ENERGIA/ Senza ricerca, la green economy made in Italy può attendere

- La Redazione

L’Enea ha presentato il Rapporto Energia e Ambiente dal quale si desume che gli investimenti in ricerca per le energie rinnovabili in Italia scarseggiano. Il commento di MICHELE ORIOLI

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Lo scenario mondiale dell’energia è in continuo movimento. Secondo il World Energy Outlook 2011 dell’International Energy Agency, dopo la flessione dovuta alla crisi, il 2010 ha già registrato una crescita dei consumi che però, almeno fino al 2035, verrà soddisfatta in misura prevalente da combustibili fossili. Del resto, il petrolio continua a essere la fonte più utilizzata e le rinnovabili arrivano a soddisfare il 13% dell’offerta primaria di energia; nel 2010, ad esempio, l’Unione europea ha visto una quota del 12,4% di energia prodotta da rinnovabili sui consumi finali lordi di energia, arrivando a soddisfare più della metà del target prefissato per il 2020. La spinta al cambiamento derivante dalle preoccupazioni ambientali continua a essere forte: ma quanto conta nel determinare le scelte strategiche dei vari paesi e nel favorire una transizione verso i nuovi modelli di sviluppo identificati genericamente col richiamo alla green economy?

Qualche spunto di riflessione viene dal Rapporto Energia e Ambiente presentato l’altro giorno dall’Enea, che offre un quadro delle dinamiche in atto nel contesto del sistema energetico internazionale e nazionale relative alla domanda e ai prezzi dell’energia, agli obiettivi a lungo termine e alla cosiddetta Roadmap 2050. Quest’ultima, lo ricordiamo, al fine di contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici punta per l’Ue all’obiettivo di ridurre entro il 2050 le emissioni di gas serra di almeno l’80% rispetto ai livelli del 1990; come tappe intermedie verso quel traguardo, le emissioni dovrebbero essere ridotte almeno del 40% rispetto al 1990 entro il 2030 e del 60% entro il 2040.

Come sta dunque l’Italia? Nel 2010 la domanda di energia primaria in Italia ha visto una crescita del 4,1% rispetto al 2009, trainata dalla seppur lieve ripresa economica (1,3%): si inverte il trend degli ultimi quattro anni, anche se i consumi del 2010 restano inferiori del 5% rispetto al 2005. Riguardo alle fonti si conferma la decrescita del ricorso al petrolio a vantaggio del gas e il significativo aumento delle fonti rinnovabili. La ripartizione degli impieghi finali per settore evidenzia il peso crescente del settore civile (il 35,4% nel 2010); il settore industriale, la cui quota è in netto calo negli ultimi cinque anni (-5%), copre il 23,2% dei consumi finali; i trasporti, dopo il crollo dovuto alla crisi, subiscono nel 2010 un’ulteriore lieve contrazione.

L’Enea ha analizzato la possibile evoluzione del sistema energetico nazionale secondo tre scenari: quello detto di “riferimento” descrive l’evoluzione del sistema in linea con il trend attuale; quello delle “politiche correnti” descrive gli effetti delle politiche energetiche in atto; la “roadmap” indica lo sforzo aggiuntivo necessario per ridurre le emissioni di gas serra in linea con la Roadmap 2050 dell’Ue. I dati indicano che già nel 2009, per effetto della crisi economica, l’Italia si è notevolmente avvicinata al target di emissioni indicato dal Protocollo di Kyoto. Tuttavia questa tendenza è da considerarsi temporanea; infatti, come indicato dallo Scenario di Riferimento, «in assenza di politiche e misure, le emissioni riprendono ad aumentare già nel breve periodo non consentendo di raggiungere gli obiettivi di riduzione previsti al 2020».

L’azione congiunta delle misure per l’efficienza energetica e per la diffusione delle tecnologie per le rinnovabili determinerebbe nello scenario a politiche correnti una riduzione della domanda e una conseguente riduzione delle emissioni serra che permetterebbe di raggiungere gli impegni assunti in sede comunitaria. Anche lo scenario roadmap consentirebbe di conseguire gli obiettivi di lungo periodo, ipotizzando una accelerazione più spinta delle tecnologie per l’efficienza energetica, per le rinnovabili e per la cattura e confinamento della CO2 sia nel settore elettrico che industriale.

Resta però il nodo di una seria ed efficace strategia che guidi il processo di trasformazione tecnologica e porti la green economy a lasciare i tavoli dei tanti convegni per entrare nel vivo della scena produttiva. Il rapporto Enea osserva che gli investimenti mondiali in tecnologie per le rinnovabili hanno fatto registrare nel 2010 un +32% rispetto al 2009 e un aumento di circa dieci volte rispetto al 2004; il fotovoltaico e l’eolico nel periodo 2005-2010 hanno visto un’accelerazione negli scambi commerciali a un tasso di incremento medio annuo pari a circa cinque volte quello complessivo dei settori manifatturieri. Tuttavia nell’Ue l’adeguamento dell’offerta produttiva interna in questo settore è risultato insufficiente a soddisfare la domanda e ciò ha determinato un costante aumento delle importazioni.

Particolarmente critica è proprio la situazione italiana. Infatti – sottolinea il Rapporto – se «lo sviluppo delle rinnovabili non ha seguito da noi tendenze troppo dissimili da quelle registrate mediamente in Europa, inclusa la politica degli incentivi, il nostro Paese si è mostrato piuttosto deficitario nell’impegno in ricerca (pubblica) e nella capacità di stimolare e sostenere nuove filiere industriali». Nel fotovoltaico, ad esempio, l’andamento del deficit commerciale dell’Italia è stato caratterizzato dallo straordinario aumento delle importazioni ed è risultato sempre più divergente da quello relativo alla media Ue-15.

È un ulteriore segnale di una significativa debolezza nelle condizioni che possono dar vita a un’autonomia energetica su base tecnologica, quale è quella implicata dall’uso di fonti rinnovabili. E ciò può minare la tanto auspicata crescita dell’economia e, di conseguenza, dell’occupazione. È possibile allora perseguire una politica energetica di sviluppo delle rinnovabili in Italia?

La risposta del Rapporto è positiva, a condizione che si accompagni «a un maggiore slancio della spesa pubblica in ricerca energetica e a politiche industriali volte a orientare la specializzazione produttiva del sistema industriale verso settori a maggiore intensità tecnologica, così come avvenuto nei paesi europei più avanzati».

 

(Michele Orioli)

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