ENERGIA/ La “doppia bolletta” che mette in crisi l’Italia

- int. Michele Polo

Il costo elevato dell’energia, oltre a pesare sulle bollette degli italiani, aumenta i costi di produzione delle imprese, colpendo, come spiega MICHELE POLO, di nuovo i consumatori

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L’energia è un “doppio costo” per gli italiani, che non si vede solo nella bolletta. Ce lo spiega in questa intervista Michele Polo, Docente di Economia politica e Direttore dell’Istituto di economia e politica dell’energia e dell’ambiente (Iefe) dell’Università Bocconi di Milano, affrontando i diversi nodi che caratterizzano il dibattito sull’energia nel nostro Paese.

In Italia elettricità e combustibili hanno un costo molto alto: quanto pesa l’energia sul sistema economico e sulla sua difficoltà a crescere?

L’energia, chiaramente, è uno degli input essenziali per tutte le tipologie di produzioni. Il suo livello attuale di prezzo ha un duplice effetto macroeconomico. Il primo è che le imprese italiane, a parità di tutte le altre condizioni, devono sopportare costi di produzione più elevati rispetto a concorrenti stranieri che beneficiano di sistemi elettrici meno cari. Questo di per sé rappresenta un handicap sui mercati, laddove le aziende italiane competono con quelle straniere. Ci sono poi le industrie cosiddette energivore (chimiche o metallurgiche) che, proprio perché usano molta energia, stanno delocalizzando le produzioni dove costa meno.

Qual è invece il secondo effetto macroeconomico?

Su tutta una serie di produzioni domestiche che si rivolgono al mercato interno, come la grande sfera dei servizi, i maggiori costi dell’energia spesso vengono scaricati sui prezzi finali e vengono perciò pagati dai consumatori. Che quindi non solo devono fare i conti con una bolletta alta per elettricità e gas, ma subiscono anche rincari sui beni che acquistano. E non dimentichiamoci del costo dei trasporti, collegato ai carburanti, che ricade sempre sulle tasche dei consumatori, dato che le merci devono viaggiare.

Il prezzo dell’energia dipende però molto da quello del petrolio: perché?

Se guardiamo a come si produce l’energia elettrica in Italia, le centrali che usano direttamente olio combustibile sono pochissime. Il cuore della capacità di generazione è rappresentato da impianti a gas, il cui prezzo segue l’andamento di quello del petrolio perché storicamente così hanno previsto tutti i contratti di approvvigionamento stipulati nel nostro Paese. E quando il prezzo del gas sale, l’energia elettrica diventa più cara.

Si può uscire da questa situazione?

Sì, in due modi. Il primo è moltiplicando l’insieme delle tecnologie di produzione dell’energia. In questo senso in futuro le rinnovabili giocheranno un ruolo sempre più importante, riducendo l’utilizzo delle centrali a gas. Il secondo è cercare di sviluppare un mercato europeo del gas, collegando meglio le varie aree dell’Europa attraverso gasdotti internazionali e aumentando il numero dei rigassificatori. In sintesi, più cresce la circolazione libera di gas all’interno dell’Europa, meno conteranno i contratti di approvvigionamento ventennali o trentennali che ci portiamo dietro e il prezzo del gas non verrà più determinato in base a quello del petrolio.

C’è un modo per accelerare il collegamento tra il nostro mercato e le nostre infrastrutture all’Europa?

Sia gli operatori delle reti elettriche che quelli che si occupano di infrastrutture di importazione del gas negli ultimi anni hanno rafforzato le interconnessioni con gli altri paesi. Si tratta di andare avanti in questa direzione. Per quanto riguarda il gas, per esempio, le politiche pubbliche devono riuscire a soddisfare due esigenze concorrenti.

Quali?

La prima è la sicurezza degli approvvigionamenti, che richiede che ogni Paese abbia un sufficiente numero di punti di ingresso di importazione del gas, in modo che qualora ne venga a mancare uno per un certo periodo il sistema non vada in stallo. La seconda è creare un sistema sufficientemente liquido, cioè in cui è facile procurarsi gas, in modo da stimolare la concorrenza con gli effetti positivi sui prezzi che essa comporta. Entrambe queste esigenze si traducono nella necessità di avere maggiore capacità di importazione, che non deve essere utilizzata necessariamente sempre al 100%. In altri termini, c’è la necessità di una strutturale sovraccapacità di queste infrastrutture, che sono molto costose da costruire.

Chi dovrebbe sostenere i costi per questo sovradimensionamento?

Se vogliamo che imprese private si facciano carico di questi investimenti dobbiamo garantire loro dei ritorni. Cioè dobbiamo fare in modo che possano farsi pagare da chi veicola il gas all’interno di queste infrastrutture. Quando però non passa il gas, e le imprese non possono avere ricavi, deve essere lo Stato o gli utenti, attraverso una componente in bolletta, a remunerare l’investimento.

Prima ha parlato del ruolo che possono avere le rinnovabili per ridurre il peso del gas nel mix produttivo energetico dell’Italia. Finora questo obiettivo è stato perseguito con investimenti finanziati con gli incentivi. Dobbiamo proseguire su questa strada?

La scelta sulle energie rinnovabili non se l’è inventata l’Italia, ma risponde a una politica complessiva europea, la cosiddetta 20-20-20: arrivare cioè al 2020 con il 20% di energia prodotta mediante le rinnovabili. Il nostro Paese ha scelto di accelerare questo processo, attraverso incentivi molto generosi. Ritengo che per quanto sia desiderabile il maggior uso di energie rinnovabili, sia doveroso, specie in momenti di ristrettezza delle finanze pubbliche, rendere esplicito il costo che il sistema ha sopportato in questi anni per questo sforzo. Non bisogna cancellare i progetti iniziati, ma dato che il processo è stato accelerato, ora deve frenare: non c’è bisogno di proseguire con questa intensità. Quindi gli incentivi possono essere ridotti.

Il governo Berlusconi aveva parlato di formulare la Strategia energetica nazionale, ma poi non se n’è fatto più nulla. Pensa sia il caso di riprendere questo discorso?

In generale, come nel caso della strategia europea 20-20-20 per le rinnovabili, le scelte di fondo sul tema l’Italia le fa in quanto membro dell’Unione europea, che ha un sua politica in campo energetico e ambientale ben precisa. L’idea di un Piano energetico nazionale è un po’ vecchia, ma può essere un momento di verifica di come queste scelte di fondo vengono attuate in modo coerente dal Paese. Per esempio, si sarebbero potuti verificare puntualmente tempi e costi dello sviluppo delle rinnovabili, in modo che apparisse più chiaro il conto finale dell’accelerata impressa dal nostro Paese sul tema rispetto alla richiesta europea.

Un’ultima considerazione: ci sono paesi emergenti che crescono a ritmi frenetici e in cui c’è “fame” di energia. Possiamo noi italiani e occidentali fornire le tecnologie di cui hanno bisogno in questo settore?

L’Europa vanta molte imprese importanti in tutti i segmenti del settore energetico. In casa nostra Eni ha tutte le capacità, anche in campo ingegneristico, per la costruzione delle infrastrutture. Poi ci sono altre tecnologie, come il cosiddetto shale gas, che si estrae dalle rocce, che negli ultimi anni ha permesso agli Usa di colmare le proprie esigenze di gas senza importarlo dall’estero. Il mondo dell’energia è molto globalizzato e i grandi player hanno le capacità per muoversi su tutti i mercati. Anche se non bisogna dimenticare che in quel mondo ci sono sempre anche dei riflessi geopolitici importanti: certe scelte presuppongono quindi anche alleanze e vicinanze di tipo strategico, non economico, ma politico tra i paesi. Questo può essere un dato che frena o facilita certe aziende nei paesi stranieri.

 

(Lorenzo Torrisi)

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