LA STORIA/ I 50 anni dell’ospedale di St Joseph’s: con 50mila assistiti, un miracolo in Uganda

- La Redazione

Con 21 reparti e 350 posti letto è una struttura modello. Qui, spiega VALENTINA FRIGERIO, le suore colombiane fondatrici si prendono cura del corpo e anche dell’anima

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A Luciana brillano gli occhi: “Quando penso al St Joseph’s, la prima cosa che mi viene in mente è il grande albero di tamarindo vicino al reparto di Medicina, sotto il quale i pazienti, da sempre, aspettano il turno per le visite, cercando refrigerio al fresco della sua ombra”. Ricorda bene Luciana Bassani, dottoressa che ha lavorato presso l’ospedale St Joseph’s di Kitgum durante gli anni Ottanta.  Proprio all’ombra di un albero, nel 1938, è nato l’ospedale. Un miracolo d’efficienza nel cuore dell’Acholiland, in nord Uganda. Oggi è una delle strutture ospedaliere più efficienti del paese, con 21 reparti, 350 posti letto e circa cinquantamila accessi all’anno.

Per corpore et salutem animae salus – Questo era il motto delle suore comboniane fondatrici del St Joseph’s: mentre curiamo il corpo, prendiamoci anche cura dell’anima. All’inizio veniva applicato quasi alla lettera. Le suore ci tenevano che tutti i bambini e gli adulti, in punto di morte, ricevessero il battesimo. Mai motto è stato più azzeccato per una realtà come l’ospedale St Joseph’s di Kitgum. Il remoto distretto situato nel Nord Uganda, patria degli acholi, etnia guerriera e cattolica, è stato, negli ultimi trent’anni, teatro di numerose atrocità. Partendo dalle dittature di Obote e Amin, è passato per la guerra civile, portata avanti dai ribelli dell’Esercito di Liberazione del Signore, con lo sfollamento in campi protetti di un milione di acholi e l’arruolamento forzato di quasi 20mila bambini soldato. Infine – quasi una beffa – un altro nemico, ben più subdolo del conflitto, l’epidemia di AIDS, che ha colpito l’Uganda uccidendo più di 900 mila persone e lasciando dietro di sé due milioni di orfani. Una sfida continua, una corsa verso lo sviluppo continuamente bloccata e, anzi, sovvertita da fatti eccezionali. Eccezionalmente tragici. Che per gli acholi, ormai, sono diventati quasi normali. La morte fa parte del quotidiano. A Kitgum non si piange quasi più per un caro che se ne va. Ma non perché non lo si ami. Però la fede insegna la speranza. E questo le suore che hanno costruito il St Joseph’s lo sapevano bene.

Dal morbillo all’AIDS – Durante gli anni Settanta i primi medici italiani arrivano a Kitgum. La maggior parte lavora presso l’ospedale governativo, altri al distretto sanitario. Ma ben presto anche il St Joseph’s fa richiesta di medici espatriati. C’era carenza di medici locali in tutta Uganda. Figurarsi a Kitgum.
I primi anni non sono semplici. “Li combattevamo soprattutto in pediatria”, ricorda Filippo Ciantia, medico e direttore del St Joseph’s durante gli anni Ottanta. “Prima lottando contro le epidemie di morbillo e il tetano neonatale, principali cause di morte infantile. Una volta sconfitte le epidemie con le vaccinazioni, è stata la volta della guerra, che ha portato povertà, e quindi malnutrizione, fino a quel momento sconosciuta in Nord Uganda”.  Il sorghum, alimento principale degli acholi, è infatti più ricco del mais da un punto di vista nutrizionale. Accompagnato da verdura e pasta di arachidi, di cui l’Acholiland è ricca, offre un pasto completo. Con la guerra però, questi alimenti diventano inaccessibili. E chi ne paga di più le conseguenze sono i bambini, che riempiono la Nutrition Unit. “Poi è stata la volta dell’AIDS, forse uno dei nemici più terribili”.
 

Salvata ogni giorno – Nell’86 il tasso di sieropositivi in Uganda raggiunge il 21%. Da poco si era scoperto che l’allora definita slim disease era una malattia che si trasmetteva principalmente attraverso rapporti sessuali. Finalmente si dà un nome a tutte quelle morti apparentemente provocate da disturbi non letali. Ma l’AIDS non è curabile. Si possono solo curare le infezioni provocate dal virus che causa un forte abbattimento delle difese immunitarie. Il forte pregiudizio nei confronti dei malati di AIDS, che si riteneva avessero contratto il virus come punizione divina per aver commesso particolari peccati, impedisce a molti di recarsi in ospedale per farsi curare. C’è addirittura chi preferisce morire piuttosto che farsi curare. Come Rufina. Rufina arriva al St Joseph’s (dove aveva lavorato come infermiera) accompagnata da Padre Poppi, dopo aver ingoiato 23 pastiglie di Clorochina. Sperava che una morte immediata le avrebbe risparmiato le sofferenze della malattia, ereditata da un marito sieropositivo e infedele. Invece le permette l’incontro con il Meeting Point, un gruppo di amici che visitano a casa i malati di AIDS offrendo consigli medici e sanitari, qualche antidolorifico e, soprattutto, tanto conforto. Rufina vuole subito farne parte. “Avevo imparato dalle suore del St Joseph’s a prendermi cura del paziente guardandolo come persona, prima che come malato”, racconta. “Quando ho visto quello sguardo su di me, non ho potuto fare a meno di volerlo offrire a tutti quelli che stavano affrontando le mie stesse pene”.

Castelli medievali – L’ospedale St Joseph’s, insieme all’ospedale Lacor di Gulu e all’ospedale Ambrosoli di Kalongo, rappresentano le tre “eccellenze” del Nord Uganda: legati alla presenza di missionari, coprono tutto il territorio dell’Acholiland, da sempre collaborando tra loro. Sono un punto di riferimento per la salute della popolazione acholi, soprattutto durante gli anni di conflitto, durante i quali l’ospedale, a differenza di quelli governativi, non ha mai smesso di fornire assistenza sanitaria. “Questi luoghi sono come dei castelli medievali”, sottolinea Filippo Ciantia. Grazie anche al sostegno di AVSI. La fondazione, fin dai primi anni Ottanta, ha garantito la presenza di medici espatriati e un sostegno in termini di medicinali, attrezzature mediche, corsi di formazione per il personale, riuscendo a coprire, per il St Joseph’s, il 40% delle spese. “Il St Joseph’s  è saldo, perché attaccato alla roccia”, commenta Vito Schimera, medico durante gli anni Novanta. “Lo si vede nella dedizione del suo staff, che, anche con uno stipendio irrisorio – e inferiore rispetto a quello statale – anche nel momento più drammatico è sempre disponibile. Perché chi lavora al St Joseph’s, in qualche modo gli appartiene. E, quando appartieni a qualcosa, lavori con gusto”.

Sussidiarietà a Kitgum – A Kitgum ci sono due ospedali: quello governativo e l’ospedale missionario St Joseph’s. “Quando nel 1977 arrivai a Kitgum, trovai in atto una collaborazione dell’ospedale governativo con il St Joseph’s”, racconta Ivone Rizzo, medico in Uganda durante gli anni Settanta. “Visto che l’ospedale governativo non aveva il reparto di pediatria, i bambini che si rivolgevano al governativo venivano riferiti e curati gratuitamente al St Joseph’s, dove invece la pediatria c’era. L’accordo era che l’ospedale missionario non avrebbe fatto pagare nessuna tariffa per i bambini ammessi in pediatria dal governativo che, da parte sua, avrebbe procurato gratuitamente per la pediatria del St Joseph’s i farmaci necessari. Per il governativo, però, era sempre una lotta ottenere dal Ministero della Sanità i farmaci anche per la pediatria del St Joseph’s. All’ospedale missionario, d’altra parte, la dott.sa Chiara Mezzalira lottava ogni giorno, insieme alle suore, per riuscire a coprire le spese con le magre entrate. La collaborazione tra i due ospedali continuò per quattro anni, fino a quando le risorse governative crollarono e i servizi statali rimasero senza medicine.  È stata la mia prima esperienza di sussidiarietà nell’erogazione dei servizi sanitari, a Kitgum, alla fine degli anni Settanta”.

Rifugio e dimora – Un rifugio durante gli anni della guerra, una dimora per i pazienti che entrano in contatto con la sua struttura e il suo personale, il St Joseph’s è un’istituzione fondamentale nel Nord Uganda. “Credo che la forza del St Joseph’s sia il suo spirito missionario, eredità dei padri comboniani e condiviso fino ad oggi dal personale dell’ospedale, sempre impegnato per il bene della propria popolazione”, spiega il dott. Lawrence Ojom, direttore dell’ospedale
“L’efficienza del St Joseph’s è legata alla nascita di un soggetto, di una persona che si assume le sue responsabilità e le declina nelle sue professionalità specifiche”, commenta Alberto Piatti, Segretario Generale della Fondazione AVSI.
I dati mostrano risultati eccezionali: la drastica riduzione del tasso di mortalità nel reparto pediatrico, l’aumento del numero di pazienti ed i risultati positivi ottenuti con il programma di prevenzione materno-fetale dell’AIDS”. Questi, insieme al basso costo delle tariffe applicate ai pazienti, hanno negli anni contribuito a rinsaldare la fiducia della comunità nell’ospedale.
Il 50% del sostentamento dell’ospedale dipende ancora tuttavia da donazioni esterne. E gli aiuti internazionali, da quando il conflitto è terminato, sono diminuiti drasticamente. Ogni giorno è una sfida, per permettere a questo miracolo di efficienza di continuare a vivere.

INFO – In occasione dei primi cinquanta anni di attività dell’ospedale St Joseph’s, che verranno festeggiati a Kitgum il 27 novembre, la Fondazione AVSI ha scelto di sviluppare un progetto di comunicazione ad hoc, per far conoscere la sua storia ai tanti sostenitori. E per permettere a sempre più persone di sostenerne la struttura. Al link www.avsi.org/AnniversarioOspedale, è possibile accedere ad un video celebrativo, scaricare la storia dell’ospedale, corredata di testimonianze inedite, e seguire quotidianamente un diario che ogni giorno svela ricordi e storie dall’ospedale di Kitgum.

È inoltre possibile accedere alla versione inglese del video sul St Joseph’s connettendosi al canale You Tube di AVSI o direttamente tramite il link https://www.youtube.com/5avsi#p/a/u/0/99nQykOqx-A.

(Valentina Frigerio)
 

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