SPY FINANZA/ Dagli Usa alla Cina, la nuova guerra del petrolio

- Mauro Bottarelli

Spirano venti di guerra in Medio Oriente, a partire dallo Yemen, e non sono solo gli Stati Uniti a guardare con interesse e timore la situazione. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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Da giorni sento strepiti contro l’acquisto di Pirelli da parte di ChemChina, quasi le regole di mercato che tanto piacciono ai soloni di casa nostra non valessero per quanto riguarda le nostre aziende: Pirelli non aveva più soldi per operare in maniera seria e, oltretutto, la sua operatività era già al 90% fuori dall’Italia: quale sarebbe lo scandalo? Ah già, la famosa italianità: peccato che la Cina stia facendo shopping in tutta Europa e l’Italia sia il fanalino di coda nella categoria e che, oltretutto, il business italiano in Cina abbia un controvalore doppio rispetto a quello di Pechino in Italia. Ma si sa, piangere sull’italianità versata è sport nazionale in tempi di politiche poco giustificabili agli occhi dell’opinione pubblica. 

Al netto di questo, è altro che mi spaventa o quantomeno mi fa riflettere: proprio sicuri che la Cina, con i suoi 3,44 triliardi di dollari di riserve estere, sia ancora il player più forte e sicuro sul mercato? Me lo chiedo perché tendo a guardare a numeri per deformazione professionale e ultimamente mi sono molto interessato allo Shanghai Composite, indice azionario principale di quel mercato e campanello di allarme rispetto a una metamorfosi che deve farci riflettere: se infatti è vero che il comunismo cinese sta conquistando sempre più fette del capitalismo occidentale, una nemesi già vaticinata da Marx e Lenin, dall’altro il socialismo cinese assomiglia sempre di più al casinò gangsteristico di Wall Street, peccato che abbia meno esperienza e meno margini di gestione per eventuali crisi. 

Nonostante da otto mesi a questa parte l’economia reale cinese stia rallentando, le valutazioni dei titoli azionari continuano a crescere a dismisura e questo deve allarmarci, visto che a fronte della sempre più stringente regolazione in atto in Cina rispetto al credito, da novembre scorso la Borsa è diventata la meta preferita di sempre più cittadini e istituzioni: con quali soldi? Con gli oltre 2,2 triliardi di dollari del sistema bancario ombra, il quale non potendo più prestare denaro alle piccole e medie aziende, in ossequio alla nuova legislazione, non ha avuto alternative se non gettarsi direttamente sul mercato azionario attraverso strumenti over-the-counter.

Ci sono almeno sei ragioni per cui questo è accaduto: 1) sempre nuovi e più abbondanti fondi stanno arrivando sul mercato azionario dal risparmio privato, dal settore real estate e dai mercati trust e commodities; 2) sempre più prestiti ponte da parte delle banche a investitori che hanno perso l’accesso verso altri prodotti ad alto rendimento del settore bancario ombra a causa della regolamentazione; 3) le politiche di stimolo della Banca del Popolo attraverso operazioni mirate di allentamento verso obiettivi prefissati; 4) il lancio ufficiale del Mutual Market Access tra le Borse di Hong Kong e Shanghai; 5) L’utilizzo sempre maggiore della leva da parte di investitori retail attraverso il trading sul margine; 6) il sentiment del mercato che prevede ulteriori politiche governative di stimolo. 

E nonostante il taglio dei tassi sui requisiti di riserva operato a febbraio non abbia abbassato in maniera significativa il tasso interbancario, la Borsa continua a macinare record a dispetto delle fughe di capitali sempre crescenti: per Bnp Paribas, «la bolla equity cinese è un microcosmo per tutta l’economia, dove l’insostenibile utilizzo della leva sta mascherando i sempre maggiori deterioramenti dei fondamentali e aumentando i rischi al ribasso futuri». Insomma, il fattore chiave dell’espansione della Borsa cinese non è la liquidità esterna grazie ai vari Qe in atto che si riversa sul mercato equity, bensì la propensione autoalimentante della frenesia di investimento interna garantita unicamente dalla leva, tanto che il margin debt su Shanghai è cresciuto dallo scorso agosto di oltre un triliardo di renmibi, pari all’1% del Pil. 

Insomma, un castello di sabbia che vede gli acquisti garantiti dal margine contare per quasi il 20% degli acquisti quotidiani di equities, un livello che non conosce precedenti in Cina. Come potrà evolvere questa situazione, a detta di Bnp Paribas, equivale «all’assolutamente sconosciuto, dato che scollegandosi dai fondamentali, le bolle speculative tendono a rinforzarsi nel breve termine e a durare frequentemente più di quanto atteso. Il problema è che più durano nel tempo, più devastante è il loro scoppio eventuale». Ricordate cosa diceva Mr. Crocodile Dundee nel film quando il suo antagonista gli mostrava il coltello? «Quello non è un coltello, questo è un coltello», mostrandogli il suo da caccia ai coccodrilli. Bene, come ci mostra il primo grafico a fondo pagina, quello americano non è un margin debt, questo è un margin debt! Auguroni alla Cina, ne ha davvero bisogno. 

E mentre ieri i dati ufficiali ci dicevano che il dato rivisto del Pil Usa nel quarto trimestre 2014 si è attestato al 2,2%, sotto la previsione del 2,4% fatta da Wall Street, con i profitti per lo scorso anno scesi di 17,1 miliardi di dollari, contro i +84,1 miliardi di dollari del 2013 (ma tranquilli, l’economia Usa è sanissima), scopriamo anche cos’ha permesso quel livello di crescita, ovvero l’ennesimo trucco contabile alla Fausto Tonna in licenza premio a Washington. 

Come ci mostra la tabella a fondo pagina, tutte le voci di spesa sono rimaste pari o riviste al ribasso, mentre il più grande contributore sul margine alla crescita Usa nel quarto trimestre è stato ancora la spesa per la salute, ovvero il programma Obamacare, con una spesa totale salita da 1.858 triliardi a 1.871 triliardi di dollari soltanto tra la seconda revisione e il dato ufficiale reso noto ieri: un salto di 13,9 miliardi di dollari, senza il quale il dato del terzo trimestre, quello record del 5%, sarebbe stato inferiore – e di parecchio – al 2%! Capite ora perché mi fido solo del dato GDPNow in tempo reale della Fed di Atlanta? 

Ma tranquilli, c’è sempre una risposta alla crisi: si chiama warfare o geofinanza. La mia previsione dell’altro giorno sullo Yemen come nuovo focolaio di interesse geopolitico mondiale sembra essere stata azzeccata, visto che Arabia Saudita ed Egitto stanno muovendo truppe di terra per eliminare la minaccia dei ribelli sciiti e il petrolio giovedì ha conosciuto un aumento del prezzo pari al 5%, salvo ritracciare ieri di un 2%. Ma si sa, certe operazioni servono anche per procurare danni collaterali, al netto della non gestibilità anche da parte Usa di un conflitto su larga scala che veda l’un contro l’altro armati Iran – sponsor dei ribelli – e Riyad. Guardate gli ultimi due grafici, con gli ultimi giorni di contrattazioni tra i peggiori degli ultimi quattro anni per il mercato azionario saudita, il Regno sta anche sperimentando il peggior calo delle riserve estere da quindici anni a questa parte e le prospettive per il cambio tra Rial e dollaro, con la guerra appena iniziata, ci fanno capire che il peggio deve ancora venire. 

 

 

 

 

Insomma, se con la volontà di schiantare gli Usa e il loro boom dello shale oil e tornare a essere il primo produttore mondiale di petrolio (mascherando il tutto con la volontà di piegare Putin esattamente come accadde come l’Urss attraverso la “oil weapon”) l’Arabia Saudita pensava di aver compiuto la mossa del secolo, forse ora dovrà ricredersi e cominciare a preoccuparsi davvero per la sua stabilità interna, al netto anche delle fratture nell’apparato statale e la successione all’ex Re defunto di recente. 

E se come vi ho detto giovedì, il massimo di capacità di stoccaggio contestuale al picco della produzione Usa che si toccheranno tra maggio e giugno rischiano di spedire ulteriormente al ribasso il prezzo del greggio, la situazione yemenita è davvero di quelle che gli Usa potrebbero usare come “last resort” se l’emorragia di investimenti e posti di lavoro nel settore energia dovesse davvero costringere la Fed ad ammettere la crescita pressoché zero e riattivare per un po’ la stamperia, al fine di non far crollare Wall Street sotto un diluvio di margin call da correzione. Guardate il primo grafico a fondo pagina, ci mostra i cosiddetti chokepoints strategici, ovvero i passaggi chiave per il trasporto a livello globale di petrolio, siti il cui blocco anche temporaneo può far salire e velocemente i costi energetici totali e mettere a repentaglio la sicurezza energetica globale. Come vedete il più importante resta lo stretto di Hormuz, ma Bab el-Mandeb ci dimostra perché lo Yemen pesi così tanto a livello geopolitico e geostrategico, mentre la variabile fondamentale è quella dello stretto di Malacca in Malaysia, poiché bloccare quello stretto significa spegnere la capacità energetica proprio della Cina in una sola notte, significa la guerra energetica a livello globale. 

Pechino, infatti, stando a dati del 2011, ha come principali fornitori di petrolio proprio l’Arabia Saudita, l’Angola e l’Iran e solo quarta la Russia. Capite ora perché la leadership cinese sta pensando a rifornimenti alternativi, come la pipeline via terra con l’Iran attraverso l’India o il Kazakistan e proprio Mosca? Capite perché ora gli occhi di tutti sono puntati sullo Yemen, ma in prospettiva anche sullo stretto di Malacca, principale chokepoint di transito del petrolio dell’Angola verso la Cina, come ci mostra l’ultimo grafico? 

E voi pensate ancora che c’entri la religione e il fanatismo con quanto sta accadendo nel mondo? Aprite gli occhi, prima che sia troppo tardi e vi abbiano cloroformizzato per bene il cervello con la minaccia in HD del terrore cieco per i tagliagole dell’Isis a un passo da San Pietro. È solo petrolio, sono solo soldi, è solo potere. Ma questa volta a livello globale e forse per un nuovo ordine, una partita che nessuno può permettersi di perdere.

 

 



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