IL CASO/ Lo “spread” dell’energia che penalizza l’Italia

- Marisa Bergi

Il prezzo spot dell’energia elettrica in Italia è arrivato a essere superiore di 50 euro al MWh a quello tedesco. MARISA BERGI spiega le ragioni di questa stortura

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Ben magra consolazione questa partita di domenica 22 gennaio, in cui il prezzo spot dell’energia elettrica in Italia è stato di oltre 50 €/MWh superiore al corrispondente valore spot in Germania (64,99 €/MWh dell’Italia contro i 13,66 €/MWh della Germania). Da non credere, in una domenica in cui le fabbriche energy intensive erano chiuse, solo qualche iper aperto e tutti erano a casa tanto che il carico (ossia la domanda) in media superava di poco i 30 GW, fabbisogno questo che potrebbe essere persino soddisfatto con le sole fonti rinnovabili che oggi rappresentano più del 25% della produzione italiana. Ma per ragioni di sicurezza e di gestione del sistema elettrico c’è sempre bisogno che qualche impianto termoelettrico, a gas o a carbone, sia in funzione ed è proprio quello a gas che, con un costo del combustibile che quel giorno superava gli 80 €/MWh, oneri ambientali inclusi, con le sue offerte di oltre 90 €/MWh nelle ore serali (dove non c’è né sole, né vento), ha fatto salire la media di domenica 22 a 64,99 €/MWh.

E pensare che in Germania lo stesso giorno in qualche ora il prezzo di vendita è stato persino negativo! Vuole dire che un impianto nucleare già acceso, pur di non spegnersi perché per ragioni tecniche non può, è disposto a pagare per produrre e restare in servizio (fino a sostenere un costo di 100 €/MWh alle 7 del mattino dove il carico è veramente basso e rischierebbe di non funzionare per lasciare spazio alle rinnovabili). Altro sistema altri metodi. Il differenziale dei prezzi spot dell’energia elettrica tra il nostro Paese e la Germania si è via via ampliato negli ultimi mesi: se nel 2010 e 2011 quello che anche qui si chiama spread è stato mediamente, su base annua, nell’ordine dei 19-20 €/MWh, a gennaio 2012 si è aperto a 40 €/MWh con curve di previsione a tendere sul 2012 di circa 30 €/MWh e di 23 €/MWh sul 2013.

Sì, perché in Germania, nonostante l’annunciata fuori uscita dal nucleare, l’offerta di energia elettrica è sovrabbondante e con la crisi economica e il calo dei consumi il mercato lungo fa sentire il suo benefico effetto calmierando i prezzi. In Italia, viceversa, ciò non accade perché il costo del gas continua a essere alto e perché serve sempre un impianto termoelettrico per chiudere la domanda con grande soddisfazione dei produttori nazionali (n.b. quando l’impianto marginale in un’ora fa il prezzo tutta la curva incassa quel ricavo, anche la fonte rinnovabile il cui prezzo di vendita è per definizione zero non avendo costi variabili e avendo i propri ricavi garantiti da una tariffa amministrata che gli proviene dalle bollette dei consumatori).

Ma questo 2012 sta vedendo altre storture, ad esempio sulla gestione delle linee di interconnessione con l’estero che permettono di importare in Italia energia a prezzi convenienti. Come noto il nostro Paese dipende dalle fonti estere per circa il 15% della domanda elettrica: esse sono più economiche della produzione nazionale, si pensi al nucleare francese o all’idroelettrico svizzero e austriaco che entrano a prezzo zero nel nostro mercato spot con priorità. Le capacità di trasporto dell’Italia con l’estero sono destinate ovviamente a importare più che a esportare e ormai da un po’ di anni sono assegnate tramite asta competitive agli operatori del mercato. Con la Francia mediamente la capacità assegnata ai fini import è sempre stata nell’ordine dei 1.000 MW di energia cosiddetta “garantita”, ovvero costante in tutte le ore dell’anno, lo stesso dalla Svizzera seppur per un numero di MW inferiori.

A fianco di questa energia garantita è possibile importare attraverso capacità “non garantite”, ovvero che tengono conto delle manutenzioni delle linee, della loro conduttività in alcuni periodi (tipicamente d’estate minore) e nei weekend dove le importazioni sono ridotte perché è pericoloso affidarsi a energia proveniente dall’estero e non controllabile dal soggetto che gestisce la sicurezza in Italia. Ebbene, al fine di evitare black out come quello del 2003, la capacità di import assegnata garantita su base annuale per il 2012 è stata dalla Francia di soli 330 MW e dalla Svizzera nulla; ovvero, si preferisce decidere di mese in mese se assegnare capacità in import o meno, tenuto conto del sole, del vento, delle condizioni delle reti, ecc., piuttosto che procedere con un’assegnazione, una volta per tutte, garantita su base annuale.

Tireremo le somme a fine 2012, certo non si vorrebbe mai aver rinunciato a energia più competitiva dall’estero perché non c’è spazio e bisogna far produrre le rinnovabili e qualche impianto termoelettrico nazionale con gli effetti di push up dei prezzi ben sopra spiegati. Tanto si è detto sui costi in bolletta dovuti alla crescente penetrazione delle fonti rinnovabili, costi che sarebbe più opportuno scaricare sulla fiscalità generale e che già oggi assommano a più di 5 miliardi di euro l’anno imputabili in primis al fotovoltaico (con la previsione di arrivare a 10 miliardi in pochi anni, insomma una mezza manovrina), ma poco si dice sulle conseguenze che queste fonti non programmabili e poco affidabili hanno sul sistema elettrico nazionale nel suo complesso, tanto da farci rinunciare a energia su base annua garantita proveniente dall’estero più economica per non correre rischi di sicurezza.

Sembra, al contrario, che in Germania le fonti rinnovabili riescano ad abbattere il costo dell’energia elettrica veramente con ore a prezzo addirittura negativo.

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