Enzo Piccinini, la felicità del Servo di Dio/ Don Giussani, la chirurgia e la fede

- Niccolò Magnani

Enzo Piccinini, la felicità e la storia del Servo di Dio: il libro di Bardazzi ne ripercorre la vita tra chirurgia, fede e l’incontro con Don Giussani

enzo_piccinini_medicina_chirurgia_1998
Enzo Piccinini (1951-1999) in sala operatoria

Esce oggi “Ho fatto tutto per essere felice”, il libro di Marco Bardazzi sulla storia del Servo di Dio Enzo Piccinini: il chirurgo originario di Reggio Emilia, chirurgo e medico innovativo, grande educatore e uomo di fede, lo scorso maggio ha ricevuto l’ok del Vaticano per l’avvio della causa di beatificazione. Morto improvvisamente in un incidente stradale nel 1999, la storia di Piccinini giunge fino ai giorni nostri anche grazie al lavoro encomiabile di Bardazzi e di tutte le testimonianze che offrono uno “spaccato” di che cos’era e sopratutto chi era il già Servo di Dio per la Chiesa Cattolica.

Nel libro l’ex giornalista de La Stampa sottolinea come il cammino di vita, carriera e fede compiuto da Piccinini si lega in maniera indissolubile all’incontro con un altro Servo di Dio, Don Luigi Giussani: «L’incontro con il fondatore di Comunione e Liberazione è la scoperta di un secondo padre. L’impegno cristiano si tramuta nel- l’opposto di ciò che uno sguardo superficiale può immaginare: un’unità di vita in cui cultura, studi e poi professione di medicina, affetti, letture, amicizie, testimoniano una sete di felicità cui nulla poteva e doveva rimanere estraneo», scrive oggi Martino Cervo su “La Verità” presentando la storia e la figura del grande chirurgo ed educatore. Il talento nel mondo della chirurgia, applicato alla costante passione per il proprio lavoro e la propria vita.

LA STORIA DI ENZO PICCININI

Nel libro sono riportati diversi dialoghi e testimonianze, sia di quale impatto ebbe Enzo Piccinini in chi lo incontrava e sia il suo percorso di costante crescita personale e di carriera: «una vita del Novecento, interrotta da un incidente stradale poco prima del cambio di millennio, che si rivela straordinariamente attuale anche in questi Anni Venti che resteranno segnati dal trauma del Covid. Perché è la vicenda umana e professionale di un chirurgo insolito, che si è rivelata per me – e spero anche per chi avrà voglia di leggerla – come una proposta di risposta a grandi interrogativi, resi più urgenti dal momento storico che viviamo. Che senso hanno la malattia e la morte? Che significa curare? Quali sono il ruolo e il compito di medici e ospedali? E in senso più ampio, uscendo dall’ambito strettamente sanitario: cosa vuol dire lavorare “mettendo il cuore in quello che si fa”?», scrive Bardazzi in un articolo ospitato dal blog di Mario Calabresi. Una storia attuale e un percorso di fede che investe chi vi entra in “contatto”: una passione per il destino umano, divenuta tutt’uno con il suo lavoro anche grazie alla continua “sfida” lanciata dal fondatore di Comunione e Liberazione che aveva in Enzo uno dei suoi amici più stretti e cari. Racconta ancora Cervo dell’intervento ad una donna ritenuta inoperabile: «Consultatosi con don Giussani, il chirurgo decide di procedere, in accordo con la donna. Enzo lasciò passare qualche giorno per essere sicuro che la situazione si stabilizzasse, poi chiamò don Giussani per dirgli che le cose stavano inaspettatamente andando bene. Furono le parole del sacerdote a destarlo ulteriormente: «avevi dei dubbi? Grazie per essere stato strumento di un miracolo»; come chiosa Cervo ricordando quell’incredibile chirurgo e uomo, «il rischio, nel racconto di Bardazzi, non è un azzardo sbruffone, né una prova di baldanza superomistica. Piuttosto, la certezza riposante e battagliera che si può combattere sapendo che l’esito non è in mano d’uomo. Che la felicità per cui vivere non è frutto dell’assenza di sbagli, ma di un cuore semplice e inquieto da tuffare nel mondo».



© RIPRODUZIONE RISERVATA