LA STORIA/ Quando un albero da frutto mette insieme musulmani e cristiani

- La Redazione

La lotta alla malattia che colpisce gli alberi da frutto nel sud del Libano unisce abitanti di religioni diverse in un progetto di sviluppo agricolo. Ne parliamo in occasione del summit della Fao

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David è coscritto di Ibrahim, ma vive al di là del filo spinato che sta in fondo alla Piana di Marjayoun. Il suo villaggio si chiama Metulla, è irrorato dalla stessa acqua di Marjayoun e le mandorle e pesche che mangia sono le stesse di quelle del suo coscritto. Guerre, convenzioni, politica e religioni dicono però che Ibrahim è libanese mentre David è israeliano e l’uno non guarda l’altro. Ma se il primo utilizza troppa acqua il secondo resterà a secco e, viceversa. Così come gli alberi di mandorle che i loro padri coltivano: se le piante di Ibrahim avranno una malattia, la stessa potrebbe propagarsi oltre il confine. E viceversa.

Chissà se partendo da un problema comune Ibrahim e David potranno mai incontrarsi. Così come hanno già fatto gli abitanti sciiti e cristiani della Piana di Marjayoun, nel sud del Libano, per il programma di sviluppo agricolo regionale coordinato dalla Fondazione AVSI in partnership con la Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Milano, la Cooperazione Italiana allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri e il Ministero dell’Agricoltura libanese. Un programma i cui frutti sono stati presentati recentemente in un workshop lo scorso settembre all’Università di Milano.

Tutto è nato dal progetto“Lotta integrata al fitoplasma delle drupacee in Libano” di AVSI finanziato da ROSS, l’insieme di iniziative di emergenza della Cooperazione Italiana allo Sviluppo. L’obiettivo è stato ambizioso: studiare, conoscere ed evitare la propagazione di una malattia che, negli ultimi anni, ha drasticamente ridotto la produzione di mandorle in Libano e che recentemente si è estesa anche alle coltivazioni di pesche e nettarine (drupacee), rischiando di compromettere queste colture su cui gli agricoltori libanesi stanno investendo molto per il loro futuro sviluppo agricolo.

Il problema in Libano era conosciuto da anni, ma la limitatezza dei fondi disponibili per la ricerca e la dispersione di energie tra tanti studi paralleli, hanno portato a scarsi risultati. Per questa ragione il primo passaggio del progetto è stato quello di riunire insieme tutti gli esperti libanesi del settore e affiancarli a competenze italiane che da anni studiano questo tipo di patogeno vegetale. “Ed è così che siamo partiti – ricorda da Beirut Marco Perini, rappresentante di AVSI in Libano – mettendo attorno ad un tavolo tutti i vari attori”.

Il mondo della ricerca e quello della cooperazione allo sviluppo, per un totale di 25 tecnici e ricercatori, che hanno lavorato insieme per comprendere l’estensione della malattia, trovare strumenti di prevenzione all’epidemia e risposte per gli agricoltori. E’ stata avviata una proficua partnership scientifica tra enti di ricerca libanesi (America University of Beirut, Lebanese Agriculture Research Institut, Université Saint-Esprit de Kaslik e Lebanese University) e italiani (Università di Milano e di Torino).

“Legati da un problema comune gli agricoltori libanesi, appartenenti a religioni ed etnie diverse, hanno fatto squadra e dialogato. – Spiega Marina Molino Lova, dottoranda della Facoltà di Agraria dell’Università di Milano che segue le attività in Libano  – Il progetto, in un solo anno, ha coinvolto 551 frutticoltori, esaminato periodicamente 910 frutteti distribuiti in 430 villaggi appartenenti a tutte le 26 Caza libanesi, individuando 40.000 piante infette.”

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Ma il problema non è solo libanese e va letto in chiave regionale all’interno del Mediterraneo perché può rappresentare un serio rischio qualora si diffonda altrove. Nel caso del Libano, la questione è tanto semplice quanto drammatica: il fitoplasma (Candidatus Phytoplasma phoenicium) viene trasmesso da un albero infetto ad un albero sano per mezzo di alcune specie di insetti e non sono possibili trattamenti chimici contro questo patogeno, perciò l’unica soluzione per arginare la sua diffusione, dal momento che i vettori sono, per ora, ancora sconosciuti, è l’eradicazione delle piante infette. Dai paesi vicini, gli scienziati internazionali di Iran, Siria, Egitto e Turchia sono molto chiari: “nonostante si manifesti in forme diverse, il problema esiste anche da noi. È quindi fondamentale un lavoro di network”.

Nel corso della storia, il bacino del Mediterraneo è stato il palcoscenico dello sviluppo agricolo di importanti civiltà che hanno saputo sfruttare la biodiversità originaria di queste regioni divenendo culla di culture, storia e tradizioni. “… Ricco della sua diversità il popolo libanese ama profondamente la sua terra, la sua cultura, le sue tradizioni, sempre rimanendo fedele alla sua vocazione di apertura universale. La storia millenaria di questo Paese, come la sua posizione al cuore di un contesto regionale complesso, gli dà per missione fondamentale di contribuire alla pace e alla concordia con tutti”.  Affermava Benedetto XVI  il 17 novembre 2008 all’insediamento del nuovo ambasciatore libanese presso la Santa Sede.

“Collocato nell’Expo2015 questo programma – afferma Claudia Sorlini, preside della Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Milano e ricercatrice del comitato tecnico dell’Expo – va proposto come modello di intervento su scala mondiale per le urgenze e di ricerca per la prevenzione.” Ma bisogna anche andare “oltre agli sforzi tecnici” sottolinea Salah Hajj Hassan, portavoce del Ministero dell’Agricoltura del Libano, raccontando un metodo di lavoro unico e alquanto raro.

“Con questo lavoro è nata infatti una collaborazione virtuosa che ha aperto un dialogo importante – evidenzia Alberto  Piatti, Segretario Generale della Fondazione AVSI – Abbiamo portato la ricerca a dialogare direttamente con gli agricoltori. Partendo da un programma agricolo ci si è presi cura della persona e della comunità che vive attorno al problema specifico. Curando le piante si sono conosciuti gli agricoltori e le loro famiglie e, con loro, la realtà nella quale vivono. Molto spesso frammentata e a volte delicata e difficile. “Insieme sono stati messi in campo saperi e tecnicità per affrontare i problemi. Un’occasione di dialogo per una convivenza possibile.” Conclude Marina. E’ iniziata una modalità nuova di sistema tra i Paesi per le persone che potrebbe diventare politica degli Stati. Un nuovo network di ricerca scientifica e sviluppo.

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