APPELLO/ Il giornalista musulmano Alhomayed: “Senza i cristiani il Medio Oriente non ha futuro”

- int. Tariq Alhomayed

TARIQ ALHOMAYED è il  direttore musulmano del quotidiano panarabo “Asharq Al-Awsat” che ha scritto un editoriale in difesa dei cristiani in Iraq

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Foto Ansa

«Senza la presenza dei cristiani, il Medio Oriente non ha futuro». Ad affermarlo è Tariq Alhomayed, direttore musulmano del quotidiano panarabo «Asharq Al-Awsat». Dopo l’attacco alla chiesa di Bagdad, Alhomayed ha firmato un editoriale dal titolo «Proteggete i cristiani in Iraq», in cui si sottolinea il ruolo essenziale della minoranza religiosa nel Paese a maggioranza islamica. Pubblicato da una società editoriale di proprietà saudita, ma con sede a Londra, «Asharq Al-Awsat» esce in lingua araba in Marocco, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Iraq, Libano, Gran Bretagna, Germania e Stati Uniti. Ilsussidiario.net ha intervistato Alhomayed per approfondire le ragioni della sua presa di posizione.

Lei ha affermato che difendere i cristiani in Iraq significa «proteggere la virtù della coesistenza». Che cosa intende dire?

La protezione dei cristiani in Iraq è parte della difesa di tutti i gruppi etnici e di tutte le razze presenti nel Paese. Inoltre, coincide con la salvaguardia dell’Iraq stesso dalla divisione e dalle guerre civili. L’Iraq è un Paese dove si sono sviluppate alcune delle civiltà antiche, e queste civiltà sono il prodotto della diversità che è una garanzia, in quanto mette un freno all’estremismo.

Qual è il valore aggiunto dei cristiani in Medio Oriente e che cosa rende la loro presenza necessaria?

In primo luogo i cristiani fanno parte della storia del Medio Oriente. Inoltre di recente in Paesi come Egitto, Libano, Iraq, Palestina e Siria hanno contribuito ai movimenti di liberazione e di formazione nazionale. E quindi sono una componente fondamentale di questi Paesi. Infliggere loro anche il più lieve danno significherebbe causare tensioni e disordini, e destabilizzare la situazione. La cosa più pericolosa di tutte è che questo innescherebbe guerre religiose in una regione che soffre già per l’estremismo religioso, che mina il concetto di cittadinanza. E questo nel prossimo futuro sarà sempre di più una minaccia per tutti i Paesi del Medio Oriente. 

Che cosa intendeva dire quando ha scritto che escludere le minoranze dal Medio Oriente «aprirà le porte dell’inferno»?

L’esclusione dei cristiani in Libano significherà la guerra civile. E lo stesso vale per l’Egitto e per l’Iraq, due Paesi dove i cristiani sono parte dell’identità nazionale. Per fare un semplice esempio basta guardare a quanto sta accadendo in Libano di recente. Nel Paese dei cedri è stata avanzata una proposta che vede sunniti, sciiti e drusi in un’unica alleanza che esclude solo i cristiani, con il pretesto che questi ultimi sarebbero leali soprattutto all’Occidente. Ciò che è pericoloso in questo discorso è che non ci sono garanzie che un domani non si arrivi a dire che si dovrebbe formare un’alleanza contro gli sciiti, perché questi ultimi sarebbero leali soprattutto all’Iran. Nessuno conosce dove andremo a finire di questo passo, ma è certo che la base politica in Medio Oriente diventerà sempre più l’estremismo.

 

Quindi lei ritiene che i musulmani si debbano fidare dei cristiani che vivono nei Paesi arabi?

 

Di sicuro, in Medio Oriente la coesistenza tra musulmani e cristiani affonda le radici nel passato ed è proseguita nei tempi moderni. I cristiani hanno partecipato ai movimenti di liberazione e formazione delle nazioni arabe. Per esempio, in Libano e in Palestina i cristiani sono stati tra i pionieri della resistenza nazionale. Purtroppo oggi la resistenza in questi Paesi è concepita come un fenomeno puramente islamico. Ciò che è pericoloso in questa interpretazione dei fatti è che ritrae ogni crisi o guerra in Medio Oriente come se fosse uno scontro religioso, e per i Paesi della regione questo comporterà una serie di conflitti senza fine.

 

I cristiani possono aspirare ad avere un ruolo pubblico anche in Paesi come Pakistan e Afghanistan? 

Nel momento in cui i cristiani sono cittadini di questi Paesi, hanno il diritto di essere parte della patria e partecipare al suo sviluppo e alla sua costruzione. Se i cristiani sono stati importanti per l’arte, l’economia, l’architettura, la letteratura e la politica di Egitto, Libano e Iraq, non si capisce perché non potrebbero fare altrettanto in qualsiasi altro Paese a maggioranza islamica.

 

Lei ha accusato il premier irakeno Al-Maliki di non essersi impegnato per difendere i cristiani. E’ stata indifferenza o c’era un progetto politico?

 

I cristiani irakeni non sono mai entrati nel conflitto armato; non hanno mai formato milizie né si sono mai appellati a qualche Stato straniero. Sfortunatamente, questo è il motivo della loro attuale debolezza. Ed è anche la ragione per cui gli osservatori della situazione in Iraq simpatizzano per loro e chiedono che siano protetti. E’ così tragico che i cristiani irakeni siano riusciti a vivere in pace durante la dittatura di Saddam Hussein, ma non possano fare altrettanto oggi, in uno Stato irakeno che si presume sia democratico. Il governo irakeno ha avuto posizioni contrarie ai cristiani nell’affrontare problemi di rilevanza costituzionale come le leggi sulle minoranze. L’esecutivo di Bagdad inoltre, attraverso le forze dell’ordine, non ha garantito sufficiente protezione ai cristiani nonostante siano continuamente esposti al rischio di torture. Le minacce contro di loro non si sono mai interrotte, fin dal rovesciamento del regime autocratico di Saddam Hussein.

 

Quale può essere la base della coesistenza in Paesi dal passato difficile come l’Iraq?

La riconciliazione, il mantenimento del dialogo, l’approfondimento dei sentimenti patriottici e l’abbandono della violenza settaria non saranno mai raggiunti finché lo Stato non inizierà a servire i suoi cittadini. Il legame tra l’uomo e Dio appartiene ai luoghi di adorazione e ai cuori e alle menti delle persone. Non deve risiedere nei parlamenti o nelle leggi. E’ un grave errore mescolare religione e politica.

 

Nel 2008 lei si era si era già espresso in difesa dei cristiani in Iraq. Quali erano state le reazioni e perché ha deciso di tornare sull’argomento?

 

Sfortunatamente, la reazione immediata era stata una campagna mediatica contro la mia persona. Nonostante ciò, sono tornato a scriverne oggi per sottolineare la mia convinzione sulla necessità di proteggere i cristiani di Iraq e Medio Oriente. E inoltre per chiarire un punto importante all’opinione pubblica araba, e cioè che i recenti attentati contro i cristiani irakeni non sono un fatto nuovo, ma piuttosto un atto ricorrente. E che si sta verificando di nuovo nonostante tutte le lamentele espresse dai cristiani irakeni e la loro richiesta relativa al fatto che il governo di Bagdad dovrebbe proteggerli. 

 

(Pietro Vernizzi) 

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