PERSECUZIONI/ Non è solo la religione a uccidere i cristiani in Nigeria

- Rodolfo Casadei

Il recente massacro di 500 cristiani in Nigeria non è figlia solo, ci spiega RODOLFO CASADEI, di discriminazioni religiose. L’articolo è tratto dal numero di Tempi oggi in edicola

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L’articolo è tratto dal numero di Tempi oggi in edicola

Adesso che vescovi e missionari, inviati italiani e politici nigeriani hanno spiegato che quello di 500 cristiani in un villaggio poco distante dalla città di Jos non è stato un eccidio a sfondo religioso, ma un massacro tribale innescato dalla povertà e dall’ingiustizia sociale, tutti sembrano sentirsi più tranquilli.

 

Basterà – dicono i saggi – cominciare a trattare tutti i nigeriani, indipendentemente dalla fede religiosa e dall’appartenenza etnica, come cittadini uguali davanti alla legge e il problema degli scontri fra comunità finalmente sarà risolto. Un problema che negli ultimi dieci anni ha causato la morte di 13mila persone e la fuga verso altri lidi di tre milioni.

Facile a dirsi. Se le 250 etnie della Nigeria dedicano una parte del loro tempo a scannarsi fra loro una ragione che non sia la semplice diversità delle origini o le condizioni di povertà deve esserci: l’Africa è piena di etnie e tribù diverse e di comunità povere, ma non tutte si massacrano con la puntualità ciclica dei nigeriani.

Forse non tutti sanno che in Nigeria la più importante distinzione collettiva avente riflessi socio-politici non è quella religiosa (cristiani, musulmani, seguaci delle religioni tradizionali) o quella genericamente tribale, bensì quella fra “indigeni” e “non indigeni” di un territorio amministrativamente definito. Sono indigeni tutti coloro che possono vantare legami di sangue con le etnie o tribù che la tradizione considera come i primi abitatori di un determinato territorio, sono non indigeni coloro che non possono vantare tali legami, anche se la loro famiglia vive sul posto da cento o da duecento anni.

La Costituzione della Nigeria riconosce i diritti universali di ogni cittadino, ma senza pregiudizio per il “carattere federale” (art. 14) della repubblica. Che significa che negli organi di governo federali e nella Pubblica amministrazione tutte le etnie debbono essere proporzionalmente rappresentate. Sull’applicazione di questo principio veglia la Commissione per il carattere federale. I certificati di indigenità che rendono possibile l’applicazione del principio sono rilasciati dalle autorità locali.

Fin qui sembra di trovarsi davanti all’equivalente del sistema delle quote etniche che vige in Alto Adige. Il problema sta al livello dei 36 stati di cui è composta la federazione nigeriana. In ciascuno di essi la popolazione è divisa, in maniera informale eppure molto rigida, fra indigeni e non indigeni.

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Raramente le discriminazioni sono formalizzate per iscritto (ci provò qualche anno fa lo stato a maggioranza musulmana di Zamfara, e le reazioni furono rabbiose), ma sta di fatto che praticamente in tutti gli stati i non indigeni sono esclusi dai posti di lavoro della funzione pubblica locale, non possono acquistare proprietà fondiarie fuori dai villaggi o dai quartieri in cui sono insediati, pagano tasse scolastiche che gli indigeni non sono tenuti a pagare, non sono ammessi nelle università non federali (in quelle federali vigono le quote etniche) e di fatto non possono concorrere ad alcuna carica elettiva pubblica locale.

Quando la Nigeria è diventata indipendente nel 1960 il problema dei non indigeni non era importante, perché a quel tempo esistevano solo tre grandi stati: il nord, il sud-est e il sud-ovest. Quando però il numero ha cominciato a lievitare, fino ad arrivare agli attuali 36 stati (a loro volta suddivisi in aree di governo locale, ben 774 a tutt’oggi), con lo sminuzzamento del territorio di riferimento anche il numero dei non indigeni è inevitabilmente esploso. In un paese dove nemmeno il numero totale degli abitanti è certo (potrebbero essere 150 milioni) quanti siano i non indigeni non si può dire con sicurezza, ma certamente l’ordine di grandezza è quello delle decine di milioni.

I massacri di Jos e dintorni, nel Plateau State, si inquadrano nel paradigma degli scontri fra non indigeni fulani-haussa (musulmani), che rivendicano maggiori diritti per il proprio gruppo, e indigeni berom (cristiani di varie denominazioni) decisi a respingere quello che considerano un tentativo di conquista territoriale da parte di gente venuta da fuori.

 

Per onestà occorre dire che nel Middle Belt, la fascia degli stati centrali della Nigeria che comprende anche il Plateau State, la componente religiosa delle violenze ha radici storiche: le comunità haussa-fulani sparse nel territorio sono il residuo di tentativi di espansione verso sud teorizzati come jihad da chi li guidava. L’ultimo ebbe luogo fra il 1804 e il 1817, quando il condottiero Usman Dan Fodio guidò l’ultimo jihad dei fulani-haussa col messianico obiettivo di immergere una copia del Corano nelle acque del Golfo di Guinea. Solo la colonizzazione britannica bloccò l’espansione verso sud delle etnie nordiste sotto forma di jihad. La reazione occidentale tipica di fronte alle violenze e alle ingiustizie connesse all’“indigenità” è quella contenuta nel rapporto che nel 2006 Human Rights Watch dedicò alla questione.

 

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Stando a quel documento, il governo federale nigeriano dovrebbe abolire quasi completamente la teoria e la pratica della distinzione fra indigeni e non indigeni e sostituirla con l’applicazione di diritti di cittadinanza uguali per tutti. Ad Abuja avranno riso, qualcuno si sarà arrabbiato, certamente nessuno avrà preso sul serio l’esortazione. Il fatto è che la schiacciante maggioranza dei nigeriani approva le politiche dell’indigenità, che hanno caratterizzato tutta la storia post-coloniale della Nigeria.

 

Il motivo è facilmente comprensibile per chi non sia affetto da idealismo buonista: in assenza di categorie socio-economiche moderne attorno a cui organizzare la dialettica politica (leggi: classi sociali frutto della specializzazione capitalista del lavoro), la politicizzazione del fattore etnico diventa la categoria intorno alla quale si organizzano la lotta per la ripartizione delle scarse risorse pubbliche e gli accordi che la mitigano.

È astratto e moralistico appellarsi al dialogo interreligioso, all’anelito per la giustizia sociale, all’indignazione per la povertà delle masse pensando che la forza degli ideali possa cambiare i dati della realtà. Fintanto che agli africani non sarà concesso di imboccare la strada della libertà economica, cioè della libertà d’impresa che costruisce un benessere (personale e comunitario) che permette di non rivolgersi più in un’ottica assistenzialistica al potere politico col cappello in mano, al centro della politica resterà sempre il fattore etnico. E il sangue continuerà a scorrere.

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