CINA/ 60 anni di repubblica: promossa in economia, bocciata in libertà

- int. Francesco Sisci

La Cina celebra oggi i 60 anni della Repubblica popolare. In attesa di superare il Pil americano tra il 2020 e il 2030, il gigante asiatico fa i conti con le proprie contraddizioni. Ilsussidiario.net ne ha parlato con Francesco Sisci, corrispondente del quotidiano La Stampa

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La Cina celebra oggi il 60esimo anniversario della fondazione della Repubblica popolare, con una parata militare imponente, destinata a produrre un’esibizione di forza e prestigio agli occhi del mondo. In sessant’anni la Cina è passata da Mao, il Grande timoniere che con i suoi tentativi di traghettare il paese nell’età moderna produsse milioni di morti per fame, a Deng, il grande riformatore vero padre della Cina di oggi: “compagni, arricchitevi”. Quanto e che cosa è cambiato? In attesa di superare il Pil americano tra il 2020 e il 2030, il gigante asiatico fa i conti con le proprie contraddizioni. Alle domande de ilsussidiario.net risponde Francesco Sisci, corrispondente del quotidiano La Stampa.

La Cina celebra oggi i 60 anni della Repubblica popolare. Come si preparano il popolo e il governo a celebrare la ricorrenza?

Sarà una festa molto seguita dal popolo ma forse non del popolo. Ci sarà una parata circondata da immense misure di sicurezza che in Cina vengono fatte funzionare a tappeto, quindi la partecipazione spontanea popolare alla festa è in gran parte esclusa. Solo pochi, relativamente, saranno i privilegiati che potranno andare a Tiananmen a vedere dal vivo. Ma tra la gente c’è grandissimo entusiasmo per l’evento e tantissimi seguiranno la cosa in televisione.

Mao rappresenta il padre della Cina moderna. L’ideale socialista e la sua realizzazione, nel male e nel bene, hanno coinvolto e trasformato l’intero paese. Il vero padre delle riforme economiche è però Deng Xiaoping. La Cina come la conosciamo oggi è più figlia di Deng o di Mao?

Infatti questi 60 anni trascorsi andrebbero divisi in due fasi di trent’anni, prima e dopo le riforme di Deng. Quelle sì che sono state veramente rivoluzionarie. Ma prima di parlare di Deng occorre chiarire alcuni punti su Mao. Mao è l’uomo che riuscì a prendere il potere per il partito comunista, quindi i comunisti devono il loro potere a lui. Eliminarlo dall’agiografia politica significa eliminare o almeno limitare la propria legittimazione a stare al potere. Un po’ come se io ereditassi una fortuna da mio padre ma poi dicessi che mio padre non se la meritava perché era cattivo: tanto meno io merito di ereditarla. Questa è una strettoia importante e pericolosa per gli attuali dirigenti, ma proprio per questo sono stati e sono tanto più coraggiosi perché da trent’anni hanno cercato di ridurre il peso di Mao e trovare una nuova legittimazione, che è quella di dare più benessere e libertà alla Cina.

Cosa resta di Mao nella Cina attuale?

Mao, Zhou Enlai – il ruolo di ponte di quest’ultimo è fondamentale -, Deng erano tutti, in due parole, pragmatici, idealisti ma non ideologici. Mao ha ucciso e fatto morire moltissima gente, ma la gran parte sono morti in “esperimenti sociali”, come l’industrializzazione del Grande Balzo in Avanti alla fine degli anni ‘50, lanciati in maniera folle e totalmente irresponsabile ma con l’intento di migliorare la vita delle persone non di ucciderle. Non ci sono stati tutti i morti della repressione sistematicamente crudele come è accaduto nell’Urss.

Anche Stalin, però, ha deciso le epurazioni per il bene del popolo russo. Eliminare gli oppositori voleva dire salvaguardare l’ortodossia del partito e quindi tutelare l’esperimento comunista.

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Ma una differenza c’è, perché Mao ha sacrificato i suoi connazionali negli esperimenti sociali ed economici per cambiare la Cina, ma non ha fatto purghe sanguinarie. Stalin ha ucciso sistematicamente i suoi nemici interni, Mao no. Deng è stato mandato in campagna tre volte da Mao, Zhu Rongji ha fatto dieci anni di campo di rieducazione. Nessuno è mai emerso dalle purghe staliniane. I campi di rieducazione, dei quali uno come Harry Wu può testimoniare così bene, non sono i gulag staliniani. Quasi tutti i funzionari del partito con più di 60 anni vi hanno passato un periodo. Il sacrificio di tanta gente, in un caso e nell’altro, non esime dalla comprensione storica dei programmi di trasformazione politica dei protagonisti. Non possiamo trascurare il fatto che Stalin dei suoi ne fece fuori milioni, mentre i dirigenti comunisti fucilati da Mao si contano sulle dita di una mano.

 

Si parlava del Grande Balzo in Avanti e della continuità tra Mao e Deng.

 

Il pragmatismo, che poi fu quello che Mao riuscì a imporre al partito contro le direttive di Mosca negli anni ‘30, fu di fatto l’elemento di continuità di questi 60 anni: Mao per trent’anni sperimentò un modello, dopo di lui i successori pensarono che la sperimentazione era fallita e cominciarono a sperimentare con altro, che invece sta funzionando.

 

Ciò che sorprende e interroga il mondo intero è come la Cina sia riuscita a coniugare il poderoso sviluppo economico con il primato assoluto del partito unico rispetto alla società. L’altra faccia della leadership mondiale (per ora condivisa con gli Usa), in altre parole, sembrano le gravi sperequazioni sociali e le gravi restrizioni in tema di diritti umani, libertà religiosa in testa. Cosa si può dire in proposito?

 

Si è arrivati a questo in maniera sperimentale e pragmatica. Quindi se questo smetterà di funzionare la Cina proverà altro. La crescita, lo sviluppo funziona, e se funziona continuerà a essere usato. I cinesi vedono in modo pragmatico che il loro sistema funziona meglio della caotica democrazia indiana, che è il solo altro vero metro di paragone per la Cina. Anzi vedono che l’India sta cercando di concentrare i poteri e diventare sempre più “cinese”. Le differenze sociali, spiegano gli economisti, sono inevitabili in fasi di sviluppo, e sono tanto maggiori quanto più lo sviluppo è veloce. Questo i cinesi lo sanno e lo sa anche la gente che si lamenta molto (anche perché c’è libertà di lamentarsi oggi) ma che non è contro il governo. È contro il capo villaggio, il sindaco, il governatore, ma i governanti centrali hanno grande credito. Anche perché se pure in maniera diseguale tutti stanno meglio di prima.

 

Non esiste dunque attualmente un problema di crisi di consenso in Cina.

 

Eccezion fatta per la figura mitica di Mao, oggi il governo cinese ha più consenso di ieri. Negli anni ‘80 mi ricordo con precisione che tutti erano contro il partito comunista e il sistema, compresi i membri del partito. Oggi invece i contrari a questo sistema sono diventati pochissimi: il successo del partito crea consenso. Così tutti vedono che le restrizioni di libertà ci sono, ma diminuiscono giorno per giorno. Per molti versi poi, nella realtà i cinesi che viaggiano vedono che ci sono più libertà sociali in Cina che in paesi occidentali. Certo è impossibile paragonare la libertà della Chiesa in Italia e in Cina per motivi storici e di penetrazione popolare, ma di certo è più facile costruire l’edificio di una chiesa in Cina che in un paese musulmano o in India, per esempio. Inoltre in Cina a nessun livello ci sono atteggiamenti ostili anticlericali che si riscontrano in alcune fasce dei paesi occidentali.

 

L’ultimo Plenum del Comitato centrale del partito si è concluso in sordina. Sono emerse istanze di riforma? Con quali possibilità di successo?

 

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La strada che oggi il partito ha intrapreso è quella della democrazia interna. In sostanza, secondo il documento ufficiale pubblicato, nel partito i membri sono invitati a esprimersi e parlare liberamente, hanno mandato di studiare la realtà e le teorie della scuola del partito senza paraocchi, ma hanno poi il comando della disciplina di partito: cioè quando la decisione è presa la devono portare avanti. In questo documento vediamo la vera sfida del partito adesso. I suoi funzionari sono spesso codini, ipocriti, al momento di portare avanti le politiche cercano scappatoie per fare quello che vogliono. Ma questa è una realtà comune a molte strutture di potere; che il partito la voglia rovesciare indica un atteggiamento importante e innovativo. Ci riuscirà? Direi così: il Partito comunista cinese sa come essere molto determinato.

 

Perché un giovane cinese oggi decide di entrare nel partito?

 

Il giovane cinese non decide di entrare, gli viene chiesto di entrare. La differenza è sostanziale e importante, perché elimina sciocchi protagonismi. Il giovane poi accetta perché nel partito c’è un futuro di carriera personale, ma anche e sempre di più si vede che il futuro della Cina è legato a quello del partito, oggi molto più di 20 o 10 anni fa.

 

È in programma uno storico viaggio di Barack Obama a Pechino. Quali sono i dossier sul tavolo dei rapporti bilaterali e quali invece gli obiettivi strategici a lungo termine?

 

Si discuterà a 360 gradi, come gli americani non fanno più con nessuno da molti anni. Questo punto è fondamentale perché già indica l’importanza della relazione bilaterale per entrambi, ma direi soprattutto per gli Usa. Possiamo aspettarci risultati in Nord Corea, passi avanti per collaborazioni in Afghanistan e Iran. Inoltre dovremmo avere importanti passi in avanti nella collaborazione industriale, nel settore ambientale, e anche nella finanza, dove il renminbi è ormai il maggiore sostegno del dollaro. Ma l’importanza della Cina per gli Usa si può forse descrivere con un segno fondamentale: in occasione del 60° anniversario della repubblica popolare l’Empire State building di New York, l’edificio simbolo della città simbolo e più europea dell’America, si colorerà di luci rosse e gialle, colore del partito e dell’etnia cinese. L’America guarda tutta alla Cina. Questo è il segno vero, autentico del G2 in corso.

 

Come si collocano l’Europa e l’Italia nel quadro degli interessi strategici della Cina?

 

L’Europa non esiste come voce comune, esistono i paesi europei che hanno poca o nessuna visione strategica. Fuori dal politicamente corretto, sembra che la Ue sia diventato il peggiore di tutti i mondi politici possibili, perché oltre a non avere una strategia politica ha una serie di restrizioni che impediscono o rendono difficile ai singoli stati di avere strategie. Il nostro paese dovrebbe ragionar bene su questo, ma non lo fa anche perché con un debito pubblico di oltre il 100 per cento del Pil è tra quelli che beneficiano dell’euro, visto che abbassa drasticamente gli interessi passivi sui nostri debiti.

 

La Cina è stata più “popolare” in Italia negli anni successivi al ‘68, per motivi ideologici, poi più nulla. Con la conseguenza che il nostro paese ha “riscoperto” la Cina quando questa è tornata sulla ribalta mondiale, non più come potenza ideologica ma economica.

 

Per l’Italia l’avvertimento dovrebbe essere fortissimo. Il 1° ottobre è una celebrazione per la Cina, dovrebbe essere un richiamo politico ed economico per noi, a ri-orientarci, cioè, come dice la parole stessa, a metterci in sintonia con l’Oriente. Lo faremo? No. Per tanti motivi. Perché non siamo mentalmente preparati, perché non vediamo la crisi culturale e di prospettiva prima ancora che politica ed economica che ci attanaglia, perché è più facile parlare di pettegolezzi domestici che di questioni vere. Anche in questo la Cina può insegnare qualcosa.

 

In che senso?

 

La Cina è andata avanti circa sessant’anni nell’800 ignorando o minimizzando una crisi profonda, mentre l’impero si sfasciava per decenni. Ha ritrovato la sua dimensione con la dittatura di Mao e solo dopo trent’anni di lacrime e sangue (tante lacrime e tanto sangue) ha cominciato a uscire dal buco nero. L’Italia, vista da qui, sembra per molti versi davanti a un fenomeno analogo a quello della Cina dopo le prime sconfitte della guerra dell’oppio. Ora c’è tempo per rimetterci in carreggiata e per salvarci soffrendo poco, ma fra poco non sarà più così.

 

 

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