degli allievi.

Cambiare la lingua veicolare di un insegnamento, in particolare quando si tratta di insegnamenti umanistici o scientifici, non significa infatti solo tradurre dei termini (cosa non sempre facile come sanno benissimo i traduttori professionisti), ma proporre un nuovo costrutto semantico che inserisce i termini scelti in un contesto concettuale diverso. La traduzione di opere letterarie, e ancor più poetiche, è a sua volta produzione letteraria e poetica.
L’insegnante sarebbe quindi chiamato non solo ad acquisire il linguaggio in modo approfondito, ma anche a «ricostruire» il proprio pensiero. In particolare per quanto riguarda l’insegnamento di discipline scientifiche si negherebbe agli studenti la possibilità di un’approfondita comprensione degli strumenti concettuali, linguistici e metodologici, propri delle diverse scienze; questo risulterebbe molto grave nella fase conclusiva del percorso di scuola secondaria di secondo grado in cui agli studenti è richiesto il raggiungimento di competenze specifiche di carattere logico-argomentativo.
Ciò comporta tre conseguenze, inevitabili nella grandissima generalità dei casi.

  1. L’impoverimento della proposta da parte dell’insegnante che si troverebbe a far fronte contemporaneamente al padroneggiamento di una terminologia e al ripensamento del senso che tali termini comunicheranno a soggetti, gli allievi, a loro volta impegnati nella semplice comprensione letterale dei termini proposti.

  2. Un possibile (e probabile) fraintendimento di quanto viene insegnato, anche se poi, in realtà, per l’apprendimento molto probabilmente lo studente non farà riferimento alla lezione (in inglese) ma al libro di testo con cui stabilirà un rapporto che esclude l’insegnamento in classe.

  3. I due punti richiamati mettono in luce anche che l’insegnamento CLIL, così come proposto dalla legge, comporterà la grande difficoltà a sviluppare in classe un articolato confronto tra insegnanti e allievi e tra gli allievi stessi, a loro volta condizionati da un possesso dello strumento linguistico in genere non adeguato a questo tipo di comunicazione, e non sostenuto dalle modalità di insegnamento dell’inglese attualmente presenti nella scuola italiana.

 

In questa situazione ci sembra ragionevole:

  1. lasciare alle scuole – nella loro autonomia e quindi nella responsabilità di una scelta formativa fatta in base a ragioni culturali e di presenza delle risorse umane necessarie – la scelta di come introdurre l’uso della lingua inglese nelle materie non linguistiche (nei paesi europei l’insegnamento CLIL è scelto dalle scuole e non imposto uniformemente a tutte);

  2. sostenere nei prossimi tre anni un programma di formazione nelle competenze linguistiche per i docenti e, parallelamente, di ripensamento dell’insegnamento della lingua impartito;

  3. assegnare a università e ad associazioni riconosciute come enti formatori il compito di formare i docenti dal punto di vista metodologico, mettendo a confronto le diverse esperienze di insegnamento già presenti in alcune scuole.

 

In sintesi l’Associazione Diesse Lombardia, in sintonia con quanto richiesto da tutti nell’incontro dell’8 maggio 2014, organizzato dal MIUR, chiede che le norme attuali per l’insegnamento di una disciplina in lingua inglese vengano modificate profondamente, a partire da esperienze più diffuse e da una riflessione che si confronti con i problemi culturali e formativi che questo cambiamento comporta.
Accanto a ciò che si guadagnerà deve essere chiaro anche che cosa si perderà: solo così sarà possibile prendere decisioni che non si risolvano in un ulteriore impoverimento delle capacità della nostra scuola di sostenere la crescita delle giovani generazioni.

 

 

Mariella Ferrante
(Presidente dell’Associazione Diesse Lombardia)

 

 

 

 

 

© Pubblicato sul n° 54 di Emmeciquadro

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