TURCHIA/ Mons. Padovese: l’omicidio di don Santoro è una ferita ancora aperta

Sono trascorsi tre anni dalla morte di don Andrea Santoro. Veniva ucciso il 5 febbraio 2006 da un colpo di pistola nella piccola chiesa di Trebisonda sul Mar Nero. Luca Pezzi ha intervistato per ilsussidiario.net il presidente della Conferenza Episcopale Turca mons. LUIGI PADOVESE

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Sono trascorsi tre anni dalla morte di don Andrea Santoro. Veniva ucciso il 5 febbraio 2006 da un colpo di pistola nella piccola chiesa di Trebisonda sul Mar Nero.

Una ferita – l’ennesima – inferta ad una comunità cristiana piccolissima, presente in queste terre fin dalle origini. Ne parliamo con mons. Luigi Padovese, vescovo titolare di Monteverde, vicario apostolico dell’Anatolia e presidente della Conferenza episcopale turca, in visita ad limina a Roma. «La mia diocesi comprende quasi i due terzi dell’intera Turchia: circa 480.000 km quadrati. Un’estensione vastissima in cui vivono tra i 2500 e i 3000 cattolici.

Un numero approssimativo, in realtà non riusciamo a calcolare meglio il numero dei cristiani perché mancano le parrocchie che terrebbero registrati i fedeli». I cristiani che abitano il Paese sono 90, 100 mila con un infinità di riti, lingue, e tradizioni. Latini, Armeni cattolici e gregoriani, Ortodossi, Caldei e Siro-cattolici, Maroniti, Melchiti o protestanti, insomma, «un panorama ecumenico variegato. Forse il più variegato sulla faccia della terra. Le componenti hanno radici storiche profonde: la comunità armena è nata in Turchia come la siriana e quella caldea… ed evidentemente anche la Chiesa ortodossa… Costantinopoli, no?».

Mons. Padovese, milanese, dei cappuccini minori, è diventato vicario apostolico nel 2004. «Nel 1927 i cristiani erano il 20%, circa due milioni su una popolazione di 17-18 milioni. Il fatto che oggi ci troviamo ad essere un numero cosi risicato su una popolazione di 70-71 milioni è sintomo di una situazione segnata da innegabili discriminazioni. La Costituzione sancisce l’uguaglianza dei cittadini turchi. Non è la legge in quanto tale che causa questi fenomeni, ma la sua non applicazione…». Volontaria? «Evidentemente si! Negli ultimi 40, 50 anni c’è stata un po’ l’idea – voglio precisare non di tutti – che un turco non può essere che mussulmano e mussulmano sunnita, perché persino gli aleviti al momento presente hanno difficoltà. Va precisato che ci sono situazioni difficili in posti particolari della Turchia spiegabili con determinati eventi storici. Sul Mar Nero, ad esempio, la presenza dei Greci era molto forte, ma quando avvenne il tragico cambio delle popolazioni, in questa parte dell’Anatolia le chiese greche sono tutte scomparse. Tutte! Non ne è rimasta aperta una. Restano solo le due latine: quella dove è vissuto ed è stato assassinato don Andrea Santoro e l’altra a Samsun».

 

Il discorso varia a seconda della regioni, «nelle grandi città come Istanbul, Smirne, Mersin, Antiochia… – ad eccezione di alcuni atti di violenza e intimidazione che si sono verificati negli anni passati – i rapporti con il mondo musulmano sono buoni. La situazione della Turchia non è legata tanto alla presenza dell’Islam, cui appartiene più del 99% della popolazione, e alla sua predicazione, quanto piuttosto a una sorta di nazionalismo che vede il cristianesimo come un fenomeno estraneo alla cultura turca». Per questo motivo «molti cristiani – non tutti – hanno scelto l’anonimato, di non comparire o mettere sui documenti che sono musulmani. Fortunatamente oggi molti giovani stanno prendendo consapevolezza della propria identità cristiana. Ma il cammino è lungo perché in questa situazione – con un numero ridotto di sacerdoti e precarietà di mezzi economici…–, spesso non abbiamo possibilità di fare arrivare messaggi. Molti mantengono la fede dei padri come si conserva in casa un quadro prezioso del quale non conoscono pienamente il valore. Il nostro impegno è proprio quello di dire “guardate che questo è un quadro d’autore”. C’è molta ignoranza e quelli che sono rimasti cristiani a volte hanno lottato con grande difficoltà, rimanendo fedeli ad un’identità che, però, va scoperta, approfondita…».

 

La Turchia è un paese laico, ma per diversi anni è stato obbligatorio segnalare nei documenti d’identità la religione d’appartenenza. «Nel trattato di Losanna le potenze europee e la nuova Turchia hanno stabilito diritti e doveri… quando si è parlato di minoranze, sono state accettate solo quelle che rispettavano criteri etnico-religiosi: Armeni, Ortodossi, Ebrei, non i Latini… Praticare la propria religione è possibile, vi è certamente libertà di culto. Ma vi sono concetti diversi di libertà religiosa. Per noi significa mantenere viva la comunità o le comunità cristiane, garantire la formazione di sacerdoti e di un clero turco, non esterno. Significa riconoscimento in qualche forma della Chiesa, della Conferenza episcopale, dei vescovi, delle parrocchie… Oggi la minoranza cattolica non esiste come minoranza». Eppure la Turchia è il Paese della Tradizione, di tanti padri siriaci e antiocheni, di Paolo… «il fatto che le altre Chiese abbiano accolto l’invito del Papa a festeggiate questo anno liturgico è indicativo. Credo che celebrare insieme i grandi padri della Chiesa sia un modo di riguardare alle comuni origini e questo ci avvicina. Alla Chiesa universale chiediamo per il nostro bene di tenere gli occhi puntati sulla nostra realtà»

 

(Luca Pezzi)

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