COREA NORD/ Jean: se Obama vuole la pace, deve preparare la “guerra”

- int. Carlo Jean

«Se Obama vuole la pace, in Corea deve preparare la guerra. La crisi attuale è colpa della sua politica troppo “dialogante”». A sottolinearlo è CARLO JEAN, generale e analista militare

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«Se Obama vuole la pace, in Corea deve preparare la guerra. La crisi di Yeonpyeong è stata causata dalla sua politica troppo “dialogante”. In tutto simile a quella dell’ex segretario di Stato Usa, Dean Acheson, che nel 1950 fece capire che in caso di un’aggressione a Seul non sarebbe intervenuto. Pochi mesi dopo la Corea del Sud fu invasa». A sottolinearlo, nel corso di un’intervista a Ilsussidiario.net, è il generale Carlo Jean, analista militare ed ex numero uno dell’ufficio Pianificazione finanziaria dell’Esercito italiano.

Generale Jean, in che cosa non condivide la politica del presidente Usa?

Obama chiacchiera troppo invece di mostrare i muscoli. Alla politica di George W. Bush ha sostituito la linea della «pazienza strategica», che significa accettare le provocazioni senza reagire. Per attirare l’applauso delle folle e dei circoli sportivi va bene, ma nelle competizioni geopolitiche le provocazioni non vanno mai accettate. Ricordiamoci come è scoppiata la guerra di Corea del 1950, in seguito alle ambiguità del segretario di Stato, Acheson.

E’ lo stesso errore commesso da Obama?

Sì, il presidente Usa ha creato incertezze sull’impegno americano a favore dei suoi alleati. Dimostrandosi troppo accondiscendente e disponibile nei confronti della Cina. Sono segnali di carattere politico che non mutano i rapporti di forza, la sostanza delle strategie adottate per la difesa, ma ne influenzano la percezione pubblica.

Che cosa devono fare ora gli Usa?

 

Reagire a qualsiasi provocazione, altrimenti perderanno ogni credibilità. Per questo, per esempio, Obama ha fatto bene a mandare la portaerei Washington in Asia. Se lo avesse fatto sei mesi fa, dopo l’affondamento della corvetta sudcoreana da parte di Pyongyang, questa nuova crisi non sarebbe neanche iniziata.
 

Secondo alcuni osservatori al contrario l’esercitazione Usa nel Mar Giallo prefigura l’inizio di una guerra…

Non basta certo una portaerei per scatenare una guerra. Il rischio dell’innescarsi di un conflitto è ancora molto lontano, anche perché nessuno degli Stati asiatici ha interesse a spingere le cose oltre un certo limite. Né la Cina, che avrebbe tutto da perderci dalla caduta del regime di Pyongyang, né la Corea del Nord, che sarebbe spazzata via in 20 minuti.
 

Kim Jong-il però non sembra molto impaurito…

Il «caro leader» si spinge fino al punto in cui pensa che gli altri non reagiranno, fino sull’orlo del precipizio, e non un centimetro più in là. Finora Pyongyang si è comportata sempre in maniera abbastanza razionale, dal suo punto di vista, non ha mai fatto il passo più lungo della gamba e a ogni provocazione ha fatto seguire un ripiegamento, evitando così un’escalation.
 

Ma la Corea del Nord ha davvero l’atomica?

 

Gli esperti stimano che abbia tra 2-3 e 6-7 bombe atomiche, e i suoi missili hanno una gittata di 3mila chilometri. In pratica possono colpire non soltanto il centro di Seul, ma l’intero territorio giapponese, la Russia, la Cina e la base Usa di Okinawa. Pyongyang potrebbe tranquillamente causare un’altra Hiroshima. E anche ammettendo che non riesca a montare le bombe atomiche sui missili, i suoi sottomarini sono molto silenziosi, e quindi sono in grado di portare gli ordigni nei porti giapponesi e poi farli esplodere.
 

Non è certo una bella prospettiva…

Il regime di Kim Jong-il del resto, come atto di sfida, ha mostrato a una delegazione americana un nuovo impianto di arricchimento dell’uranio, riattivato in contrasto con gli accordi dei colloqui internazionali di pace. Ma sul piano militare Pyongyang non è soltanto una potenza nucleare. La Corea del Nord mobilita tutta la sua popolazione al mantenimento di un potente esercito e in particolare di una grande forza d’artiglieria, con cannoni messi in bunker e schierati vicino al confine sulla linea che la separa dalla Corea del Sud, ma in grado di raggiungere anche Tokyo. Non a caso, il capo di Stato maggiore del Giappone ha chiesto al governo di dotarsi di un arsenale nucleare, e sarebbe in grado di farlo in 3-4 settimane. Ma anche la Corea del Sud è in grado di farlo in tempi molto rapidi.
 

Per ora però la Corea del Nord è l’unico Stato nella regione a poter colpire con la bomba atomica…

 

Sì, ma è difficile immaginare che lo faccia davvero. Il regime di Pyongyang sopravvive esportando via mare armi e ricevendo alimenti e materie prime dall’estero. La marina Usa è abbastanza forte da intercettare e fermare tutte le navi nordcoreane, affamando il Paese. Per non parlare del fatto che esistono alcune risoluzioni Onu che autorizzerebbero gli Stati Uniti a farlo fin da subito, anche se finora non è mai avvenuto.
 

In questo contesto, come sono i rapporti di forza tra Cina e Stati Uniti sul piano militare?

Gli Usa sono nettamente predominanti e lo saranno ancora per decenni. La Cina non è in grado di proteggere il suo traffico mercantile e questo per Pechino rappresenta un’enorme vulnerabilità. Il paradosso è che è stato proprio il boom economico ad avere fatto perdere alla Cina la sua autonomia, rendendola disperatamente dipendente dalle vie di comunicazione marittima. Che, soprattutto nel Pacifico, sono completamente dominate dagli Stati Uniti e dai loro alleati: Giappone, Australia, India, Indonesia e Vietnam. In grado di controllare gli stretti della Malacca, da cui passa l’80% dei commerci cinesi, e le rotte del Pacifico (da cui passa il restante 20%) che attraversano una doppia catena di isole in cui ci sono installate basi aeronavali Usa.
 

All’origine della crisi coreana ci sono anche delle rivendicazioni territoriali?

La Corea del Nord non riconosce la cosiddetta «linea marina di delimitazione settentrionale», che anziché essere un proseguimento dei confini terrestri, punta decisamente verso nord-ovest. Correndo quindi parallela alla costa di Pyongyang. Ma anche la Cina ha delle rivendicazioni sui confini marittimi, nei confronti di ben quattro Stati: Giappone, Indonesia, Filippine e Vietnam.
 

(Pietro Vernizzi)


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