EDITORIALE/ Insegnare la scienza, insegnare a pensare – N° 61 – Giugno 2016

Introducendo la persona alla conoscenza dei fenomeni naturali ed ai metodi della matematica, le discipline scientifiche non perseguono obiettivi specialistici, ma lo sviluppo della ragione.

07.07.2016 - Mario Gargantini
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Siamo nell’età dell’immediatezza: la pretesa del «tutto subito», che un tempo veniva rimproverata agli adolescenti invitandoli alla ponderazione, oggi è diventata una possibilità e sta modellando l’atteggiamento non solo dei più giovani.
Le tecnologie, soprattutto quelle dell’automazione e della comunicazione, stanno riducendo al minimo la distanza tra le aspettative e il loro esaudimento, tra i problemi e le soluzioni, tra i progetti e le realizzazioni. Lo aveva in qualche misura profetizzato, forse involontariamente, quasi un secolo fa il matematico Alfred N. Whitehead quando aveva dichiarato: «La civiltà progredisce a mano a mano che si va estendendo il numero di attività importanti che riusciamo a compiere senza pensarci».
Oggi le attività, più o meno importanti, che compiamo «senza pensarci» sono innumerevoli. Ma non è questa la cosa più preoccupante; il fatto è che anche quando dobbiamo pensarci, tendiamo a farlo frettolosamente, sbrigativamente, appoggiandoci a facili schemi precostituiti, senza prenderci – come scrive Philippe Meirieu nel brano che commenta il titolo di questo numero – «una sospensiva al passaggio all’azione», soggiacendo tacitamente alla «dittatura della reazione in tempo reale», tipica dei social network; per non parlare del multitasking
Non si tratta solo di pensiero debole, di minimalismo degli obiettivi, di scetticismo nelle potenzialità della ragione umana di leggere la realtà: sono a rischio estinzione le stesso strutture base del pensiero, quelle attitudini della persona che le consentono di interagire con il reale compiendo tutti i passaggi necessari per una piena interazione.
Nella frenesia e nella frammentazione della attuale società iper-comunicativa, alcuni verbi, espressivi di tali passaggi, stanno diventando desueti o evanescenti: guardare, osservare, riflettere, paragonare, collegare, immaginare, sono azioni che, in misura proporzionata all’età, si possono esercitare fin da piccoli: per non parlare delle più impegnative: deduzione, induzione, inferenza, sintesi…
Il fatto è che tali azioni richiedono tempo e metodo, richiedono la possibilità di essere ripetute perché diventino un habitus, perché ciascuno trovi il suo proprio modo di guardare, osservare, riflettere, eccetera; in breve il suo personale modo di «pensare», che non diventi fine a se stesso ma gli permetta di relazionarsi con le cose e soprattutto con le persone. È un lento e progressivo cammino, testimoniato da molte esperienze raccontate in queste pagine specialmente nella sezione .
Siamo convinti infatti – ed è una delle motivazioni alla base della realizzazione di Emmeciquadro – che le discipline scientifiche non perseguano solo obiettivi settoriali e specialistici ma che, introducendo la persona alla conoscenza dei fenomeni naturali e alla acquisizione dei metodi dell’indagine matematica, rappresentino, a ogni livello e in ogni indirizzo scolastico, una componente irrinunciabile di un itinerario formativo graduale e integrale e contribuiscano in modo determinante all’educazione a «pensare», cioè a rispondere alle sollecitazioni della realtà esercitando la ragione in tutta la sua ampiezza e secondo tutte le sue potenzialità.
Insegnare le discipline scientifiche, in un contesto dominato dalla dispersione e dalla aggressività dei messaggi e dei segnali, offre un contributo rilevante affinché la scuola possa assolvere il suo compito – citando ancora Meirieu – di «far intravvedere il piacere dell’accesso al simbolico, la gioia del pensiero e la felicità della creazione».

Mario Gargantini
(Direttore della rivista Emmeciquadro)

© Pubblicato sul n° 61 di Emmeciquadro

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