MEDIO ORIENTE/ Caracciolo (Limes): ora Israele confida più in Berlusconi che in Obama

- int. Lucio Caracciolo

Ieri è cominciata la visita di Berlusconi in Israele. Israele «è un pezzo di Europa», ha detto il premier, che ha però criticato la politica degli insediamenti. Il punto di LUCIO CARACCIOLO, direttore di Limes

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Ieri è cominciata la visita del presidente del Consiglio Berlusconi in Israele. Preparata da una lunga intervista al quotidiano Haaretz, nella quale il premier ha elogiato la democrazia e la cultura ebraica – Israele «è un pezzo di Europa» e «appartiene all’Occidente» ha detto Berlusconi – ma non ha lesinato critiche alla politica degli insediamenti, la visita di stato è iniziata sotto i migliori auspici. E a suggello degli ottimi rapporti bilaterali, il capo del governo è stato invitato a parlare mercoledì alla Knesset. «Un ruolo decisivo a livello internazionale continueranno ad averlo gli Stati Uniti – dice a ilsussidiario.net Lucio Caracciolo, direttore di Limes – ma il nostro paese può far valere il suo interesse privilegiato di soggetto nazionale».

Berlusconi ha parlato di un «sogno»: l’ingresso di Israele nell’Ue. Ha un significato solo culturale oppure ne ha anche uno politico?

Ha sicuramente un senso politico e non è un’idea di Berlusconi. Se ne parla da diversi anni in Italia e se non sbaglio il primo a parlarne è stato Marco Pannella. Non credo però che sia un’idea di attualità, perché non mi pare che Israele abbia mai manifestato la volontà di entrare nell’Unione europea.  A questo si aggiunge il fatto che i rapporti tra Israele e i paesi europei – a eccezione dell’Italia – sono storicamente difficili.

L’Italia può svolgere un suo ruolo nella questione israelo-palestinese?

Penso che l’Italia, proprio in virtù dei suoi ottimi rapporti con lo stato ebraico, possa fare molto, a differenza del poco che può fare l’ininfluente Unione europea. Naturalmente un ruolo decisivo a livello internazionale continuano e continueranno ad averlo gli Stati Uniti. Il nostro paese può far valere il suo interesse privilegiato di soggetto nazionale.

Un interesse anche economico?

Sicuramente sì. l’Italia ha ottimi rapporti economici con Israele e anche con quel poco che resta dell’economia palestinese.

A proposito di rapporti economici. Quanto potranno pesare nell’ambito delle relazioni tra Italia e Israele le forti relazioni commerciali che l’Italia intrattiene con l’Iran?

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Non hanno a mio modo di vedere un’incidenza particolare: penso che Israele sia abbastanza consapevole del fatto che non sono i nostri rapporti economici a dare un particolare fiato all’Iran e alla sua politica. D’altra parte Israele sa che l’Italia sarebbe comunque pronta a seguire un regime di sanzioni più rigide nei confronti di Teheran.

 

Berlusconi ha criticato la politica degli insediamenti israeliani in territorio palestinese. Ha toccato un nervo scoperto?

 

No: su questo concordano ormai da tempo americani, europei, e tutti i governi italiani che si sono succeduti da un bel po’ di anni a questa parte. Ma è importante che Berlusconi abbia manifestato apertamente – da amico di Israele – di non condividere la politica di Gerusalemme sugli insediamenti.

 

Secondo lei c’è uno stallo del negoziato israelo-palestinese e della vicenda mediorientale più in generale?

 

Se consideriamo le cose in prospettiva storica, più che essere in una situazione bloccata direi che si stanno facendo grandi passi indietro. Gli accordi di Oslo del 1993 hanno legittimato la speranza che si potesse arrivare ad una pace sostanziale e negoziata e alla formazione di uno stato palestinese. Oggi si continua a parlare di due popoli e due stati ma ne mancano del tutto i presupposti. Da parte israeliana proprio per la politica degli insediamenti, e da parte palestinese perché prevalgono i conflitti interni e non si vede la volontà di costruire un’entità statale.

 

Il 27 gennaio abbiamo ricordato la Shoah. Quando questo avviene puntualmente scoppia una battaglia negazionista. Qual è il senso politico di questa guerra ideologica?

 

L’idea guida è che Israele sia uno stato provvisorio e che la sua legittimazione basata sull’olocausto – che è quella corrente anche se non da tutti condivisa – sia inaccettabile. Occorre pensare al dopo Israele. E per negare Israele si comincia col negare l’olocausto. È la posizione dell’Iran.

 

C’è anche un negazionismo «archeologico», che punta a negare le radici culturali di Israele nel suo territorio.

 

 

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Sì, c’è anche questa componente, come c’è una legittimazione di Israele non in quanto figlia dell’olocausto ma in quanto erede di Davide. Così come ci sono ebrei che non condividono il sionismo e pensano che la legittimazione di Israele sia di stampo puramente religioso o non vi sia affatto. Il risultato però è sempre lo stesso: il venir meno delle condizioni per una pace vera tra Israele e palestinesi, e di una complessiva accettazione di Israele da parte del mondo arabo islamico.

 

Qual è secondo lei la strategia dell’amministrazione Usa? L’ultimo atto significativo risale a prima dell’estate scorsa: il colloquio di Obama con Netanyahu e Abu Mazen.

 

Obama credeva di avere un potere di condizionamento che i fatti hanno smentito. Ha pensato di poter «torcere il braccio» degli israeliani, convincendoli a lasciare gli insediamenti, in modo da dare uno spiraglio di prospettiva ai negoziati e quindi più forza ai palestinesi. Risultato: gli israeliani non si sono fatti condizionare, i palestinesi sono più divisi di prima e Abu Mazen è un fantasma.

 

I palestinesi di Gaza e di West Bank hanno superato i 4 milioni e continuano a crescere del 2 per cento nella West Bank e più del 3 per cento a Gaza, contro l’1,7 per cento di Israele. Può essere la premessa per una «one state solution»?

 

Ma questo prevede che gli israeliani siano d’accordo, che annettano la Cisgiordania e Gaza e che facciano degli abitanti i loro concittadini. Non mi sembra francamente una prospettiva realistica.

 

 

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