ENCICLICA PAPA/ La fraternità, un’amicizia sociale che diventa amore politico

- Antonio Magliulo

L’enciclica “Fratelli tutti” è sorprendente, anche per alcune espressioni come “amore politico”. La libertà non può chiudersi, ma deve aprirsi al bene comune

Papa Francesco
Papa Francesco (LaPresse)

Commossi o indignati. A leggere i commenti apparsi in questi giorni sui giornali, e non era difficile prevederlo, la terza enciclica sociale di Papa Francesco – Fratelli tutti – ha suscitato sentimenti contrastanti. Alcuni, leggendola, si sono commossi per la bellezza e la verità dei temi trattati, altri non sono riusciti a reprimere un moto di indignazione per l’insistita ricerca di un dialogo, a loro giudizio quasi sottomesso, con l’Islam.

L’enciclica è sorprendente, se non altro per alcune espressioni come “amore politico”, e richiederà di essere meditata a lungo per cogliere i diversi messaggi che il Papa ha voluto recapitare a ciascuno di noi e al mondo intero. Per il momento, cerchiamo almeno di cogliere un messaggio tra i tanti.

L’enciclica è articolata in otto capitoli: 1) Le ombre di un mondo chiuso; 2) Un estraneo sulla strada; 3) Pensare e generare un mondo aperto; 4) Un cuore aperto al mondo intero; 5) La migliore politica; 6) Dialogo e amicizia sociale; 7) Percorsi per un nuovo incontro; 8) Le religioni al servizio della fraternità nel mondo. La struttura logica si compone, essenzialmente, di tre parti: una descrizione, non asettica o distaccata – dice il Papa – ma partecipe di un mondo che tende a chiudersi e a dividersi; l’illuminante modello del Buon Samaritano a cui ispirarsi e il compito nuovo che ci attende: riaprire il mondo costruendo una comunità mondiale di persone e di popoli.

Cercherò di esplorare rapidamente le tre parti dell’enciclica per raccogliere il messaggio del Papa.

La descrizione, non asettica ma partecipe, della situazione attuale si trova nel capitolo primo (Le ombre di un mondo chiuso) e in parte del capitolo terzo (Pensare e generare un mondo aperto). La chiave di lettura è nella contrapposizione tra chiusura e apertura, ombra e luce, ricerca del bene proprio anziché del bene comune.

Il Papa vede e descrive un mondo su cui calano le ombre di una chiusura dettata dalla rinnovata tentazione, e illusione, di potersi “salvare da soli”: ognuno, singolo o comunità nazionale, pensa, si illude, di poter difendere il proprio benessere chiudendosi ad altri, che percepisce come potenziali o reali nemici. Gli esempi sono tanti.

Nel primo capitolo il Papa si sofferma sui “sogni” che rischiano di andare in frantumi: la costruzione di un’Europa unita, la difesa universale dei fondamentali diritti umani, l’impegno (universale) per la pace e la giustizia, la cooperazione allo sviluppo e l’accoglienza dei migranti. A quest’ultimo proposito lancia un duro monito ai cristiani: “I migranti vengono considerati non abbastanza degni di partecipare alla vita sociale come qualsiasi altro, e si dimentica che possiedono la stessa intrinseca dignità di qualunque persona. Pertanto, devono essere ‘protagonisti del proprio riscatto’. Non si dirà mai che non sono umani, però in pratica, con le decisioni e il modo di trattarli, si manifesta che li si considera di minor valore, meno importanti, meno umani. È inaccettabile che i cristiani condividano questa mentalità e questi atteggiamenti, facendo a volte prevalere certe preferenze politiche piuttosto che profonde convinzioni della propria fede: l’inalienabile dignità di ogni persona umana al di là dell’origine, del colore o della religione, è la legge suprema dell’amore fraterno” (par. 39).

Nel terzo capitolo mostra come, senza la fraternità, rischiano di regredire anche la libertà e l’uguaglianza, le grandi conquiste della modernità. Infatti, senza la fraternità, e cioè l’apertura all’altro e la ricerca di un bene comune, la libertà si riduce a solitaria autonomia, nella tragica illusione di essere liberi semplicemente perché si è economicamente indipendenti, mentre ci si sente eguali soltanto rispetto ai soci dei gruppi sociali cui si appartiene, siano chiese o comunità nazionali. Scrive il Papa: “La fraternità ha qualcosa di positivo da offrire alla libertà e all’uguaglianza. Che cosa accade senza la fraternità consapevolmente coltivata, senza una volontà politica di fraternità, tradotta in un’educazione alla fraternità, al dialogo, alla scoperta della reciprocità e del mutuo arricchimento come valori? Succede che la libertà si restringe, risultando così piuttosto una condizione di solitudine, di pura autonomia per appartenere a qualcuno o a qualcosa, o solo per possedere e godere. Questo non esaurisce affatto la ricchezza della libertà, che è orientata soprattutto all’amore” (104). E ancora: “Neppure l’uguaglianza si ottiene definendo in astratto che ‘tutti gli esseri umani sono uguali’, bensì è il risultato della coltivazione consapevole e pedagogica della fraternità. Coloro che sono capaci solamente di essere soci creano mondi chiusi. Che senso può avere in questo schema la persona che non appartiene alla cerchia dei soci e arriva sognando una vita migliore per sé e per la sua famiglia?” (105).

L’ultimo segno dei tempi è la drammatica pandemia che ha colpito il mondo. L’alternativa è sempre tra chiusura e apertura, ombra e luce, ricerca del bene proprio o del bene comune, illusione di potersi salvare da soli o consapevolezza che nessuno si salva da solo. La speranza del Papa è che prevalga il senso di appartenenza all’unica famiglia umana anziché la contrapposizione tra belligeranti gruppi umani: “Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più ‘gli altri’, ma solo un ‘noi’” (35).

Tra le ombre di un mondo chiuso (titolo del primo capitolo) e la costruzione di un mondo aperto (tema del capitolo terzo e di quelli successivi), il Papa inserisce un capitolo – il secondo – in cui ripropone l’illuminante esempio o modello del Buon Samaritano.

I samaritani erano nemici storici dei giudei. Un giorno, un viandante samaritano incontra “un estraneo sulla strada” (titolo del capitolo secondo), un giudeo ferito, e lo soccorre, senza indugio, senza remore, semplicemente perché vi riconosce un fratello bisognoso di aiuto. Siamo fatti per questo: per prenderci cura gli uni degli altri (“fatti non foste …”). Può sembrare retorico o utopistico, ma non è così. Quante volte ci è capitato di assistere, per strada o su un autobus, a episodi di gratuita violenza e non abbiamo trovato la forza e il coraggio per intervenire. Ma non siamo stati orgogliosi di noi stessi. Il desiderio innato è quello di essere un buon samaritano, non un pavido egoista. Il cristiano – dice il Papa – vede (o dovrebbe vedere) nell’altro Gesù, mentre ogni uomo vi riconosce un fratello. Da qui il pressante invito a riscoprire – ogni giorno e mai da soli – la vocazione a essere e sentirsi cittadini attivi del proprio Paese e del mondo intero.

L’amicizia sociale (espressione sorprendente) è semplicemente l’amore all’altro, ovunque sia, che scaturisce dal riconoscersi fratelli: “L’amore che si estende al di là delle frontiere ha come base ciò che chiamiamo ‘amicizia sociale’ in ogni città e in ogni Paese. Quando è genuina, questa amicizia sociale all’interno di una società è condizione di possibilità di una vera apertura universale” (99).

Nel capitolo quinto il Papa spiega perché, per costruire un’autentica comunità mondiale abitata da persone e popoli che vivono un’amicizia sociale, sia necessaria la migliore politica (titolo del capitolo) e non i diversi populismi o liberalismi. Scrive: “Per rendere possibile lo sviluppo di una comunità mondiale, capace di realizzare la fraternità a partire da popoli e nazioni che vivano l’amicizia sociale, è necessaria la migliore politica, posta al servizio del vero bene comune” (154).

Il limite del populismo è di considerare il popolo un gruppo chiuso, in competizione con gli altri. Si tratta di un’antica ed errata credenza che risale almeno al mercantilismo del XVII secolo. I mercantilisti pensavano che il commercio internazionale fosse un gioco a somma zero, una torta finita, in cui ogni Paese poteva appropriarsi di una fetta (di ricchezza) più grande solo sottraendola ad altri. Nel XVIII e XIX secolo gli economisti classici dimostrarono – e la teoria ancora dev’essere confutata – che il commercio internazionale può essere un gioco a somma positiva che accresce la torta comune consentendo a tutti di godere di una fetta più grande.

Il limite strutturale del liberalismo è di affidare al mercato il governo dell’economia. Scrive il Papa: “Il mercato da solo non risolve tutto, benché a volte vogliano farci credere questo dogma di fede neoliberale. Si tratta di un pensiero povero, ripetitivo, che propone sempre le stesse ricette di fronte a qualunque sfida si presenti. Il neoliberismo riproduce sé stesso tale e quale, ricorrendo alla magica teoria del ‘traboccamento’ o del ‘gocciolamento’ – senza nominarla – come unica via per risolvere i problemi sociali” (168).

La rinnovata presa di distanza dal neoliberalismo ha sollevato critiche soprattutto in ambienti cattolici americani neoconservatori. Si è detto che il Papa ha costruito un fantoccio per poi beffeggiarlo. A parte il fatto che la teoria del “gocciolamento” (trickle-down), secondo cui i benefici del libero mercato “cadono” dalle classi alte a quelle medio-basse, è tutt’altro che scomparsa, il punto sostanziale che si fa fatica a comprendere è un altro. Nella tradizione neoliberale è il mercato che governa l’economia: è il mercato che stabilisce cosa, quanto, come, dove produrre.

Spesso ci si dimentica che Ludwig von Mises, uno dei maestri del neoliberalismo, difendeva il diritto individuale all’emigrazione. Il mondo, per lui, era come un villaggio dove ognuno doveva essere libero di vivere, lavorare e investire. Il mercato avrebbe determinato (anche) l’ottima distribuzione della popolazione sul pianeta, per cui se un Paese non aveva le risorse sufficienti era giusto che si spopolasse.

Un altro grande neoliberale, Wilhelm Röpke, aveva ideato un ingegnoso sistema di interventi pubblici conformi al mercato con l’obiettivo di preservare la concorrenza e prevenire o reprimere gli accordi collusivi. Ma il mercato restava il supremo meccanismo di allocazione delle risorse.

Il Papa, in continuità con l’insegnamento sociale della Chiesa, respinge, al fondo, quest’idea. Il mercato è necessario, utile, indispensabile, ma va governato dalla “migliore politica”. Un Paese ha diritto a esistere e se si spopola perché non ha risorse sufficienti la comunità internazionale deve intervenire (come il buon samaritano). Una persona ha diritto al lavoro e a una vita dignitosa e la comunità (nazionale e internazionale) deve intervenire.

La migliore politica è quella che ricerca il bene comune. In questa parte dell’enciclica, il Papa ripropone, aggiornandoli, alcuni fondamentali princìpi della dottrina sociale cattolica. Il primo è proprio quello del bene comune, che concepisce il bene di ciascuno non in contrapposizione, ma in relazione a quello degli altri: “Non possiamo tralasciare di dire che il desiderio e la ricerca del bene degli altri e di tutta l’umanità implicano anche di adoperarsi per una maturazione delle persone e delle società nei diversi valori morali che conducono ad uno sviluppo umano integrale. Nel Nuovo Testamento si menziona un frutto dello Spirito Santo (cfr Gal 5,22) definito con il termine greco agathosyne. Indica l’attaccamento al bene, la ricerca del bene. Più ancora, è procurare ciò che vale di più, il meglio per gli altri: la loro maturazione, la loro crescita in una vita sana, l’esercizio dei valori e non solo il benessere materiale. C’è un’espressione latina simile: bene-volentia, cioè l’atteggiamento di volere il bene dell’altro. È un forte desiderio del bene, un’inclinazione verso tutto ciò che è buono ed eccellente, che ci spinge a colmare la vita degli altri di cose belle, sublimi, edificanti” (112).

Il secondo è il principio dell’universale destinazione dei beni che rende secondario il diritto alla proprietà privata o, meglio, ne enfatizza la funzione sociale (118-120).
Il terzo e ultimo è il riconoscimento degli universali diritti delle persone e dei popoli: c’è un diritto a “non emigrare” e cioè a vivere nella propria terra a cui corrisponde un dovere di solidarietà ad aiutare e ad accogliere coloro che ne hanno bisogno (121-125).

L’amore politico (altra espressione sorprendente) è semplicemente una forma di carità che travalica la sfera privata e investe quella pubblica e sovranazionale. Scrive il Papa: “Riconoscere ogni essere umano come un fratello o una sorella e ricercare un’amicizia sociale che includa tutti non sono mere utopie. Esigono la decisione e la capacità di trovare i percorsi efficaci che ne assicurino la reale possibilità. Qualunque impegno in tale direzione diventa un esercizio alto della carità. Perché un individuo può aiutare una persona bisognosa, ma quando si unisce ad altri per dare vita a processi sociali di fraternità e di giustizia per tutti, entra nel «campo della più vasta carità, della carità politica»” (180). L’idea è resa più chiara da un efficace esempio: “Se qualcuno aiuta un anziano ad attraversare un fiume – e questo è squisita carità –, il politico gli costruisce un ponte, e anche questo è carità” (182).

Il messaggio che più mi colpisce della Fratelli tutti è questo: siamo fatti per amare, per prenderci cura gli uni degli altri, e l’amore non ha confini o barriere. L’amore all’altro, che la Chiesa chiama caritas, si estende dalla sfera privata delle relazioni familiari o amicali al mondo intero, diventa amicizia sociale e amore politico. Per costruire una comunità mondiale fondata sull’amicizia sociale occorre la migliore politica e cioè una politica che persegua il bene comune di persone e popoli. Sia i populismi che i liberalismi, pur cogliendo aspetti di verità, sono al fondo inadeguati o perché alimentano il conflitto tra i popoli o perché affidano a un meccanismo impersonale, il mercato, il governo dell’economia. L’economia va invece orientata, dalla migliore politica, al bene comune e cioè alla fattuale promozione dei fondamentali diritti delle persone e dei popoli.

Fa bene chi si commuove e dovrebbe riflettere chi si indigna leggendo l’enciclica del Papa. Francesco è in piena continuità con la tradizione. San Tommaso, non certo un eretico, sosteneva che il fine ultimo di ogni uomo è la felicità o beatitudine. Ma ne esistono due: la prima, conforme alla natura umana, può essere raggiunta coltivando le quattro virtù morali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza); la seconda, che trascende la natura umana rendendo l’uomo partecipe della natura divina e cioè “amico di Dio”, può essere raggiunta accogliendo, liberamente, il dono delle tre virtù teologali: fede, speranza e carità. Ma la madre di tutte le virtù, dice San Tommaso, è la carità, l’amore all’altro anche nelle relazioni sociali: quella che Papa Francesco chiama un’amicizia sociale che diventa amore politico.

Nell’ottavo capitolo il Papa indica il “fondamento ultimo” della fraternità: “Come credenti pensiamo che, senza un’apertura al Padre di tutti, non ci possano essere ragioni solide e stabili per l’appello alla fraternità. Siamo convinti che ‘soltanto con questa coscienza di figli che non sono orfani si può vivere in pace fra noi’. Perché ‘la ragione, da sola, è in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità’ (272).

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