IRLANDA/ John Waters: condannati a dire sì all’Europa

- John Waters

Oggi il popolo irlandese è chiamato a esprimersi sul Trattato di Lisbona, con un nuovo referendum dopo quello bocciato nel giugno del 2008. I sondaggi indicano la vittoria del sì, ma non si tratta di una scelta convinta, quanto obbligata

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Come penso farà la maggioranza degli irlandesi, oggi ho intenzione di votare sì al secondo referendum sul Trattato di Lisbona. I sondaggi dello scorso fine settimana indicano una maggioranza del 60% a favore del Trattato. Per me, come già nel precedente referendum del giugno 2008, si tratterà di un sì convinto ma non entusiasta, e cercherò di chiarire la differenza.

 

L’ambiente da cui provengo era contraddistinto da una appassionata e decisa opposizione all’entrata dell’Irlanda in quello che veniva chiamato “il progetto europeo”. Mio padre fu uno dei 211.891 irlandesi (17%) che nel 1972 votarono contro il Mercato Comune, perché convinto che avrebbe portato alla distruzione della nostra agricoltura e della nostra industria della pesca, facendoci diventare i poveri di Europa.

Secondo lui, gli inevitabili compromessi – specialmente la cessione di sovranità e risorse naturali in cambio di infrastrutture e sovvenzioni – avrebbero eroso nel lungo termine la nostra capacità di autosufficienza. L’Irlanda ha senza dubbio guadagnato molto dalla sua partecipazione all’Europa, ma è difficile sostenere che le preoccupazioni di mio padre fossero sbagliate.

Per molti anni continuai a esprimere questa posizione, che mi era quasi entrata nel sangue, ricavandone una certa dose di insulti e di sbeffeggiamenti. Le tesi contrarie alla partecipazione dell’Irlanda erano molto impopolari negli anni ‘80 e nei primi ‘90, durante i quali furono messi a nostra disposizione ingenti fondi strutturali e di coesione.

Ho cominciato a rivedere le mie posizioni dopo il voto irlandese a favore del Trattato di Maastricht, nel 1992, quando sembrò avessimo accettato un diverso modo di rapportarci al resto di Europa e partorito una nuova idea di come il nostro Paese avrebbe potuto mantenersi. Con quel Trattato, l’Europa ha cessato di essere una semplice comunità di cooperazione, acquisendo molte delle caratteristiche di una entità politica unica. Davo quindi per scontato che gli irlandesi, approvando il Trattato di Maastricht, fossero coscienti della scelta che stavano facendo e che l’argomento di un’Irlanda indipendente e autosufficiente fosse stato ormai messo da parte.

Ho anche cominciato a pensare che le scelte fatte da una serie di governi irlandesi non ci permettevano più di scegliere: l’Irlanda è diventata così dipendente dai rapporti con la Comunità che quasi tutto ciò che riguarda il suo futuro è ormai da ricercare solo all’interno di questa dipendenza. Nel profondo del mio cuore continuo a considerare tutto ciò una tragedia. Nel 1972 e anche negli anni dopo la nostra adesione, avevamo ancora la speranza di poter sviluppare un nostro modello autonomo, utilizzando il Mercato Comune e poi la Comunità Europea come supporti ad esso. Tuttavia, nessun politico a quel tempo fu in grado di offrire una strategia globale perché questo potesse essere realizzato e, in ogni occasione di confronto con la Comunità, abbiamo preferito accettare compensazioni monetarie, piuttosto che insistere per mantenere alcune funzioni e risorse essenziali sotto il nostro controllo.

Nel 1972 e perfino nel 1992, avevamo ancora delle possibilità di scelta, nel 2009 non ne abbiamo più. Per molti anni, anche durante il boom economico, vi è stato un netto contrasto fra gli elementi transnazionali dell’economia irlandese, contrassegnati da spettacolare successo, e le componenti nazionali, lente e inefficienti. Per molti anni, l’economia irlandese è rimasta soprattutto dipendente da investitori stranieri, che hanno creato attività da cui gli irlandesi hanno ricavato benefici consistenti, ma in qualche modo fragili.

 

Nessuno oggi nella classe politica sa proporre una strategia di sviluppo dell’Irlanda al di fuori dell’UE, o partecipandovi in modo più limitato. Una simile idea è quasi inimmaginabile. Il modello economico scelto dall’Irlanda non può offrire alcuna attrattiva agli investitori esteri, da cui peraltro dipende, se oggi gli irlandesi non si dichiareranno disponibili a rientrare pienamente nell’alveo europeo.

 

Per quattro decenni i politici irlandesi hanno trattato la questione europea enfatizzando gli interessi pecuniari di breve termine, senza affrontare il punto centrale di quale dovrebbe essere il ruolo dell’Irlanda in Europa. Un cliché della politica irlandese è che “ora siamo tutti europei”, ma un attento osservatore noterebbe subito che, fin dall’inizio, non vi è stato altro interesse se non per i fondi strutturali e di coesione.

 

I Padri del progetto europeo – Monnet, De Gasperi, Adenauer, Schuman – sono quasi sconosciuti in Irlanda. Durante le elezioni europee di quest’estate, è sembrato che praticamente nessuno mettesse in relazione quelle elezioni con il Trattato di Lisbona, dato che quasi tutti i candidati si sono concentrati su temi locali e utilizzando gli argomenti di una campagna tradizionale. Come se i due argomenti fossero completamente separati.

 

La maggior parte delle argomentazioni contro il trattato di Lisbona agitano degli spauracchi, tuttavia questi argomenti fasulli – come quello, per esempio, che il Trattato imporrebbe l’aborto all’Irlanda – sembrano pescare in qualcosa di più profondo. Mio padre, se fosse ancora vivo, sarebbe sorpreso nello scoprire che circa la metà degli irlandesi è ora fondamentalmente d’accordo con il suo pensiero di allora e che la tendenza è sempre più verso lo scetticismo.

 

Il No al Trattato nel precedente referendum è stata una risposta alquanto complessa a una serie di elementi diversi e forse neppure connessi tra loro, ma persiste tuttora la sensazione che gli elettori non siano stati rassicurati e convinti, né che si sia ancora chiarito quale debba essere il ruolo dell’Irlanda in Europa. Se non fosse per l’emergenza economica – probabilmente peggiore in Irlanda che nel resto dell’Europa – il Sì avrebbe vita molto più difficile e, comunque, più di un terzo degli elettori è ancora per il No.

 

Inoltre, solo pochissimi irlandesi sarebbero in grado di proporre qualcosa di appassionante e convincente sul ruolo culturale e spirituale dell’Irlanda nel progetto europeo. Questo progetto è stato proposto per tre decenni solo come un modo di ottenere sussidi finanziari e gli elettori sono scettici nei confronti di ogni approccio più profondo.

 

Così, come molti altri miei compatrioti, oggi voterò con la mente chiara ma con il cuore pesante, e dirò Sì per una semplice e piuttosto banale ragione: non vedo alternative. Oggi gli irlandesi non andranno a votare come un popolo orgoglioso e indipendente che usa della propria libertà, ma come un bambino difficile che, essendo scappato di casa, si rende conto che comincia a scendere il buio e il freddo della sera e lui non ha altro posto in cui andare.

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