IRAN/ È “colpa” di Berlusconi l’attacco all’ambasciata italiana?

- Gianluca Ansalone

Con l’aggressione alla Ambasciata italiana a Teheran il clima tra il nostro paese e la repubblica islamica si è fatto più pesante

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Il punto di rottura sembra più vicino e la finestra diplomatica sempre più stretta. L’Iran ha nuovamente e pericolosamente alzato i toni dello scontro internazionale, a cominciare dal controverso programma di arricchimento dell’uranio, che procede indisturbato e a grandi falcate.

Questa volta, l’annuncio dato da Ahmadinejad è stato inequivocabile: il governo di Teheran ha dato mandato ai propri scienziati di procedere all’arricchimento del 20% dello stock di materiale fissile disponibile.

Detto in altri termini, ciò significa che nel giro di tre mesi l’Iran potrebbe aver raggiunto la soglia critica dalla quale non si può tornare più indietro: l’energia sprigionata dalla fissione dell’atomo deve essere impiegata, per usi civili o militari.

Ma i toni si sono fatti più aggressivi anche rispetto alla propaganda nazionale e internazionale. Ieri, un gruppo di basiji, i tutori della legge islamica in motocicletta, ha preso d’assalto l’Ambasciata italiana, urlando slogan contro le dichiarazioni rese da Berlusconi nel corso della sua visita recente in Israele.

Il premier italiano ha condannato la retorica aggressiva di Teheran e ha ribadito il diritto alla piena sicurezza dello Stato d’Israele. Argomentazioni ricorrenti in numerose sedi internazionali e che non è certo nuova nel dibattito politico.

Ma, a qualche giorno dalle celebrazioni per l’anniversario della rivoluzione khomeinista, quando, come ha detto l’ayatollah Khamenei, l’Iran darà un nuovo pugno in faccia all’Occidente, vanno mutando le condizioni di scenario del Paese e questo spiega in buona parte la reazione scomposta contro la nostra rappresentanza diplomatica a Teheran.

 

La rivolta interna, cominciata dopo le elezioni presidenziali, è ad un momento di svolta. Le esecuzioni pubbliche dei dissidenti continuano, così come la repressione sistematica verso i movimenti dell’Onda Verde.

 

La pressione è salita talmente che o nelle prossime settimane la protesta si trasformerà in guerra civile o la brutale repressione avrà preso il sopravvento e l’Iran avrà definitivamente perso le radici della Repubblica islamica, per trasformarsi in una inequivocabile dittatura feroce.

 

La comunità internazionale, a questo punto, non ha molte alternative all’inasprimento delle sanzioni. Saranno gli USA a proporle in sede di Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dove rimane da convincere solo la Cina, che da Teheran fa passare la sua partita strategica, sempre più tesa, con Washington.

 

Per l’Italia si tratta di un bivio importante. Le nuove sanzioni danneggeranno pesantemente l’export nazionale, che ha nell’Iran un partner fondamentale. Ma, ovviamente, la piena convergenza internazionale deve avere il sopravvento sugli interessi di bottega.

 

Resta però da immaginare la gestione dell’immediato seguito alle sanzioni internazionali, quando l’inaridimento del tessuto sociale e politico iraniano dovrà essere scosso da un adeguato supporto alle ragioni di chi si oppone alla sanguinaria repressione e dalla predisposizione di uno scenario di sicurezza che prevenga qualsiasi sconsiderata degenerazione del delicato dossier nucleare.

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