NEWS/ Amicone: le verità che iPod e iPad non ci raccontano

- Luigi Amicone

Cosa è successo in Honduras dopo il golpe di Micheletti? Nessuno ce l’ha raccontato. Lo ha fatto per noi LUIGI AMICONE che ci spiega come stanno le cose  

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Ricordate l’Honduras? Ricordate i titoli e il ritornello di tutta – ma proprio tutta – la grancassa mediatica internazionale che lo scorso autunno raccontò di un golpe ai danni di un democratico e progressista presidente, Manuel Zelaya, deposto dal parlamento e dalla Corte Costituzionale e sostituito con un capo di stato ad interim, Roberto Micheletti, subito soprannominato «Pinochetti»?

Avevano voglia le istituzioni honduregne a protestare la leggitimità del loro operato e a rovesciare l’accusa di golpismo su Zelaya, personaggio simbolico e caro al progressismo internazionale. Allora sembrò che non ci fossero né blogger della grande Rete democratica, né New York Times, né Economist, né governi, né Onu, né Corti Internazionali dell’Aja, che avessero tempo di ascoltare le ragioni della diplomazia (e della Chiesa) honduregna.

Sette mesi fa sembrò che non ci fosse in giro per il mondo nessun giornalista e nessun osservatore internazionale che avesse l’onestà di andare a verificare il j’accuse di Tegucigalpa che denunciava Zelaya come agente provocatore di Chavez e le proteste di piazza come il risultato dei petrodollari fatti affluire ai sostenitori di Zelaya dal dittatore di Caracas.

Già, allora nessuno aveva tempo per dubitare della versione gauchista dei fatti e credere alle parole di Micheletti, rappresentante del parlamento honduregno, che giurava di aver accettato la carica di presidente ad interim solo per indire nuove elezioni a cui lui stesso non avrebbe partecipato e dopo le quali lui stesso si sarebbe dimesso. Già, cosa poteva insegnare ai sapienti dell’informazione politicamente corretta un piccolo e povero stato dell’America latina?

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Perciò, tutti i media del pianeta si misero in coda alla Cnn, che dal confine nicaranguense raccontò la drammatica ed eroica resistenza del novello Guevara-Zelaya al fascismo in salsa honduregna. D’altra parte, non era questa la versione dei fatti autorizzata dalle cancellerie internazionali? Sette mesi fa l’Honduras di Micheletti fu umiliato dalle Nazioni Unite, cacciato dalla comunità degli Stati americani, isolato dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea.

Com’è finita? L’avete letto da qualche parte? Bene, ve lo racconta il numero di Tempi ancora in edicola. E’ andata a finire che il 27 gennaio scorso, dopo le regolari elezioni democratiche (svoltesi il 29 novembre 2009) annunciate da Micheletti e garantite dalla presenza di 300 osservatori internazionali, il nuovo presidente dell’Honduras Porfirio Lobo si è insediato ufficialmente e guiderà il paese per i prossimi quattro anni.

E’ andata a finire che dagli Stati Uniti all’Unione Europea oggi tutte le cancellerie internazionali (eccetto il Venezuela di Chavez e un altro paio di paesi sudamericani infoiati dal chavezismo) riconoscono il nuovo presidente honduregno, cade l’isolamento internazionale di Tegucigalpa e Manuel Zelaya ha accettato di lasciare l’Honduras con un salvacondotto rilasciatogli dalle legittime autorità del paese del Centroamerica.

 

Domanda: cosa insegna questo caso di incredibile disinformazione e che, anche grazie alla (romantica?) superficialità dei media, invece che essere una storia a lieto fine avrebbe facilmente potuto trasformarsi in una guerra civile per procura, attizzata da un protetto di Caracas ed evitata grazie al grande senso di responsabilità dimostrato dalla classe dirigente honduregna?

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Insegna che primo: il giustizialismo, cioè la faciloneria di catalogare subito come “golpisti” atti politici anche non giuridicamente impeccabili, è una brutta bestia che rappresenta una minaccia alla democrazia, alla libertà e al bene dei popoli ad ogni latitudine del pianeta.

Secondo: che anche all’epoca della Tv in tempo reale, di Internet, degli Ipod, degli Ipad e dei vattelapesca della potenza tecnologica che teoricamente ci dovrebbero offrire maggiori garanzie di accesso a un’informazione libera e corretta, il rischio di manipolazione e di falsificazione della realtà non diminuisce.

Anzi, per certi versi il rischio è accresciuto da un’informazione che è sì di facile accesso, rapida e globalizzata, ma che resta di fatto governata da attori che stanno in cima alla rete e che hanno il potere di diffonderla con svariati e raffinati mezzi a velocità della luce, capillarmente, per poi consegnarla altrettanto rapidamente all’oblio.

Tutte cose che è impossibile possano accadere alle fonti materiali delle notizie su cui lavora il vecchio uomo tipografico, e che rimangono lì, fonti e articoli, esposti alla verifica, al controllo e alla critica della memoria storica.

Terzo: mi dispiace, dobbiamo lodare il nostro inviato a Tegucigalpa Rodolfo Casadei e lodare il settimanale che ho l’onore di dirigere. Lodarci anche a rischio di imbrodarci. Perché? Perché siamo stati gli unici al mondo a raccontare questa storia. E a dimostrare così il valore e l’importanza di un piccolo grande strumento come Tempi.

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