SPILLO/ Russia-Ucraina, la guerra del gas lascia un “buco” in Europa

- Silvio Bosetti

Gazprom non farà più credito all’Ucraina per le forniture di gas. SILVIO BOSETTI ci spiega che conseguenze avrà questa decisione sull’Europa e sull’Italia in particolare

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Nelle prime ore della mattinata di ieri, Gazprom ha comunicato che, “nel pieno rispetto del contratto vigente tra le parti”, è passata alla modalità di pagamento anticipato con Naftogaz Ukraine per il rifornimento del gas. La decisione, ha aggiunto il comunicato di Gazprom, dipende dalla morosità cronica dell’azienda ucraina, che da ieri riceve quindi solo la quantità di gas per cui avrà anticipato il pagamento. Questa situazione ha motivazioni economiche e finanziarie che si trascinano da anni. Si è infatti concluso senza accordi il negoziato tra Russia e Ucraina, avviato per tentare di sanare le controversie sul prezzo del gas: il ministro dell’energia russo, Iuri Prodan, ha definitivamente confermato che è stato superato l’ultimatum sul pagamento del debito scaduto, pari a circa 2 miliardi dollari.

La questione, di per sé già grave stante la critica situazione politica e sociale dell’Ucraina e dei rapporti delle Regioni governate dai separatisti filorussi a est del Paese, impatta come conseguenza anche l’approvvigionamento del metano per l’Europa e per l’Italia. Il principale gasdotto di trasporto dalla Russia all’Europa è infatti proprio quello che attraversa l’Ucraina. Si è quindi riaperto il rischio di interruzione della forniture di gas.

La Russia prova a “tranquillizzarci”, ma concretamente l’apprensione riguarda il fatto che l’operatore ucraino Naftogaz, sebbene sia impegnato a garantire il transito verso l’Europa da solidi contratti internazionali, possa prelevare il gas per uso interno dalla condotta di trasporto internazionale, ingenerando le inevitabili reazioni di blocco delle forniture, come già accaduto nel 2006 e nel 2009. Una novità da annotare rispetto ai due precedenti concerne l’iniziativa del governo ucraino che ha chiesto aiuto all’Europa attraverso la modifica del flusso di un gasdotto, quello che rifornisce la Slovacchia, utilizzandolo al contrario al fine di portare gas in Ucraina. Questa mossa tattica costringe l’Europa a prendere posizione.

La nostra situazione energetica è, come ben noto, fortemente dipendente dal gas: riscaldamento civile, processi industriali e produzione di elettricità sono fortemente ancorati e subordinati al metano. Certamente la potenziale diminuzione di gas trasportato dalla Russia può rappresentare un elemento di vulnerabilità per il nostro continente. Il gas naturale è infatti la fonte energetica di maggiore utilizzo sia per il nostro Paese che tra le principali in Europa, insieme a carbone e nucleare. Lo scorso anno l’Italia, rispetto agli 80 miliardi di metri cubi di fabbisogno, ne ha acquisiti dal colosso Gazprom oltre il 40% (quasi 30 miliardi di mc approvvigionati in Italia sui 135 complessivamente venduti dalla Russia ai paesi europei). Di questi volumi, circa il 60% arriva in Europa attraverso l’Ucraina.

Un’enorme condotta, denominata Soyuz, superato il confine tra Ucraina e Slovacchia prende il nome di Tag (Trans Austria Gas), entra nel nostro Paese nei pressi di Tarvisio (Udine). La capacità di questa infrastruttura, nella parte che attraversa l’Ucraina, è pari a 100 miliardi di mc/annui, valore ben superiore a quelle degli altri enormi due gasdotti che arrivano dai ricchi giacimenti siberiani (Yamal, di 34 miliardi annui, e North Stream, di 55 miliardi).

Occorre però tener presente che le alternative nell’ambito di approvvigionamento di gas non mancano. Il nostro Paese è ben assicurato da altre infrastrutture, quali quella del gasdotto algerino, la condotta che arriva dal mare del Nord attraversando Germania e Svizzera, il gasdotto libico o i due terminali per la fornitura via mare (Panigaglia e Rovigo). Abbiamo inoltre un sistema di stoccaggio, sia strategico che di gestione corrente, poiché la pianura padana dispone di caverne naturali dalle grandi capacità. Nel breve periodo non dovrebbero esserci grandi problemi, ma la questione del gasdotto ucraino non è da sottovalutare.

Il sistema energetico italiano è strutturato per funzionare in assenza del gasdotto russo: se anche si interrompesse non verrà razionato il gas a imprese e famiglie e non mancherà l’elettricità. I preposti livelli ministeriali hanno da tempo predisposto il cosiddetto “Piano d’azione preventivo”, impostato per consentire al Paese di affrontare inverni rigidi senza il gas che proviene dalla Russia. Ma il problema si risolverebbe spostando la criticità: dalla dipendenza russa ci troveremmo a considerare quella dai Paesi del Nord Africa, in particolare dall’Algeria.

Tuttavia la questione va osservata anche da Mosca: l’attraversamento del gasdotto Soyuz nell’ex granaio sovietico resta fondamentale per lo sbocco dell’energia russa sul mercato europeo. Per ragioni di macroeconomia è quindi difficile pensare che la Russia possa sostenere una posizione di mancata fornitura all’Europa per un lungo periodo. La programmazione di realizzare altri gasdotti alternativi (innanzitutto il South Stream, con 35 miliardi di mc/annui) riguarda un orizzonte temporale di lunghissimo periodo.

Perciò, per evidenti questioni economiche, è improbabile che la Russia stacchi la spina con l’Italia e l’Europa, così come è altrettanto impensabile immaginare che noi si possa fare a meno di acquistare il gas russo.Ma il fatto che stiamo analizzando, la vicenda tra Russia e Ucraina, fa riemergere insistentemente l’elemento irrinunciabile per la gestione del “rischio energia”. La sicurezza degli approvvigionamenti non è un aspetto risolvibile da una sola nazione ma è un’irrinunciabile questione continentale: per il rifornimento energetico occorrerebbe che l’Ue parlasse chiaro e con una sola voce. 





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