DIARIO HAITI/ Chiara (medico): in mezzo al colera, tanti piccoli episodi di “resurrezione”

- La Redazione

CHIARA MEZZALIRA, medico Avsi, dopo la permanenza a Port-au-Prince è tornata ad Haiti, per far fronte all’emergenza colera. Tra cure mediche e formazione degli infermieri c’è ancora da fare

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Carissimi tutti,

siamo stati qualche giorno senza internet, ma sopratutto senza il tempo materiale di aprire il computer quindi non mi sono fatta viva. È arrivato Omero Grava, amico dai tempi dell’università, a darci una mano, quindi un grande sollievo anche perché si può scambiare un’idea e un conforto.
Forse il numero dei malati sta un po’ diminuendo, ma arrivano ancora gravi. L’altro giorno mi sono commossa pensando a Madre Teresa, quando mi hanno chiamato per andare a prendere un uomo per la strada. L’infermiera di MSF con il loro autista sono stati molto bravi, subito non si capiva se era vivo o morto, poi lo abbiamo portato in ospedale, mentre sedevo vicino a lui prendendo il polso pensavo se sarei stata capace come Madre Teresa di lavarlo e pulirlo. Messo a letto e in flebo, si è un po’ ripreso e ha detto: Mesì. Che in creolo significa “grazie”.

Si fa quello che si può. Le infermiere haitiane vanno formate, c’è anche chi si sente di imparare e di accudire i malati (vomiti e diarree continue) che non è la cosa più facile. Dopo ogni vomito si sente chiamare: depusson!, non so come si scrive, all’inizio pensavo fosse il nome di una persona, invece è il disinfettatore che arriva con la pompa come quella per le piante, per decontaminare il secchio. Dovreste vedere i poveri ragazzi che lo fanno, fortunatamente hanno un certo humour!

Ieri ho fatto la mia prima notte, perché non c’era nessuno, così tra i malati mi sono goduta anche la luna e il fresco del mare. Chiaramente non ho dormito, ma durante la notte c’è sempre un rapporto diverso con la gente, sia malati che pazienti. Sono riuscita verso mezzogiorno ad andare a casa; ho lasciato Omero che se la cava bene, io con un gran mal di testa; ma stare un po’ a casa fa bene.

Siccome Worf Jeremie è uno dei pochi posti dove a Port-au-Prince c’e il colera, c’e un gran via vai di giornalisti, fotografi, Ong che vengono e vanno. Suor Marcella era andata a dormire, ieri pomeriggio, e mi ha lasciato il suo telefono per rispondere, così è capitata a me l’intervista di un quotidiano che volevano fare a lei.  Noi sul lavoro però seguiamo i malati, lasciamo Marcella alle prese con i “curiosi” , sono molti quelli che aiutano, come una signora americana che ci ha portato un po’ di casse di acqua con le bottigliette piccole che diamo ad ogni paziente e non bastano mai.

(lettera successiva)
 
I malati stanno un po’ diminuendo, quindi stiamo disinfettando una alla volta le stanze e i letti, ma arrivano ancora dei ragazzotti molto gravi che sembrano morti e il giorno dopo risorti e anche bambini piccoli con cui si lotta per trovare le vene.
Ieri, approfittando di una certa calma e della presenza di Omero, sono andata a fare un giro a piedi a vedere i bambini mangiare nella mensa e tra le nuove case. Bello, ma quanto ancora da fare, soprattutto nel ricostruire l’umano, bimbi di pochi mesi abbandonati alle nonne che danno loro omogeneizzati invece di favorire l’allattamento al seno, anche per sottolineare quel gesto materno e di affetto che genera l’uomo fin dalla nascita, o altri che invece di dormire nudi sulla terra sono sul cemento del piccolo porticato di ogni casa.

Il posto, come dice Omero, potrebbe essere bellissimo, fresco sul mare (siamo ai Caraibi), ma tutto intorno discariche invece che spiaggia.
Sempre approfittando di Omero sono andata ad accompagnare con uno dei ragazzi di Marcella, a casa col taptap (famoso taxi camioncino tutto colorato), il nostro vecchietto preso sulla strada l’altro giorno, che dopo una settimana stava meglio, per essere sicura che vi arrivasse e che ci fosse qualcuno. Abita in una casa discreta e c’erano due signore (forse le figlie) che lo tenevano sulla porta, ho persino dovuto dire che non era colera, per paura che non lo facessero entrare, forse si sono spaventate di me bianca, ma poi sono state cordiali, lui ha ringraziato ancora moltissimo.
 
Aspettiamo i medici infettivologi dell’ospedale Sacco di Milano, poi vediamo come organizzare turni e passare le consegne e come metterci a dormire. Prevediamo 3 brandine in più nel soggiorno. Penso che Omero ed io ci trasferiremo negli appartamenti di AVSI, che purtroppo sono lontani da questo quartiere. Speriamo si adattino, anche loro come abbiamo fatto tutti noi. Omero lava i pazienti, insegna alle infermiere un po’ di "nursing" cioè di cura del malato. Sono cose semplici, ma solo la carità cristiana di un san Camillo o san Giuseppe Moscati sono capaci di fare senza essere sindacalisti. Mi commuovo quando qualcuna delle infermiere ci segue e fa insieme a noi.
Spesso ci chiediamo cosa serva tutto questo, ma la nostra coscienza che Lui viene, attraverso la nostra misera pelle, ci fa stare qui con umiltà e letizia.

(Chiara Mezzalira)

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