IL CASO/ Sapelli: ecco come Eni “ripensa” l’energia

- Giulio Sapelli

L’Eni, ci spiega GIULIO SAPELLI, vuole istituire un nuovo modello paradigmatico di intendere l’energia e lo stesso concetto di economia sostenibile. Si tratta del programma Rethink energy

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In un tempo in cui in Italia le imprese sono sotto accusa nell’opinione pubblica, sia perché sono soggetto e oggetto insieme delle crisi e sia soprattutto perché le grandi imprese, le poche rimaste, in verità, continuano a faticare a farsi accettare per ciò che esse sono, ossia una grande istituzione del pluralismo contemporaneo, ebbene, in questo tempo, aver letto i documenti che stanno alla base dell’iniziativa prodotta dall’Eni per comunicare il suo pensiero sul futuro energetico mondiale è un gran conforto che voglio condividere con i lettori di questo giornale a cui tanto sono affezionato. L’Eni vuole istituire con questa società tanto sconvolta e incerta dinanzi alla crisi un nuovo modello paradigmatico di intendere l’energia e lo stesso concetto di economia sostenibile. Parlo del programma “Rethink energy”, a cui la nostra grande impresa energetica ha dato vita e che si caratterizza per un’idea forte di “impresa comunità” che abbraccia non solo l’elemento della gestione dell’azienda in sé, ma propone altresì un modo completamente nuovo di ripensare l’energia a livello internazionale.

Assume come dato di partenza il tema del risparmio energetico come elemento centrale di una riflessione sulle energie integrative che possono dar vita a un modello di sviluppo non solo fondato sugli idrocarburi fossili intesi come fonte sempre più tardivamente esauribile, perché governati dalla volontà creatrice delle popolazioni che fanno del risparmio energetico l’energia integrativa essenziale per operare una generale ristrutturazione degli stili di vita e quindi di consumo e di produzione dell’energia medesima. In questa nuova concezione il risparmio energetico vuol dire modello di consumo e stili di vita assai diversi tanto dalla dissipazione quanto dalla non crescita. Diviene un modello di autoregolazione responsabile sia individuale, sia proprio delle società naturali come la famiglia, sia delle società organizzate come città e comuni e aggregazioni umane che si autoregolano nella disponibilità dell’uso energetico autosostenendo una governance dal basso dell’energia medesima

La famosa “prosumption”, ossia l’intervento del consumatore sulla definizione antropologica del prodotto di consumo, si applica qui all’energia che diviene un valore culturale e non solo o non soltanto un prodotto industriale come è: complicatissimo e tecnologicamente avanzatissimo. E poi colpisce il modello planetario di pensare a questa nuova riformulazione dell’energia. La sostenibilità dell’impresa diviene sostenibilità delle popolazioni se pensiamo ai programmi africani, per esempio, veramente innovativi nel coniugare utilizzazione delle fonti energetiche prodotte durante i processi di estrazione con la creazione di nuove opportunità energetiche costruendo centrali in luoghi sperduti dove le comunità locali possono avere in questo modo – in un circuito ecologico perfetto – luce e calore e sentire la tecnologia amica e non nemica della natura e della sua diversità.

Naturalmente un programma di azione siffatto non può non avere aspetti di diffusione della cultura alta con una metodologia fortemente innovativa che spinge all’approfondimento tematico e quindi all’acculturazione di massa selettiva e autoconsapevole. Un vecchio olivettiano come me può misurare quanti passi avanti si sono fatti rispetto alla pura e semplice – e pure importantissima – organizzazione di eventi espositivi. Qui vi è l’approfondimento di un’opera e di un mondo: quel mondo da cui l’opera scaturisce, come è tipico delle recenti e continuative iniziative di Eni in merito all’esposizione di capolavori della pittura universale.

Il rapporto con il tema cruciale della reputazione d’impresa diviene in questo modo un modus operandi trasparente e non di propaganda. Vi è un’ottica completamente nuova che mira a far dell’impresa una casa di vetro, un’impresa che possa continuare a essere un fattore di incivilimento della società oltreché un elemento essenziale della produzione – lo ripeto – del suo pluralismo. Senza eccessi né di comunicazione apologetica, né di demonizzazioni apodittiche. E tutto questo non può non essere che un momento di speranza e di rinnovamento insieme: una forza che si oppone alla decadenza che minaccia oggi il processo di civilizzazione.

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