ALCOA/ Stagnaro (Ibl): incentivi all’energia troppo dannosi, meglio riqualificare i lavoratori

- int. Carlo Stagnaro

Per CARLO STAGNARO, la proroga al 2015 degli sgravi sull’elettricità si scaricherà sulle bollette senza rilanciare l’occupazione, in quanto le imprese che ne godono non sono competitive

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La Commissione Europea si è espressa favorevolmente sulla decisione del governo italiano di prorogare fino al 2015 gli incentivi sull’energia elettrica per le imprese che, come Alcoa, operano in determinati settori di Sardegna e Sicilia. Il commissario Ue alla Concorrenza, Joaquin Almunia, ha stabilito che non si tratta di aiuti di Stato, in quanto i servizi che beneficiano degli incentivi sono pagati al valore di mercato. Sul tema ilsussidiario.net ha intervistato Carlo Stagnaro, direttore ricerche e studi dell’Istituto Bruno Leoni ed esperto di energia.

Ritiene che l’ok di Bruxelles agli incentivi sia una buona notizia?

No. Uno dei problemi del mercato elettrico in Italia è la coesistenza di un regime di prezzi concorrenziali con una serie di regimi tariffari speciali. Questi ultimi si scaricano poi sulla bolletta di tutti i consumatori e da un lato costituiscono un sussidio a favore di chi ne beneficia, determinando per definizione una cattiva allocazione delle risorse, dall’altro hanno l’effetto di aumentare lo zoccolo di oneri fiscali e parafiscali sulla bolletta. In questo modo si rende meno percepibile la differenza di prezzo che può venire offerta dai diversi produttori. Un po’ come succede per la benzina, dove il 60% del prezzo sono tasse e la competizione si svolge solo sul restante 40%. La differenza percepita tra un’offerta e l’altra è molto ridotta, e quindi c’è meno spinta per il consumatore a stare attento alle offerte e a cambiare fornitore.

Quali sono i problemi energetici e dei costi dell’energia che affronta l’industria italiana?

L’industria italiana oggi si trova a pagare l’energia mediamente più cara degli altri Paesi europei. Le ragioni sono innanzitutto di natura strettamente fiscale e parafiscale, in quanto in bolletta c’è una serie di oneri che vanno poi a gonfiare quello che paghiamo. Si tratta degli incentivi per le fonti rinnovabili e dei sussidi per alcuni grandi consumatori tra cui Trenitalia. D’altra parte c’è un problema legato alla composizione del mix energetico della produzione italiana.

In che senso?

Il nostro Paese dipende dal gas molto di più di quanto non accada ad altre nazioni. Le centrali a gas sono caratterizzate dal fatto di avere dei costi marginali relativamente alti, e quindi si presta male dal punto di vista economico ad assorbire la cosiddetta produzione di base, cioè di quella parte della domanda che è costante 24 ore al giorno, per 365 giorni l’anno. Altri paesi la coprono infatti non con il gas, bensì con il carbone e con il nucleare, che hanno bassi costi marginali.

Perché l’Italia preferisce il gas al carbone?

La ragione immediata per cui facciamo così tanto uso del gas e così poco di altre tecnologie è legata principalmente alle difficoltà autorizzative e a una scelta implicita che è stata compiuta dal nostro Paese. Rendendo più difficile e incerto autorizzare impianti a carbone, le imprese sono state spinte a orientarsi verso impianti a gas.

In Italia esiste un regime concorrenziale nel settore del gas?

No, ed è un altro dei motivi per cui l’Italia sul gas paga una sorta di “dazio”, in quanto il mercato ha ancora una forma prevalentemente monopolistica. Finché non si riesce a infrangere l’attuale situazione di scarsa competizione con un soggetto dominante quale l’Eni che controlla gran parte del mercato, è difficile che i prezzi del gas in Italia convergano verso livelli europei.

Per garantire il salvataggio dei posti di lavoro dell’Alcoa, può valere la pena pagare un po’ di più in bolletta?

Le rispondo con un numero. Gli investimenti necessari per tenere aperta Carbosulcis sono pari a circa 250 milioni di euro l’anno per vari anni. Ci sono 500 dipendenti, e quindi il costo annuo è di 500mila euro l’uno. Per Alcoa i numeri sono un po’ più piccoli, ma sono comunque drammaticamente alti. Faremmo il bene di quei lavoratori e dell’intero Paese se investissimo un ammontare molto più basso di risorse per riformare quelle persone e offrire loro delle professionalità che le rendano appetibili sul mercato del lavoro. Lo Stato sta spendendo cifre ingenti per mantenere delle produzioni non competitive con la giustificazione peraltro poco credibile che questo serva a mantenere un certo numero di persone occupate.

 

(Pietro Vernizzi)

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