USA/ I nodi critici che mettono a rischio Obama e la sua riforma sanitaria

- Michele Castelli

Obama si trova nella difficile posizione di mettere d’accordo Democratici e Repubblicani sul suo progetto di riforma sanitaria e può muoversi in tre direzioni

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Lo scorso giovedì, 25 febbraio, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha organizzato un meeting bipartisan (circa una quarantina di esponenti di Democratici e Repubblicani seduti attorno a un tavolo) per discutere il piano di riforma sanitaria che la Casa Bianca vorrebbe approvare in tempi (relativamente) brevi.

 

Se i commentatori più pessimisti hanno parlato di una fumata nera relativamente all’esito di questo meeting, anche quelli più ottimisti ammettono che, nonostante alcuni punti di convergenza, un accordo sostanziale sul piano di riforma tra le due parti non è sicuramente all’ordine del giorno.

Nel corso del meeting (durato circa sette ore e trasmesso in diretta da alcuni tra i più importanti network televisivi statunitensi) si sono susseguiti interventi, commenti, analisi e proposte sul piano di riforma prospettato dal presidente Obama che hanno sostanzialmente testimoniato le profonde differenze sia culturali che nel merito delle questioni tra i due schieramenti politici.

Senza entrare nello specifico dei singoli aspetti discussi (la tematica è estremamente complessa, dettagliata e articolata) è possibile estrapolare alcuni spunti di riflessione emersi nel confronto rispetto ai quali è possibile capire meglio lo stato attuale del dibattito sulla materia e il suo possibile sviluppo futuro.

Innanzitutto bisogna ricordare che Obama ha dovuto cercare una sintesi tra il piano di riforma presentato alla Camera e quello presentato al Senato: l’esito è stato un piano che prevede uno stanziamento di fondi decennale di 950 miliardi di dollari, teso a garantire la copertura sanitaria a circa 30 milioni di cittadini che attualmente ne sono sprovvisti, dal quale è rimasta esclusa la famosa “public option” (cioè una sorta di assicurazione pubblica da affiancare a quelle private), esclusione che ha lasciato perplessa una parte significativa dello stesso schieramento democratico. In altre parole, per i sostenitori più accaniti della riforma, la sintesi proposta da Obama è “poco audace” senza l’inserimento della “public option”.

Per gli oppositori della riforma essa rimane comunque contraria alla cultura americana dal momento che prevede l’obbligatorietà da parte dei cittadini di sottoscrivere una polizza assicurativa secondo una serie di standard minimi, prevedendo quindi un’“intrusione” dello Stato nella libertà di scelta e d’iniziativa dei singoli cittadini. Come spesso accade, le sintesi rischiano di lasciare scontenti sia gli uni che gli altri.

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Obama nel corso del meeting ha sottolineato più volte la volontà di trovare un accordo con i Repubblicani e di tenere in seria considerazione qualunque loro proposta costruttiva ma, allo stesso tempo, ha ribadito con forza il concetto secondo cui “la riforma è necessaria e irriducibile” e in mancanza di un accordo può essere portata avanti anche senza il sostegno dei Repubblicani.

 

Un primo ambito di dibattito (e di scontro politico) riguarda quindi il contenuto del piano di riforma e la sua sostenibilità economica. Partendo dal presupposto che sia i Democratici che i Repubblicani concordano sulla necessità di riformare il sistema sanitario americano, in sintesi si può dire che i primi puntano sulla creazione di un nuovo mercato delle assicurazioni sanitarie “regolamentato” (cioè dove lo Stato fissi delle regole per le compagnie assicurative e per i cittadini) che permetta anche ai meno abbienti di acquistare una polizza anche grazie a sussidi economici e sgravi fiscali (il piano di riforma quindi non è finalizzato a creare un sistema di sanità pubblica come quelli in vigore in molti paesi europei), mentre i secondi non sono favorevoli a un intervento dello Stato centrale e sono favorevoli a un ancor più concorrenziale mercato assicurativo dove sia rafforzato il potere d’acquisto e di scelta dei cittadini.

 

Nel corso del dibattito è apparsa evidente la difficoltà (se non l’impossibilità) di trovare un compromesso tra queste due posizioni differenti: il senatore del Tennessee, Lamar Alexander, ha affermato che per i repubblicani il dialogo dovrebbe ripartire da zero, ipotesi che ha sempre riscontrato una ferrea opposizione da parte dei democratici, secondo cui non si può buttare all’aria più di un anno di lavoro (“Gli americani non hanno tempo di ricominciare da capo, molti di loro sono in grave difficoltà” ha affermato la presidente democratica della Camera, Nancy Pelosi) .

 

Un senatore repubblicano dell’Arizona, John Kyl, ha dichiarato che ciò di cui si dibatte è il concetto se debba essere il governo oppure le famiglie ad avere ultimamente il controllo sulle scelte sanitarie.

Eric Cantor, importante deputato conservatore della Virginia, ha sottolineato gli eccessi burocratici presenti nella riforma e testimoniati dalle oltre 2.400 pagine della proposta democratica. Obama ha risposto sostenendo la necessità di promuovere una riforma in tempi rapidi (entro il 26 marzo secondo alcune indiscrezioni, ma sembra una scadenza difficile da rispettare) e difendendo le scelte alla base del piano di riforma.

 

In un contesto di questo tipo entra in gioco il secondo (fondamentale) punto critico emerso dal meeting bipartisan, ovvero la scelta del percorso politico da intraprendere da parte del presidente Obama. Qui la questione si fa estremamente delicata: Obama ha scommesso moltissimo sull’approvazione della riforma sanitaria e un suo fallimento su questo punto potrebbe avere effetti devastanti sul prosieguo della sua presidenza.

 

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Al momento attuale la Casa Bianca ha davanti a sé tre strade da scegliere se vuole evitare il naufragio del piano di riforma: riformulare il piano stesso alla sua radice cercando di trovare un nuovo accordo con i Repubblicani (ipotesi molto complicata visto l’andamento del meeting bipartisan), vincere le resistenze dell’ala sinistra dei democratici e far approvare senza ulteriori modifiche alla Camera il testo passato al Senato, oppure scegliere di utilizzare in Senato lo strumento del budget reconciliation, cioè un istituto parlamentare che consente di accorpare una legge (in questo caso la riforma sanitaria) a un altro provvedimento di spesa, evitando così che la legge venga rimessa all’ordine del giorno del Senato, dove i Democratici non hanno più la maggioranza di 60 seggi necessaria per bloccare il filibustering dell’opposizione. Bisogna infatti ricordare che i Democratici hanno perso il sessantesimo seggio, quello di Ted Kennedy in Massachusetts, che è andato ai repubblicani nelle elezioni del mese scorso.

 

Naturalmente i Repubblicani hanno espressamente chiesto ai Democratici di non ricorrere allo strumento del budget reconciliation che, sebbene utilizzato in passato anche dai Repubblicani, per una riforma di portata così vasta come quella sanitaria appare una scelta inopportuna anche agli occhi di alcuni tra i Democratici stessi (dubbi in tal senso sono stati espressi ad esempio dal senatore democratico Cristopher Dodd, l’artefice del piano di riforma presentato in Senato).

 

Se la prima ipotesi (riscrivere il piano di riforma da zero) non viene nemmeno presa in considerazione dal Presidente, anche le altre due strade non sembrano prive di ostacoli: mettere insieme tutte le correnti interne ai Democratici non è opera semplice viste le perplessità di molti suoi esponenti su alcuni punti chiave della riforma (come il sostegno all’aborto e la presenza/assenza della public option), d’altra parte il ricorso allo strumento del budget reconciliation (e quindi la scelta di approvare la riforma senza un accordo bipartisan) è un rischio politico non indifferente.

 

In sintesi si può dire che il meeting bipartisan ha reso evidente l’impossibilità attuale nel trovare un accordo tra i due partiti sul piano di riforma attuale presentato da Obama, il quale ora si trova davanti a una scelta cruciale: rimandare ulteriormente una decisione sulla riforma oppure procedere autonomamente senza l’appoggio dei Repubblicani (escluso magari qualche singolo esponente che potrebbe decidere di sostenerla).

 

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Escludendo la prima ipotesi (dal momento che Obama non può permettersi di gettare la spugna sulla riforma sulla quale ha puntato di più l’attenzione finora), nel secondo caso il Presidente dovrà assumersi il rischio politico di varare una riforma così importante senza l’appoggio dell’opposizione e, di conseguenza, dovrà essere in grado di dimostrare al popolo americano che il suo piano sarà effettivamente in grado di funzionare: sostanzialmente dovrà dimostrare di aver fatto bene ad andare avanti anche da solo.

 

Il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, ha dichiarato che Obama settimana prossima annuncerà le sue prossime mosse: non resta dunque che attendere qualche giorno per sapere quale strada avrà deciso di intraprendere il Presidente (e le sue conseguenze).

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