SCIENZ@SCUOLA/ Una Terminologia Italiana per la Comunicazione Internazionale

- Maria Teresa Zanola

Per gentile concessione dell’Editrice Laterza e dell’Accademia della Crusca pubblichiamo come reprint un articolo che fornisce spunti utili per una valutazione complessiva del progetto CLIL.

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Dalla copertina del libro "Fuori l'Italiano dall'Università?"

Nel 2013 sui giornali si è aperto un vivace dibattito circa l’opportunità o meno dell’uso esclusivo della lingua inglese nei corsi della laurea magistrale, in particolare al Politecnico di Milano.
L’Accademia della Crusca è intervenuta tempestivamente per riportare l’attenzione sul valore formativo della lingua in ambito sia letterario sia scientifico. Ne è nato il testo Fuori l’italiano dall’università? – edito da Laterza –
(segnalato nel n. 49 – giugno 2013 di Emmeciquadro) che raccoglie all’incirca novanta interventi di rappresentanti del mondo giuridico, scientifico, tecnologico e linguistico.
Nell’intervento che pubblichiamo l’autore offre spunti, oggi preziosi, per una valutazione dei rischi sul piano della formazione intellettuale degli studenti di scuola secondaria di secondo grado, coinvolti nel Progetto CLIL, che impone (parzialmente o interamente) l’insegnamento in inglese di una disciplina non linguistica, in particolare una disciplina scientifica.
Punti di vista di natura culturale, lessicale e linguistica che risultano pericolosamente elusi da un dibattito che, a tutti i livelli (docenti, dirigenti, associazioni, ministero), resta chiuso in un orizzonte esclusivamente organizzativo, senza un confronto leale sulle conseguenze a livello della competenza logico-argomentativa, richiesta dalle Indicazioni Nazionali agli studenti in uscita dalla scuola secondaria.

Le motivazioni non favorevoli all’esclusivo, utilizzo della lingua inglese nell’insegnamento superiore sono state ben illustrate dagli interventi dei tanti eminenti specialisti che si sono espressi riguardo al dibattito suscitato dalla decisione del Politecnico di Milano.
Mi limito a ripercorrerne alcune, e soprattutto a profilare alcune conseguenze molto prevedibili di una scelta che, da localizzata, può avere derive nazionali preoccupanti. Le ragioni a favore della scelta della lingua inglese nella formazione superiore sono chiare, energiche e fondate su argomentazioni di carattere fattuale e quantitativo, ossia, in sintesi: spinta all’internazionalizzazione, diffusione della lingua inglese nella comunicazione tecnico-scientifica, sicuri sbocchi professionali con una formazione in lingua inglese.
Intervengo nel dibattito, con una premessa e due brevi osservazioni.

La premessa

Giovanni Nencioni, ideatore, promotore e primo Presidente dell’Associazione Italiana per la Terminologia, in un suo scritto del 1987, sottolineava la necessità della sicurezza della comunicazione nei rapporti internazionali relativi alla scienza, alla tecnologia, alla collaborazione industriale, al commercio, e scriveva: «Sono esigenze fortemente sociali, cioè rivolte, più che ai linguisti, agli utenti della lingua, e più che ai produttori di merci e di neologismi, ai quali senza dubbio giovano, agli acquirenti bisognosi d’individuare esattamente la natura, le qualità, le insidie dei prodotti».
Se ne deduce l’importanza di una comunicazione con queste caratteristiche che sia propria della lingua italiana: le istanze di trasparenza e di sicurezza nella comunicazione tecnica e scientifica pongono l’attenzione alla adeguata terminologia, al fine di sostenere un’informazione scientifica e tecnica in lingua italiana.
Vale la pena ricordare che la precisione terminologica è anche un bene in sé, con valore economico e giuridico proprio della lingua in cui il termine vive. Un singolo termine identifica un prodotto commerciale, tecnico e industriale, ed è molto importante che la sua definizione accompagni la diffusione del termine stesso.
Vale la pena ricordare il nesso imprescindibile fra la lingua italiana e la realtà tecnica, scientifica e produttiva che in questa lingua può essere espressa e quindi divulgata nel Paese.
Siamo proprio sicuri che parlando solo in inglese facciamo il bene dei nostri futuri ingegneri? O dei nostri futuri economisti o medici? E il bene stesso della nostra economia? A lungo si è sottovalutato quanto una lingua sia una ricchezza sociale, umana, culturale, ma anche economica per un Paese.
Si confonde la preoccupazione per la propria lingua con un atteggiamento purista e antimoderno, mentre sono in gioco da un lato la promozione dell’italiano come fattore di coesione sociale, e dall’altro la tutela della diversità culturale e linguistica.

È semplicistico ridurre il peso di queste preoccupazioni con la rilevanza di alcuni pur realistici fattori – come si è detto, il privilegiare l’inglese è una ineludibile necessità per adattarsi alle esigenze della comunicazione specialistica e accademica, dell’internazionalizzazione e del trasferimento delle conoscenze specialistiche. Tutto questo non basta a costituire il completo e complesso quadro della produzione e della trasmissione dei saperi.
E ora le due brevi osservazioni.

 

 

La prima osservazione

 

Dovunque si sia approfondita l’attenzione all’adeguatezza terminologica, questo è stato il segno di una più o meno dichiarata politica linguistica, grazie alla quale la chiarezza e la precisione della denominazione corrisponde alla necessità di definire e univocamente denominare nuove realtà commerciali, produttive, sociali, proprie di una società nella sua crescita e nel suo divenire.
Studiare una materia in una determinata lingua vuol dire seguire la tradizione di studi maturati in quella lingua, e di conseguenza vuol dire usare una terminologia che costituisce precise mappe concettuali, all’interno delle quali i termini iperonimi coniugano la propria rete iponimica secondo le conoscenze che il sistema concettuale di riferimento di quella lingua hanno sedimentato e intessuto.
Passiamo in rassegna le rispettive discipline che insegniamo, le professioni che svolgiamo, i mestieri che pratichiamo, e proviamo a vedere quante «note enciclopediche» dobbiamo aggiungere all’equivalente inglese che corrisponde al nostro termine italiano. E questa non è una carenza espressiva, sono storia e cultura e civiltà che insieme si mescolano nelle nostre parole.
Per un osservatore economico, è molto chiaro il rapporto fra la nomenclatura e l’oggetto, che viene battezzato con il nome che lo rende designabile e conseguentemente anche divulgabile o commerciabile, per passare a costituire una serie di derivati concettuali, di iponimi e iperonimi, di analoghi e sinonimi, che restano nel tempo, o che modificano nel tempo la propria etichetta di riconoscimento nel mondo economico stesso.
Il problema di una terminologia multilingue è quello di determinare le esatte corrispondenze fra le lingue rispetto a un concetto dato. E se questo concetto dato ha la propria denominazione in italiano e l’equivalente inglese non designa esattamente lo stesso concetto?
Ogni realtà multinazionale deve spesso adattare il proprio prodotto, per venderlo e distribuirlo secondo una prospettiva di localizzazione. E che cosa si localizza e che cosa resta internazionale?
Ci rattristiamo quando vediamo i nostri termini corrispondere a significati ridotti e storpiati, ma ci rendiamo conto allora della rilevanza economica, sociale e culturale del non difendere la nostra terminologia?
L’esperienza di altre lingue romanze dovrebbe essere vista non come mera chiusura difensiva e protezionistica della lingua stessa, ma come attenzione alla prioritaria importanza di seguire in modo vigile la creazione, la diffusione e la penetrazione di una terminologia chiara e precisa.

 

 

La seconda osservazione

 

L’inglese è vitale in molte realtà professionali, in una dimensione di internazionalizzazione e di globalizzazione. L’ormai esteso utilizzo della lingua inglese nel mondo tecnologico, economico e finanziario, scientifico è un’evidenza sotto gli occhi di tutti. Possiamo sciorinare liste di parole, imbastire frasi zeppe di anglicismi perfettamente in uso e comprensibili dai locutori di certe fasce d’età o di certi ambienti professionali.
Ora, in nome di questi usi e queste mode per i quali del resto non abbiamo sempre dati statistici significativi che ci facciano leggere la reale entità del fenomeno e la sua proiezione nel tempo varrebbe davvero la pena di trascurare la lingua del proprio popolo e della propria identità?
Due esempi, il lessico finanziario e quello informatico.
Il lessico finanziario parla inglese, soprattutto nella designazione dei prodotti finanziari. Nessuna lingua in Europa ha sostituito subprime con un equivalente proprio: questo terribile termine resterà il simbolo dell’inizio della crisi scatenata negli USA nel 2007. Di fronte ai necessari salvataggi dei governi verso vari enti di credito, il grande pubblico ha forse sentito parlare di bailout, appunto «salvataggio»?
Eppure è stata negli USA la parola dell’anno 2008 (così come subprime del 2007).
Credit crunch o stretta creditizia? Corporate governance o governo societario? Spread o differenziale di rendimento?
Prevale l’uso del prestito inglese, ma l’equivalente italiano vive come accompagnamento definitorio o ripresa sinonimica in testi di comunicazione giornalistica e specialistica.

C’è da chiedersi se l’uso dell’inglese sia davvero l’unica possibile via, e nel dubbio si possono considerare i motivi per cui nell’ambito dei processi organizzativi forse si fanno avanti anche gli equivalenti italiani, mentre nell’elaborazione di strategie comunicative la scelta linguistica dipende sicuramente dai tipi di testo e dai bisogni delle situazioni di comunicazione stesse.
La necessità dell’inglese per l’informatica. Siamo tutti d’accordo che è molto avanzata ormai la penetrazione della lingua inglese in questo linguaggio, che andando a toccare le nostre vite quotidiane non può certo più fare a meno di questi termini. Ma crediamo forse che la motivazione per la quale la lingua francese usi tanto francese in questo campo sia una questione di imposizione linguistica dall’alto?
No, le ragioni sono dovute a scelte in primis sociopolitiche: usare souris (mouse), logiciel (software) e toile (web) ricorda ai Francesi la possibilità di dire nella propria lingua le nuove realtà, di usare una lingua dell’era digitale, in tutti i campi, dai servizi agli utenti all’accessibilità alle conoscenze, per proseguire la visibilità internazionale della produzione di pensiero, di scrittura e di parola in quella lingua.
E allora perché non anche in italiano? Perché dovremmo nascere monolingui, affiancare poi una seconda lingua che diventerà la lingua della vita professionale, vicino alla quale sopravvivrà una lingua materna senza altrettanta rilevanza?
Sottolineare i rischi di un uso esclusivo dell’inglese nell’insegnamento superiore manifesta la volontà di affermare un profondo senso della realtà, esprime l’esito di un atteggiamento razionale che misura e calcola le effettive ed evidenti conseguenze di una immediata utilità di oggi comprensibilissima. Ma questo avviene a scapito di una meditata azione di formazione bilingue o plurilingue, che da un lato costituisce un ben più impegnativo banco di prova per i nostri studenti universitari, e dall’altro garantisce tuttavia la salvaguardia non solo della lingua italiana della scienza e della divulgazione delle conoscenze, ma di una tradizione di studi e di pensiero, di vita economica e sociale, di professioni, di arti e di mestieri, che sono loro stessi tecnologia e sviluppo di questo nostro Paese.
Oggi forse un ringraziamento va a chi ha dato l’occasione di questo dibattito, perché ha offerto la possibilità di dichiarare un sentire che serpeggiava e che non trovava l’interesse di essere una notizia, un sentire che voleva esprimersi e non trovava la giusta tribuna, un sentire che si è subito mosso non appena è stata varcata la soglia del rischio di intraprendere una strada senza ritorno.

 

 

Conclusione

 

Concludendo, ritorniamo ancora su un altro passo di Nencioni, sempre da quel testo del 1987: «Certo, una lingua naturale potrà divenire, per circostanze storiche, veicolo, ad altri popoli, di superiori valori intellettuali; ma in quella nobile funzione perderà gran parte dei suoi valori connotativi, della sua natura, insomma, di lingua naturale. Riconoscendo questo, vedremo chiaramente che la nostra vera e sola lingua, quella che realizza l’identità di noi individui e del nostro ethnos, è la lingua detta più o meno propriamente “materna”, avvalorata da una scuola saggiamente tradizionale. Quel prezioso peculio segnico, intraducibile in altre lingue, voce e sigillo della nostra persona, è il bene che noi dobbiamo alimentare e proteggere, col solo mezzo efficace di cui disponiamo: prendendone e facendone prender coscienza».
Non potremo certo negare i visibili vantaggi del lancio di offerte formative che seducono per la loro progettualità internazionale, per il loro dinamismo che apre a mercati del lavoro globali, ma per valorizzare queste dimensioni esistenti e ricche di prospettive, non occorre passare in secondo piano il proseguire certo e altrettanto inesorabile del mondo del lavoro nazionale, della diffusione scientifica e culturale del nostro Paese, della lingua che veicola tutto ciò, con il suo patrimonio di tradizioni e di apertura all’innovazione e alla creatività, con la propria terminologia, che costituisce un altrettanto prezioso patrimonio nazionale.

 

 

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Maria Teresa Zanola
(Presidente dell’Associazione Italiana per la Terminologia)

 

 

 

[tratto da Fuori l’italiano dall’università?, Laterza 2013, pp. 97-102]

 

 

 

 

© Pubblicato sul n° 54 di Emmeciquadro

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