IL CASO/ Gli investimenti “verdi” contro un’altra stangata dei prezzi

- La Redazione

Il 2013 potrebbe, spiega ANDREA RONCHI, generare nuovi costi per le imprese e i consumatori, se le aziende non investiranno in efficientamenti tecnologici dal punto di vista ambientale

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Aziende italiane eco-friendly? Sì, ma a causa della crisi. Secondo il rapporto di EcoWay, società di consulenza attiva nell’ambito del Carbon Trading e del Climate Change, basato sui risultati dell’indagine annuale sull’andamento delle emissioni di gas serra rispetto ai comparti produttivi, nel 2011 le industrie italiane hanno generato meno anidride carbonica (-3%) rispetto a quanto previsto dall’Unione europea: purtroppo, però, non per comportamenti virtuosi nel rispetto dei limiti ambientali, ma per via della diminuzione della produzione. Il dato non è tranquillizzante in quanto dietro l’angolo ci sono aggiornamenti della normativa che potrebbero tradursi in aumenti di costi per le imprese con una possibile ricaduta sui prezzi per i consumatori. L’anno scorso, l’Italia ha prodotto 188.583 tonnellate di anidride carbonica, dato assolutamente in linea con gli impegni assunti con il trattato di Kyoto. I settori che continuano a produrre più emissioni rispetto agli standard imposti sono le attività energetiche e la raffinazione. Con il 2012 si chiude la cosiddetta seconda fase dell’“Emission Trading Scheme”, a seguito dei primi sette anni di attività del mercato delle emissioni inquinanti: il 2013 vedrà la fine di questa fase sperimentale e lo scenario potrebbe cambiare e generare nuovi costi per le imprese e i consumatori. Ci spiega il perché Andrea Ronchi, Business Development Manager di EcoWay.

Innanzitutto, perché è importante per l’ambiente l’“Emission Trading Scheme”?

È un sistema di controllo delle emissioni inquinanti derivanti da industrie con indici di emissioni di gas effetto serra particolarmente rilevanti nell’Unione europea. È nato nel 2005 e pone agli stati membri Ue alcuni limiti di emissione che ogni singolo Paese ripartisce su impianti particolarmente inquinanti. Nello stesso anno, a seguito della ratifica del Trattato di Kyoto, l’Europa ha dovuto muovere i primi passi per rispettare gli impegni sottoscritti e aveva davanti a sé due alternative. Una era l’applicazione di una Carbon Tax a livello comunitario, opzione auspicata ma mai applicata a causa della contrarietà di alcuni stati. Quindi, per una sorta di impedimento legislativo, è stato ideato un meccanismo che ha delle componenti penalizzanti per gli impianti inquinanti, ma che in realtà ha dietro di sé un grande elemento di incentivo.

Cioè?

Una volta che l’Europa impone a ogni singolo Stato un tetto massimo annuale di emissioni di gas serra e questi li ripartiscono, a loro volta, su un gruppo di aziende, danno la possibilità alle aziende di muoversi entro i propri obiettivi di sviluppo.

Si spieghi meglio.

Se l’azienda decide di rispettare i limiti imposti e quindi accollarsi il costo di un miglioramento tecnologico, può coprire questa spesa, vendendo i permessi di emissione in eccesso. Un’azienda, infatti, può vendere le proprie eccedenze sul mercato sottoforma di veri e propri titoli finanziari. Questa è la faccia buona dell’ Emission Trading..

Quella cattiva, invece?

In anni di crisi, come quelli dell’ultimo quadriennio, molti paesi hanno rispettato i limiti di emissione a causa di un taglio della produzione più che per un efficientamento della stessa. In realtà, il meccanismo dell’Emission Trading non aveva previsto, nei suoi primi anni, dei meccanismi di correzione o dei settaggi dei limiti di emissione conseguenti agli andamenti di produzione.

 

Perciò il meccanismo non risulta più efficiente?

 

Non è così. Primo, perché il dispositivo, introdotto nel 2005, aveva previsto fasi di inserimento graduale, soprattutto, per non portare uno shock al tessuto industriale ed è, in ogni caso, un provvedimento che pone vincoli alle imprese, dal punto di vista ambientale, molto importanti. L’anno prossimo, però, i cosiddetti periodi di “transizione” termineranno e già dal 2013 ci saranno emissioni fondamentali perché lo renderanno impermeabile a queste variazioni di quantità di produzione. Secondo, perché nonostante il calo della produzione, le industrie hanno trovato forme di finanziamento per intraprendere il cammino degli efficientamenti energetici: in pratica, un sussidio alla produzione, soprattutto per le industrie del comparto acciaio e cementi.

 

Quindi?

 

Gli obiettivi di riduzione, in un modo non consono, si sono comunque verificati. Il lato positivo è che l’Emission Trading ha permesso a molti comparti in crisi di mantenere aperti gli stabilimenti.

 

E per i consumatori? Ci sono rischi di innalzamento dei prezzi per alcune categorie di beni o servizi?

 

Nella prima e nella seconda fase non ci sono stati problemi di questo tipo, ma nella terza, che inizierà appunto nel 2013, ci potrebbero essere ripercussioni di questo genere. Se le aziende non intraprendono percorsi di efficientamento energetico, producendo gli stessi o maggiori quantitativi di output con livelli di emissioni superiori, ci saranno dei costi di produzione maggiori e di conseguenza i prezzi saranno maggiori.

 

Quindi sta dicendo che conviene investire anche in periodi non floridi?

 

Certo. Nonostante i livelli di emissione rientrino nei parametri fissati le aziende non possono abbassare la guardia in tema di implementazione di dispositivi meno inquinanti, poiché qualora il trend economico cambiasse direzione e se le imprese si fossero permesse il lusso di rimanere anni senza modificare gli input di produzione, ciò potrebbe tradursi in maggiori costi. È bene quindi fare sforzi, anche in periodi crisi, per ammodernamenti tecnologici che permettano di inquinare meno: sul medio periodo questo farà sicuramente la differenza.

 

(Federica Ghizzardi)

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